L'Unità, Sabato 27 Novembre 1993
Al "Ghione" un apprezzabile "Enrico IV"
Ultime repliche, al Ghione, d'una ennesima - e tuttavia apprezzabile - edizione dell'Enrico IV di Pirandello, prodotta dalla compagnia stabile del Teatro Dehon di Bologna, per la regia di Adriano Dallea e con Guido Ferrarini nel ruolo centrale, che ha avuto, come si sa, ormai da settant'anni e fino a epoca recente, interpreti illustrissimi. All'inizio, con l'ingresso silenzioso e quasi fantomatico, dal fondo della sala, delle figure: "esterne" alla maniacale clausura del protagonista, si ha, per qualche istante, l'impressione di trovarsi dinanzi, piuttosto, un nuovo allestimento dei Sei personaggi in cena d'autore (lavoro frequentatissimo, ai giorni nostri; del resto, i due drammi sono assai vicini nel tempo (1921 e 1922), e vi si rinvengono temi affini, pur nella diversità delle trame come il discorso insistente sull'inanità o ingannevolezza delle parole, ostacolo più che tramite alla comunicazione tra gli uomini. A ogni modo, l'intonazione che poi prevale è quella d'un "grottesco", d'una commedia borghese maliziosamente sospinta nell'area del paradosso; e dove la "mascherata", la parata carnevalesca da cui la vicenda ebbe inquietante origine continua, in certa misura, a dettare le sue cadenze, al di là di quanto indicato dal testo (così, il dottor Genoni ci appare, accentuatamente, come una caricatura, una finzione di psichiatra, non priva di riscontri nella dolorosa biografia pirandelliana, nonché di risonanze attuali). Donde, anche, un più costante atteggiamento ironico, anzi beffardo, del personaggio di "Enrico IV", che ne stempera la tragicità; la sua famosa battuta finale - "Qua insieme... E per sempre!" - vede l'esclamativo declinare in un ambiguo interrogativo, come se il crudele gioco, già tinto di sangue, potesse ricominciare da capo, al pari d'una rappresentazione teatrale. In una tale chiave, bisogna dire che la prova fornita da Guido Ferrarini di buon peso ed evidenza. Con alti e bassi, il rimanente della formazione concorre alla dignità del risultato complessivo. Ricordiamo in particolare Aldo Sassi, Tanino De Rosa, Alessandro Maggi, Flavia Valoppi, Alessandra Cortesi, Giovanni Battaglia e Fabrizio Paluzzi, il quale ha altresì curato, e bene, le luci, in accordo con la lineare, congrua scenografia di Fabio Sottili (i costumi sono firmati da Renata Fiorentini).
Aggeo Savioli

Secolo d'Italia, Mercoledì 24 Novembre 1993
Il paradosso della follia.
Roma - Il dramma-tragedia Enrico IV di Luigi Pirandello da sempre nelle stagioni dei migliori teatri del mondo questa volta fa bella mostra di sé, in questi giorni, presso il Teatro Ghione della Capitale con un "cast" di attori che mediante un indovinato e suggestivo adattamento rende quasi alla perfezione gli ambienti nei quali si enuclea un dramma che rimane, insieme con I sei personaggi, a nostro parere, uno dei capolavori della drammaturgia di ogni tempo. Incentrato sul "classico" paradosso della pazzia nella quale - a mo' di "forma" - decide di restare incapsulato il personaggio principale, l'imperatore di Germania Enrico IV appunto - l'azione drammatica si sviluppa in una cadenza lineare sebbene con un personaggio filosofico alquanto arduo con l'alienista - questo il termine usato dallo scrittore per designare il medico dell'anima - alle prese con tutti gli espedienti in suo possesso per riannodare i fili, così egli dice, e ricomporre la normalità, interrotta con l'incidente durante la famosa festa mascherata di carnevale, di chi interpreta, fittiziamente, il ruolo di Enrico. L'episodio è noto. Il protagonista nelle vesti di Enrico IV di Franconia cade da cavallo e per il trauma conseguente rimane "fissato" per diciott'anni in tale condizione circondato non solo da uno stuolo di