Il Giornale, Sabato 20 Maggio 1989
Ileana Ghione perfetta protagonista al Teatro Nazionale di Milano della "commedia sgradevole" di Shaw.
Bentornata, signora Warren.
E' la figlia-nemica Vivie il vero motore dei quattro atti: e Matilde Piana la tratteggia con aspra e spietata efficacia - La regia di Edmo Fenoglio illumina con decisione tutte le ipocrisie e gli inganni verbali dei personaggi e del caustico testo.

Milano - Nel ruolo della signora Warren, la cui professione da il titolo ad una delle più celebri "commedie sgradevoli" di George Bernard Shaw, si succedettero sui nostri palcoscenici del dopoguerra Sarah Ferrati, Tatiana Pavlova, Andreina Pagnani, Laura Adani, Paola Borboni e, ultimamente, Giovanna Ralli e Ileana Ghione; la quale ultima ha ora portato al "Nazionale" i quattro atti che la scorsa stagione aveva allestito nell'elegante quanto fervido teatro romano che porta il suo nome. La tentazione, peraltro legittima, di una temeraria capocomica di confrontarsi con le grandi di ieri non va peraltro maliziosamente enfatizzata, non fosse altro perché autentica protagonista di "La professione della signora Warren" non è la disinibita, cinica, quanto paradossalmente perbenistica Kitty che Gbs pose al centro del suo tiro al bersaglio, bensì la figlia Vivie, come ben intesero le "divine" del primo Novecento, a cominciare da Edvige Reinach ed Emma Gramatica che accortamente si riservarono il ruolo. La regia di Edmo Fenoglio ha colto appieno i sogni di palingenesi sociale, le proposizioni utopiche, il moralismo di fondo che l'inesausto "irlandese rosso" tradusse in funambolici esercizi dialogici: e ha fatto chiarezza nella cascata di paradossi, denunce, invettive con cui il drammaturgo bollò il marcio di una società che, dietro la maschera perbenistica, tutto accettava in nome del profitto. La coerenza del disegno registico, programmaticamente lontano da tentazioni arbitrarie, trova rispondenza nella sobrietà allusiva delle scene di Salvatore Michelino. Sicché bastano un cancelletto di legno, una "chaise-longue", un ombrellone ed una bicicletta a rimandare il giardino della casa di campagna in cui avviene il decisivo incontro tra Kitty e Vivie, praticamente sconosciute l'una all'altra, a causa dei continui vagabondaggi materni e della vita in collegio della ragazza. Le successive ambientazioni, atto dopo atto, nel salotto del villone, nel giardinetto del reverendo Sam, nel severo ufficio londinese in cui alla fine Vivie si barrica sono scandite da una serie di allusive gigantografie riproducenti, via via, una ricca villa della campagna inglese, un caffè elegante, lo scorcio di una trecentesca chiesa, il londinese Tower Bridge, gli eleganti costumi compensando con esemplare rispetto d'epoca l'omessa firma d'autore. Ad un secolo di distanza dalla primitiva scrittura e dal battesimo semiclandestino in un club londinese, "Mrs. Warren's profession" conserva sorprendente attualità, oggi ben più che allora potendosi meglio intendere che il conflitto Vivie-Kitty non nasce dalla "vergogna" della ragazza nell'apprendere i materni trascorsi di prostituta e di tenutaria di bordelli, ma nello scoprirne l'incoerente pretesa di riscatto sociale attraverso l'irreprensibile educazione fatta impartire alla figlia. Ileana Ghione si trasfigura con sottolineature di adeguata volgarità in una signora Warren di macroscopico cinismo che consegue forse il momento più significativo nell'ambiguo gesto di "nonchalence" con cui s'allontana per sempre dalla figlia che le porge un'ultima stretta di mano. Della sua pienezza d'interprete fa testimonianza la splendida capacità di trascorrere dal simulato pianto all'invettiva stentorea, dal riscatto patetico all'aperta minaccia, in un ventaglio espressivo di coinvolgente ambiguità. Matilde Piana si guadagna i galloni sul campo esaltando con asprigno sovrappiù l'assolutismo sentenzioso di una Vivie la cui esasperata logicità non la trattiene da gettarsi con spietata determinazione nel mondo non proprio idilliaco dei grandi affari. Shaw, del resto, non risparmia niente e nessuno, a cominciare dall'ineffabile baronetto, socio di lupanari e di letto della signora Warren, che, respinto da Vivie, si vendica insinuando che il giovane Frank è il di lei fratellastro, nato da una relazione di mamma Kitty con il gaudente Sam, ben lontano, allora, dalla veste talare. E' Carlo Simoni ad adeguatamente incanaglirsi in sir George Crofts, mentre Dario Mazzoli rimanda la sostanziale cialtroneria del reverendo Samuel e Salvatore Corbi tratteggia con sottolineata disinvoltura le inappagate ambizioni matrimoniali dello sfaccendato, inaffidabile Frank, degno rampollo di cotanto prete. L'unica sospensione di giudizio è riservata all'ingenuo artistoide Praed, garbatamente restituito da Corrado Olmi. Per tutti, alla fine, sono stati i cordialissimi applausi.
Gastone Geron

