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Un
giovane gentiluomo che impersona Enrico IV di Germania in una sorta
di cavalcata storica cade da cavallo, batte la testa e perde il senno,
per dodici anni si crede davvero l'imperatore; quando rinsavisce, scopre
che Matilde Spina, la donna che amava, è diventata l'amante del suo
odiato rivale, Tito Belcredi. Decide allora di fingersi ancora pazzo
per non rientrare nella realtà; ma quando Matilde con la figlia Frida,
Belcredi e altri vengono a trovarlo, rivela la finzione. Tuttavia il
ricordo della giovinezza perduta gli brucia; per di più, sa che la caduta
non fu accidentale e vuole vendicarsi. La Matilde di allora è la Frida
di adesso, ed è Frida che vuole. Abbraccia la ragazza. Belcredi si avventa
su di lui ed Enrico lo trapassa con la spada. Ora che ha ucciso, è condannato
a non abbandonare mai più il suo personaggio.
Personaggio fondamentale nell'ambito della produzione drammaturgica
pirandelliana, Enrico IV incarna in maniera superba ed emblematica tutti
i temi presenti nelle opere di Pirandello. Enrico IV, ovvero la tragedia
della Ragione: il riconoscimento dell'insufficienza della ragione ad
interpretare la realtà. L'uomo non può giungere a conoscere le cose
come esse effettivamente, esistenzialmente sono, non può conoscere ne
se stesso ne gli altri, solo una maschera della realtà gli è dato di
conoscere, cioè la maschera che la ragione umana con violenza impone
alla realtà per imprigionarla, per fissarla appunto in un'immagine quanto
mai arbitraria. Da qui il dissidio, la tragedia, travolgente e assoluta
per i personaggi che hanno avuto la terribile folgorazione di essere
maschere di sé stessi, di poter comunicare solo con maschere in una
pseudo-comunicazione che è in realtà un'illusione, e non si rassegnano
questi uomini e queste donne, travolti da quel supremo paradosso che
è la follia, cioè assunzione totale di tutte le possibilità, abolizione
di ogni prospettiva temporale e spaziale, cioè razionale. Su questo
piano la vicenda di Enrico IV è esemplare, egli infatti quando dopo
dodici anni di pazzia "rinsavisce" sceglie la Verità della follia e
non la maschera del quotidiano, continua ad "essere" e non ad "apparire"
Enrico IV. cioè a vivere quell'Assoluto che la ritrovata ragione verrebbe
a togliergli. II confrontarsi con un testo di tale grandezza e complessità
rappresenta certamente per il Teatroaperto una sfida carica di fascino
e ricca di possibili futuri sviluppi. L'attualità del personaggio, la
carica simbolica del testo, la profondità assoluta con cui viene disegnata
la vicenda, rendono quest'opera talmente piena di significati e di riferimenti
alla nostra attualità, da renderla in qualche modo diremmo "paradossale"
ed enormemente "vera".
Note di regia: Enrico IV e lo "strappo nel cielo del teatrino".
Parte da una bella immagine del "Fu Mattia pascal" la lettura dell'Enrico
IV che Guido Ferrarini mi ha proposto: basta uno strappo nel cielo del
teatrino, perché cominci la stagione dei "ritegni" e delle "ombre",
degli "intoppi" e delle "perplessità angosciose". Da questo punto di
vista ho cercato di reinterpretare la vicenda dei personaggi ridotti
a segni senza verità, muovendo, con tutta la delicatezza di cui sono
stato capace, i fili della regia secondo i modi del "grottesco". Quindi
frantumazione e dissonanza, rottura del cordone ombelicale che lega
tra loro le parole e le cose, il soggetto e il mondo, mettendo a frutto
la lezione che devo a Luigi Squarzina, il mio maestro, che per due volte
mi ha guidato nel "continente Pirandello". Grottesco deriva da grotta:
vi è quindi connaturata una propensione verso l'abisso e la profondità,
una drammaturgia, dunque, non solare, non legata agli imperativi del
decoro e della misura, non votata a sancire l'universo ordinato della
rappresentazione. Al contrario è proprio l'immagine di un mondo compatto
nelle sue compiaciute credenze, che il teatro rifrange punteggiata di
vuoti, irrorata di smagliature, aperta sul "rovescio" e sul "fondo".
Può essere ancora frequentabile la superficie se ciò che vi appare,
e che lo specchio della caverna riflette, ha una consistenza fantasmatica,
vi si agitano figure non costruite sull'unità psicologica, di gesto
e di senso, ma personaggi sbrecciati, silhouettes ambigue, monconi di
personalità alla ricerca di un impossibile centro? Un teatro del "ribaltamento"
quello del grottesco; una drammaturgia che con feroce abnegazione si
ostina a frequentare i moduli della teatralità borghese convinta che,
nell'impossibilità di un nuovo "sublime", l'unico itinerario praticabile
sia quello, demistificante ma disperato, della parodia e del "sentimento
del contrario". Ho pensato che per allestire un Enrico IV negli anni
'90 fosse preferibile andare oltre la tematica pirandelliana che nega
la prigione dell'io, che tesse l'elogio della follia e dell'infanzia,
per sottolineare il dramma del personaggio, la sua ricerca angosciata
di un qualcosa che ponga fine alla "commedia delle maschere". Ho cercato
di recuperare un palcoscenico di Pirandello dove una nozione come "essere"
comincia già con il non avere più valore di verità, rivelandosi un accorato
infrangimento della ragione. Enrico IV adduce una razionalità mossa
sul filo dell'abisso, dilacerata dalle sue stesse conclusioni che, svuotando
le convenzioni vigenti di un possibile senso, non sa, ne può, proseguire
oltre lo stadio della negazione. Del resto Pirandello l'ha detto esplicitamente:
"Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascerò attimo per attimo,
impedirò che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro
mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni".
Adriano Dallea
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