paggi e servitori che lo assecondano in ogni suo desiderio, ma in un ambiente, quello dell'XI secolo, riprodotto, specie nei costumi, in maniera fedele e precisa. Il personaggio principale giganteggia in un'atmosfera in cui fanno da sfondo di volta in volta, i vari Adelaide, madre dell'imperatore, Matilde di Canossa, Belcredi, responsabile della caduta dell'amico-rivale in amore, camuffato da monaco benedettino, l'alienista anch'egli travestito da abate di Cluny etc. Enrico IV vive la sua lucida pazzia in un clima surreale e rarefatto con la sola compagnia dei servitori ai quali rivela la propria guarigione prendendosi gioco di loro con una causticità ed un'ironia che colgono sempre nel segno. Ad un certo punto, il dramma precipita trasformandosi in tragedia per effetto della micidiale vendetta messa in opera dal sedicente imperatore che uccide Belcredi responsabile della caduta e della conseguenziale follia in cui, lui, il re, ormai, è condannato a rinserrarsi con un sorriso di ghigno che gli fa esclamare, significativamente, rivolto ai finti consiglieri: "qua insieme, qua insieme... e per sempre!". E veniamo agli attori. Pregevole, a nostro giudizio, l'interpretazione di Guido Ferrarmi il quale si muove con molta disinvoltura nella parte di un re che la storia ci descrive come sovrano energico e, nel contempo, osserva a ragione uno storico italiano, "coerente nella sua spregiudicatezza". Buone anche le rimanenti prove assegnate ad Aldo Sassi, nelle vesti del barone Belcredi, di Tanino De Rosa nel ruolo dell'alienista, di Alessandro Maggi, il marchese e, infine, di Flavia Valoppi e Alessandra Cortesi rispettivamente impegnate nelle parti della marchesa Adelaide e di Matilde di Toscana. Un plauso anche ai finti consiglieri segreti che con la loro vivacità hanno reso ancora più piacevole una rappresentazione che la regia di Dallea ha condotto quasi alla perfezione anche mediante un apparato scenico-costumistico sempre rispondente alle esigenze di un'opera tutta dominata dall'antinomia "realtà-finzione", "normalità-pazzia", e, in definitiva "vita-forma".
Lino Di Stefano

La Voce Repubblicana, Mercoledì 24 Novembre 1993
Il tempo di Enrico IV fermo nella finzione generata dalla pazzia.
Con la regia di Adriano Dallea.
Abbiamo di là un intero guardaroba, tutto di costumi del tempo, eseguiti a perfezione, su modelli antichi. È mia cura particolare: mi rivolgo a sartorie teatrali competenti. Si spende molto". Così parla nell'Enrico IV di Pirandello, colui che viene ribattezzato Landolfo, servo di scena prezzolato per ubbidire al suo padrone. Coloro che ascoltano sono signori in borghese, venuti in quella villa arredata con travarobato mediovaleggiante, per tentare di far rinsavire dalla pazzia quel gentiluomo che, caduto da cavallo in giovane età, si era pietrificato, da folle, nell'impersonare la parte dell'imperatore scomunicato dal Papa. In questo testo famoso del 1922 c'è ancora il teatro nel teatro. Non così traumatico come quello dei Sei personaggi, nei quali la scena naturalistica viene abbattuta definitivamente, e c'è solo un fondale nudo e crudo che genera fantasmi; non è neppure il teatro esploso di Questa sera si recita a soggetto, macchina meravigliosa che ubbidisce ai capricci del regista dottor Hinkfuss. Qui la scena, finta, di cartapesta, con corone finte e finti scettri, è accuratamente impostata da Enrico IV stesso, che regola la vita degli altri, che ferma il tempo nella più illusoria delle finzioni. La drammaturgia pirandelliana di questo testo fintamente storico è ricca, densa, potente, stratificata, piena di echi e di rimandi. La versione che abbiamo visto al Teatro Ghione di Roma con la regia di Adriano Dallea, si basa su una interpretazione giocata sulla più viva delle luci. Nessun chiaroscuro, ma un