Il Messaggero
"....un allestimento garbatissimo ... la Ghione azzecca il personaggio... disegna la maitresse shawiana con singolare efficacia..."

La Repubblica, Sabato 23 Gennaio 1988
Maliarda Signora Warren.
La professione della signora Ghione, di Ileana Ghione, è ormai da anni quella di oculata primadonna, di solerte produttrice e ancella di commedia ben fatte, ma è anche quella di stilista e deposita d'un repertorio, diciamo proprio di una platea, dove di norma regnano incontrastati, e a buon diritto, il bonton, l'alone specchiato o tutt'al più l'eresia d'autore, il sentore comunque di teatro classico. Ed ecco in cartellone le iperbole magari di Coward e Wilde, ma molto meglio i rondò borghesi di Praga, Svevo e Pirandello, una volubilità dettata da Shakespeare, oppure un allegretto di Molière, una malinconia di Cechov, un rovello di Ibsen. Eccola ora alle prese con La professione della signora Warren in cui George Bernard Shaw allo scadere dcll'800 denunciò un po' la codineria, un po' l'affarismo bieco, un po' il melodramma che in società e in letteratura s'intesseva attorno al tema Prostituzione. Ci si chiederà cosa intercorre fra la protagonista odierna, in scena, una cuneese disciplinata, sotto le direttive di Edmo Fenoglio, e la maliarda-madre anticonformista di Shaw, una capofamiglia con doppia vita (appagante, e pagante). La Ghione è imprenditrice, nel settore specifico della prosa, non meno di quanto la signora Warren abbia scommesso tutto investendo in un ambito particolare, e cioè in case di tolleranza dove, elegantemente, s'ospita il lavoro più vecchio del mondo: chi può negare che il dissiparsi per amore e il darsi via sulle assi della ribalta non contemplino lo stesso slancio, lo stesso sacrificio? In più, la professione e la tempra di questa Lady mancina fanno sì che si mostra un tantino matura, bella e ingualdrappata, da prepotente e simpatica birbacciona, e altrettanto la professione, la carica adorale della Ghione sa di pudore rovente, di femminilità congiunta a maniera, tipica di una manager che s'addolcisce finché può. Nessuno, neanche la morigerata figlia Vivie, che la rispetta ma la disapprova e l'abbandona, riuscirebbe a far cambiare vita alla marescialla inglese che s'è guadagnata il rispetto con gli alberghi a ore, e nessuno, (trattasi in fondo di un complimento), potrà mai distogliere la Ghione dai suoi borderò, dal business dei suoi velluti rossi a rischio di compagnie non primeggianti, a rischio di pièce moderate o di routine. Nel rapporto fra regia e trama, direi che Fenoglio ha imboccato con qualche acume la chiave di una sinfonietta neutra punteggiata solo di parole, senza ornamenti, e dunque la scena di Salvatore Michelino pone l'azione dentro un immenso e asettico studio di fotografia, con quinte e controsoffittature digradanti come in Damiani, e in un albore britannico acquistano corpo citazioni di cottage, di giardini parrocchiali, di interni a lume di petrolio, con la divagazione d'un dialogo in bicicletta sul tappeto verde, e il marchio di fondo d'un lampo albionico, e gran lenzuolo per mutare a vista (di quel poco necessario) l'ambiente. La naturalezza, più che il naturalismo, e i motti di spirito o le schermaglie pronunciate quasi non volendo dare all'occhio costituiscono la carta vincente (involontaria?) dell'allestimento, che non avrebbe granché da insinuare con la storia piccante della Warren emergente ad uso dell'ignara e ben allevata figlia, oggetto di sincera tutela da parte di un amico artista della madre, bersaglio di ambizioni senili e losche da parte di un socio nonché partner della maitresse, mèta sentimentale di un coetaneo intraprendente ma, ahimè, di nascita attribuita a un reverendo e alla medesima signora Warren (quindi, forse, fratellastro della ragazza), la quale Warren opta per restare speculatrice dell'eros, per difendere la sua dignità, e Vivie s'impegni pure, scelga pure il ruolo di formica, e ognuna per conto suo. I conciliaboli e gli assiomi più o meno fabiani di Shaw non appassionano ma pungono. Della Ghione s'è detto. Una rivelazione, speriamo di non sbagliare, è Matilde Piana nei panni corsivi (e non melensi) della figlia. Carlo Simoni, sorpresa!, sfodera gradevole ironia nelle vesti di adulto cattivo. Corrado Olmi fa il suo dovere di bohémien all'antica. Dario Mazzoli è un prete ibrido. Salvatore Corbi scontorna d'impulso un giovanotto sopravanzato dal destino. Rodolfo Di Giammarco