testo ben esposto nelle sue parti, puntigliosamente evidenziato. Naturalmente c'è chi ricorda ciò che di questo capolavoro fece Romolo Valli anni fa, immergendo il tutto in un sottile e malinconico delirio lunare. Li ci si commuoveva: qui non c'è commozione, ma ciò che non smuove il sentimento è trasferito tutto nel ragionamento, nella messa in avanti del discorso. E il biancore della scena povera disegnata da Fabio Sottili, sembra a tratti congelare i personaggi in una foto di quello che sarà il teatro dopo Pirandello: così si pensa a tratti di assistere ad un Beckett dal sapore strano, e invece è un Pirandello di modernità stilizzata. E' tutto merito della messinscena? Oppure nel testo del grande drammaturgo c'è già tutto questo? Lo ripetiamo: Enrico IV vive di una grandezza profonda e ambigua. E' un dramma che ironizza sulle messinscene storico dannunziane, ma al contempo non rinunzia allo svelamento del triangolo borghese: e, di più, pone al centro del suo universo il grand'attore, e ne decreta la fine, relegandolo nell'isolamento. Guido Ferrarini indossa le vesti del sovrano medievale, e lo fa con piglio autoritario, ora di rabbia, ora con compiacimento superomistico. E così il personaggio giganteggia e precipitosamente mette a nudo la sua natura di pazzo rinsavito e di ex fidanzato ancora geloso quando, alla fine, con una spada non più tanto finta, trafigge l'antico rivale che l'aveva fatto cadere da cavallo di proposito (facendogli perdere senno e donna amata). Corretta e senza sbavature - con un lieve tono di caricatura - l'intera compagnia di questa messinscena. C'è in particolare da ricordare la fissità da maschera offerta da Flavia Valoppi nel ruolo di Matilde Spina. Il rivale dell'imperatore, Tito, è Aldo Sassi; il dottor Genoni è Tonino de Rosa, che risolve il suo personaggio con toni caricati e quasi grotteschi. In scena fino al 28 novembre.
Francesco Bernardini

Momento Sera, Lunedì 22 Novembre 1993
La doppia natura di Enrico IV.
La drammaturgia pirandelliana gioca, in questa pièce scritta nel 1922, con tutte le combinazioni possibili sulla pazzia vera. Abbattendo le barriere tra conscio e subconscio, tra mondo interiore e mondo esterno, crea personaggi dalla doppia natura che generano approcci di regia differenti, variamente interpretabili. Il protagonista (Guido Ferrarmi) è un gentiluomo che durante una mascherata, alla quale prende parte nelle vesti di Enrico IV, cade da cavallo e rimane nel personaggio che lui stesso aveva scelto di impersonare. Per dodici anni crede davvero d'essere l'imperatore ma, quando ritrova il senno, si nasconde ancora sotto la maschera nella quale vede racchiuso il proprio Io. Intanto gli altri personaggi che credono che l'uomo sia ancora pazzo, stilano sulla passerella della finzione abbigliati con le stesse maschere indossate prima della caduta per rendere reale il quadro della recita. Così il medico si traveste da abate di Cluny (Tonino De Rosa), il barone Tito da monaco di Cluny (Aldo Sassi), la marchesa Matilde Spina da Duchessa Adelaide (Favia Valoppi). Enrico IV rappresenta nella commedia pirandelliana l'unica immagine "vera", gli altri, pur apparendo reali, sono costruiti, sono fantocci, sono marionette. La maschera è l'unica verità. Gli altri allori della compagnia, "Teatroaperto" sono: Alessandro Maggi, Alessandra Cortesi, Fabrizio Paluzzi, Paolo Codato, Mario Peretta, Nicola Bonazzi, Giovanni Battaglia, Dario Zanotti e Stefano Perillo. I costumi di Renata Fiorentini e le scene di Fabio Sottili hanno condito la rappresentazione conferendo le giuste sfumature anche grazie agli effetti luce di Fabrizio Paluzzi. Al Teatro Ghione fino al 28 novembre.
Patrizia Iovine

Gazzetta di Parma, Giovedì 11 Novembre 1993
Eterna solitudine e follia dell'Enrico IV di Pirandello.