Il Giornale D'Italia, Martedì 5 Gennaio 1988
George Bernard Shaw al "Teatro Ghione".
Sensibile ring dei sentimenti per Ileana Ghione e la sua "professione della signora Warren".
Dopo che sono andate in scena, in chiusura d'anno, Adriana Asti e Franca Valeri con "Tosca e le altre", al Valle, e Monica Vitti e Rossella Falk con "La strana coppia", all'Eliseo, il nuovo anno teatrale è stato aperto da Ileana Ghione con "La professione della signora Warren" di George Bernard Shaw. La Ghione, nel suo bel teatro di Via delle Fornaci, il più elegante di Roma, prosegue il gran momento femminile della ribalta romana. "La professione della signora Warren" è indubbiamente datata - è stata presentata per la prima volta nel 1902 - ma ripropone tutta la tematica di Shaw tra perbenismo di facciata e perbenismo di coscienza, ponendo al centro dell'azione, oltre alla forte critica sociale sul problema delle case chiuse, l'emancipazione e i diritti della donna, sia con la signora che con la signorina Warren. Ileana Ghione, in questo suo primo spettacolo stagionale della sua Compagnia - credo che il "Ghione" con il suo repertorio rappresenti uno dei pochi Teatri veramente stabili - impersona sulla scena l'eroina di Shaw: la tenebrosa e decisa signora Warren. Una signora dalla doppia vita. Da una parte c'è la tenutaria di bordelli, dall'altra una madre a suo modo premurosa. Sua figlia Vivie, è cresciuta lontana dal suo affetto, ma nei migliori collegi e con tutti gli agi di una giovane famiglia di benestante. Finiti gli studi ha un carattere deciso, autoritario. Si direbbe tutta sua madre, ma la vita e le ambizioni di Vivie scorrono lontane da quelle materne. Non ha falsi moralismi. Comprende "l'attività" della mamma, quando questa glielo confessa. Scopre che la ricchezza con la quale è stata mantenuta proviene da un triste mestiere, ma non ammette che sua madre seguiti ad amministrare, con Sir George Croft, delle case chiuse. Si ribella, capisce i motivi, ma non accetta le spiegazioni o i ricatti. È una donna del suo tempo. Può comprendere la voglia di riscatto di una ragazza povera, come era sua madre, può benissimo capire che il male della società non sono le "case chiuse", ma le ipocrisie della società che vuole quelle "case"; ma non può capire ne comprendere la volontà della madre di seguitare un mestiere di sfruttamento che lei detesta. Preferisce guadagnare in un'altra "professione". Questo stupendo lavoro che fa parte delle commedie spiacevoli di Shaw è stato messo in scena con molta finezza e sensibilità da Edmo Fenoglio che l'ha ambientato nella bella scena di Salvatore Michelino, che amplia il proscenio all'azione. Con effetti di colore e con proiezioni, che si allargano anche nel sovrastante velario, questa "Professione della signora Warren" viene a svolgersi come una tela d'epoca composta di atmosfere, senza scendere nel facile e pacchiano realismo del dettaglio. Un lavoro ben congegnato, nonostante le lentezze del testo che non vengono superate ne forzate, e nel quale Ileana Ghione porta con il personaggio della signora Warren la sua grande passione di teatrante, molto brava nelle malinconie e cercando di rendere credibile, quello che lei non è, cioè sforzandosi di dare l'immagine di una donna volgare. I quattro ambienti ricreati da Fenoglio, con il cambio dei quadri sul fondo e con il colore delle luci, trasformano la scena in un vero "ring dei sentimenti" nel quale si scontrano le ragioni della signora Warren e di Vivie, sua figlia, che è ben determinata a scegliere la sua strada e alla quale da forte credibilità scenica la brava e giovane Matilde Piana. Cinico e compassato, come vuole la parte, il Sir George Croft di Carlo Simoni. Gli altri sono Corrado Olmi, Dario Mazzoli e Salvatore Corbi, tutti applauditissimi al finale.
Carlo Rosati

Corriere della Sera
"...come tutte le ultime realizzazioni della Compagnia del Teatro Ghione, la pulizia e il livello medio degli interpreti sono il connotato di un repertorio vivo, che torna di anno in anno, fedele ad alcuni temi attraverso Ibsen, Praga, Pirandello, Svevo e Shaw..."