Enrico IV è testo famosissimo citato spesso anche per evidenziare i caratteri della poetica pirandelliana, tra vita e arte, persona e personaggio, verità e finzione, e così via. Sul palcoscenico è soprattutto opera per i grandi interpreti della scena, un modo per mettersi alla prova in un ruolo centrale, assoluto, con il solo nome della maschera per una figura che fa muovere tutti gli altri intorno, costruita con sapiente suspense (non si parla che di lui - che però entra in scena solo verso la fine del primo atto, dopo che si sono conosciuti i due "cori", quello dei consiglieri segreti e dei parenti-amici-guaritori): nella messa in scena del Centro Culturale Teatro aperto/Teatro Dehon, vista martedì sera 9 novembre al Teatro Pezzani, regia di Adriano Dallea, e Guido Ferrarmi ad interpretare in forma grottesca, esasperata, ma anche dolente nei toni della follia, Enrico IV, colui che dopo aver vissuto inconsapevolmente tanto a lungo negli abiti di un altro, in tempi storici lontani, si trova smarrito nel doversi confrontare con la guarigione, il presente, la necessità di immergersi nuovamente nell'esistenza quotidiana degli altri che erano invecchiati naturalmente giorno dopo giorno nel loro mondo. Come per la luce elettrica che ferisce gli occhi dell'imperatore abituato ad altri chiarori alla fiamma della sua "lampa", così sorprende e turba il confronto con una realtà che era andata avanti senza di lui, i capelli incanutiti nei panni di un altro uomo, un buffone che veste abiti teatrali. Non era iniziato tutto con una mascherata durante un carnevale? La grande festa propiziatoria, dei travestimenti: se la donna è Matilde chi mai doveva avere al suo seguito per cavaliere? Enrico IV! Ma il rito di passaggio aveva poi cristallizzato la forma. Una caduta da cavallo: ed ecco ritrovarsi nel medioevo, ricostruito poi amorevolmente intorno perché il ruolo potesse reggere senza traumi. Da un unico personaggio nasce dunque tutto uno spettacolo da continuare ad interpretare in ogni ora del giorno senza che si possa chiudere il sipario. Bisognava allontanarsi per riprendere i toni della contemporaneità, ma all'apparire di Enrico IV era necessario tornare a recitare. Un palcoscenico per sempre: e chi ne varcava la soglia doveva prima passare per la sala-costumi... Nello spettacolo del Teatro Dehon all'inizio la marchesa Matilde Spina, sua figlia Frida, il giovane marchese Carlo di Nolli, il barone Tito Belcredi e il dottor Dionisio Genoni siedono tra il pubblico: poco dopo saranno invitati a prepararsi dal maestro di cerimonia. Saliti sulla scena, conclusa l'azione dei consiglieri, i nuovi arrivati, sempre un po' caricaturali, specie il medico, chiacchierando tra loro ricorderanno a mo' di prologo la storia di quanto era accaduto anni prima, quando Enrico IV era diventato "con la pazzia un attore magnifico e terribile". Ma, in verità, qualcosa era poi successo. Lentamente, sia pure dopo molti anni, la mente si era andata rischiarando ed Enrico IV aveva scoperto di non essere più stato una persona ma solo un personaggio. Almeno per gli altri. Cosa fare? Provare a riprendere il filo della storia passata? Recuperare il tempo perduto? Enrico IV aveva preferito prolungare consapevolmente la sua esistenza da palcoscenico... Una fuga dalla vita? Ma quale irritante, fastidioso, prepotente aspetto possono mostrare coloro che, credendosi sani, immaginano anche delle strategie curative per chi della follia ha fatto un'opera d'arte. Un'esistenza prigioniera: un progetto definitivo da grande attore. Due gigantografie ai lati della sala del trono: è di lì che dovranno uscire quei doppi vivi delle immagini fermate nel tempo di Enrico IV e Matilde di Toscana il giorno della cavalcata storica, nel tentativo di far rinsavire colui che si presentava davvero con i caratteri del fool, i pomelli rossi, i capelli tinti, l'ambiguo discorrere. Si era poi scoperto che Enrico IV aveva ripreso contatto con il presente: ma che questo aveva soprattutto significato ricordare, capire. Quanto chiasso intorno, quanta invadenza... Un gesto di vendetta per gli anni di lontananza, di separazione dal mondo, un colpo mortale di spada per chi facendolo cadere da cavallo gli aveva rubato tanta vita. Forse però non c'era neppure una chiara motivazione. forse Enrico voleva soprattutto restare nella propria solitudine prigioniera. Per sempre, solo Enrico IV: come a teatro. Calorosissimi gli applausi del pubblico per tutti gli interpreti.
Valerla Ottolenghi