Gente, 8 Giugno 1989
La Figlia contesta la madre.
Ripresa con successo una divertente e amara commedia di G. B. Shaw, "La professione della signora Warren".

Il 5 gennaio 1902, al New Lyric Club di Londra, andò in scena per la prima volta una commedia che trattava, in maniera brillante e anticonformista, un tema allora altamente scabroso: la prostituzione organizzata e legalizzata a livello industriale. Questa commedia, che si intitolava La professione della signora Warren, non era in senso assoluto una novità: infatti, era stata scritta circa dieci anni prima, ma la censura ne aveva bloccato la rappresentazione, anche se non aveva potuto impedirne la pubblicazione in volume, che era avvenuta nel 1898. E come mai, adesso, le davano via libera? La risposta è molto semplice: il suo autore, l'irlandese George Bernard Shaw (1856-1950), era diventato nel frattempo un drammaturgo di successo a cui non si potevano più mettere le briglia. Così la commedia andò in scena, riportando un trionfo che si colorava di scandalo e che ben presto divenne un trionfo mondiale. Non a caso, perciò, a partire dal 1909, le maggiori Compagnie di prosa italiane la introdussero nel loro repertorio, facendola conoscere in tutta la penisola. Commedia "sgradevole", secondo la provocatoria definizione del suo stesso autore, La professione della signora Warren è tutta centrata sul contrasto tra una madre, Kitty, che esercita il lucroso mestiere di tenutaria di "case chiuse" di lusso sparse in varie città d'Europa e la figlia Vivie, di padre ignoto, una ragazza allevata in collegi esclusivi e, naturalmente, all'oscuro della fonte da cui proviene la sua ricchezza. Il meccanismo del dramma, ovviamente, scatta quando Vivie scopre qual è la vera attività della sua allegra e disinvolta genitrice. A questo punto, l'onesta Vivie si viene a trovare di fronte a una scelta che non può eludere: o accettare la madre con la sua "sporca" ricchezza, magari sposandone il socio in affari, il "libertino" Sir George Crofts, oppure rompere per sempre con lei e con il suo mondo, costruendosi una vita autonoma, libera e indipendente. Vivie sceglie la seconda soluzione, sacrificando a essa anche il giovane Frank, l'innamorato che la circuisce, ma che una rivelazione del cinico Crofts indica addirittura come un suo possibile fratellastro, essendo figlio di un antico amante della madre, l'attuale reverendo Samuel Gardner, figura di pastore protestante che è un classico esempio di "vizi privati e di pubbliche virtù". Naturalmente, il contesto sociale su cui Shaw spande il suo acido corrosivo oggi non esiste più. Le "case chiuse", almeno quelle legalizzate, appartengono a un passato che ha già assunto i colori e la tenerezza del "come eravamo". Ma la commedia, anche se invecchiata nella trama, non ha perso per questo il suo mordente. Perciò è un piacere rivederla al Teatro Nazionale di Milano, dove una eccezionale interprete, Ileana Ghione, l'ha riproposta con la disinvolta regìa di Edmo Fenoglio. Così, come sfogliando le pagine ingiallite di un vecchio album, ci siamo divertiti assistendo al contrasto madre-figlia su un tema che ormai non fa più scandalo. E quasi quasi ci è venuta la voglia di patteggiare per la madre, come abbiamo il sospetto che sotto sotto facesse anche l'anticonformista George Bernard Shaw, a cui la proterva virtù della figlia non crediamo davvero che riuscisse eccessivamente simpatica. Del resto, il rigido assolutismo dell'una, in un certo senso, vale quello dell'altra. Tutte e due, infatti, non inseguono che lo stesso traguardo: il successo in campo sociale. Tutti bravi gli attori, da Ileana Ghione (la signora Warren) al Carlo Simoni (Sir George Crofts), da Corrado Olmi (il candido amico di famiglia Praed) a Vivie (Matilde Piana), da Salvatore Corbi (il giovane Frank) e Dario Mazzoli (il reverendo Gardner).
Giuseppe Grieco