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Il Resto del Carlino, Domenica 5 Febbraio 1989
Riuscita "prima" nazionale.
Maschere virtuose.
"L'impresario
delle Smirne" strappa applausi.
Forlì - Sul suo tappeto volante, tutto luce nell'abito e tutto nero
nel viso come si conviene ad un turco delle fiabe (e della commedia
dell'arte), arriva in scena Ali. E lo spettacolo raggiunge il culmine
del dinamismo grottesco ed elegante, della caratterizzazione giocosa
dei ruoli, della coloratissima preordinata bagarre che fa dei comici
la quintessenza della finzione, innescando lunghi e divertiti applausi.
Alludiamo qui al successo ottenuto da "L'impresario delle Smirne" di
Carlo Goldoni, presentato dall'Accademia Perduta (regia di Antonio Taglioni)
all'Astra in prima nazionale. Nessun testo poteva essere meglio scelto
per "celebrare" il Carnevale. E un Carnevale veneziano vale a dire un
aspetto della vita della città lagunare nella quale la volontà di essere
(per un tempo breve e meno breve) altri da sé, sottende sempre l'idea
del viaggio. Viaggio reale o metaforico in nome dell'avventura verso
luoghi lontani o all'interno della propria identità. Ma il viaggio,
si sa è anche malinconia della partenza. Molto efficacemente, quindi,
lo spettacolo - bellissimo tra l'altro per soluzioni sceniche (Koki
Fregni) e per costumi (Steve Almerighi) - si apre e si chiude con la
gestualità un po' triste, un po' danzata dei bagagli. I comici - i sei
comici intriganti, litigiosi, squattrinati, ma "virtuosi" dell'arte
- arrivano e partono: per Smirne come per…. Mestre, per la Comedie-Italienne
parigina come per la fiera in un sobborgo emiliano. Li sospinge la necessità
(che in qualche caso è vera e propria fame), li sostiene e continuamente
li ritempra quel gioco splendido che è l'invenzione teatrale, divenuta
mestiere e provocazione sociale. Questo, anche questo, dice - L'impresario
- dell'Accademia Perduta cui abbiamo assistito. Infatti, se ad un'immediata
-lettura- la rappresentazione sembra puntare sullo splendore dei colori,
sulla suggestione delle musiche, sulla giocosa cattura da parte degli
interpreti, sicuri fino al compiacimento, ripensandola se ne avverte
la dimensione che va ben oltre la spettacolarità in grazia di una regia
colta e raffinata alla quale risponde la professionalità degli attori.
Tutti. Dalle felici caratterizzazioni delle tre diverse -virtuose- (Mariangela
Righetti, Licia Navarrini, Laura Lugaresi) fascinosa, smaniosa e necessariamente
rivali, alla spocchia ambigua di Carluccio (ottimo, al solito, Claudio
Casadio), alla esilità elegantissima di un Pasqualino-Artequin (Andrea
Bressan). E poi il Giusti, Mauro Sininaldi, il Bersani, il Carpigiani
e, naturalmente, Ali dal gran turbante - la bella voce "inturchita"
- nel divertente balbettio - energicamente disegnato da Ruggero Sintoni.
Fanny Monti
Bassa Romagna, 8 Marzo 1989
La Compagnia "Accademia Perduta" al Teatro Rossini.
Maturi per il "teatro maggiore".
Con "L'impresario delle Smirne", rappresentato la settimana
scorsa, la compagnia ha dimostrato ottime capacità.
Sei enormi valigie
riempiono la scena, trascinate a fatica da personaggi che si muovono
in un'atmosfera a metà strada fra la malinconia e la suggestione di
un mondo eternamente provvisorio. Il Teatro. Così si apre L'impresario
delle Smirne di Carlo Goldoni, rappresentato la scorsa settimana, nell'ambito
della stagione di prosa lughese, dalla Compagnia Accademia Perduta,
per la regia di Antonio Taglioni. Nel momento in cui la valigie, aprendosi
lentamente, mostrano al pubblico il loro contenuto, si manifesta allo
spettatore la chiave di lettura di questo ironico spaccato settecentesco.
Ecco uscire da quelle valigie infatti le rivalità, le bizze, l'alterigia,
le invidie di questi spianati attori-cantanti che sarebbero disposti
a tutto pur di vedere la loro personalità e la loro 'arte' affermarsi
sugli altri per raggiungere successo e denaro. Goldoni osserva distaccato
le loro miserie e ride di questo grottesco effimero mondo che confonde
il teatro con la vita, si diverte al gioco di quelle 'maschere' tanto
inutilmente imbellettate quanto incredibilmente sciocche e vuote. Ma
dietro quegli specchietti che riflettono implacabili l'immagine di volti
sempre più coperti da biacca e rossetti, sempre più nascosti da parrucche
incipriate fino alla nausea, si decreta il crollo di una cultura, incombe
il vacillare di una civiltà. Taglioni, profondo conoscitore del settecento
e del suo teatro, ha voluto rappresentare in questo spettacolo forse
più la decadenza che l'eleganza dello scherzo giocoso, e l'ironia goldoniana
diviene a tratti qualcosa di spietato, di tristemente crudele. Ma il
mondo magico del teatro affila le sue armi: pur nella forzatura impressa
a certi atteggiamenti e intonazioni, la regia coglie con gustosa puntualità
l'illusione offerta ai poveri protagonisti dal sopraggiungere del ricchissimo
turco Ali. L'attesa del fiabesco Impresario delle Smirne, del cui arrivo
nessuno deve sapere, ma di cui tutti sono inevitabilmente al corrente,
è giocata con perfetto senso del teatro e sostenuta dagli attori con
apprezzabile forza comunicativa. Si sarebbero forse potute evitare,
nel corso dello spettacolo, alcune scivolate di carattere quasi cabarettistico
che hanno appesantito qua e là una lettura pur coerente, anche se volutamente
esasperarla, del testo goldoniano, ma in fondo certe scelte registiche
vanno valutate in relazione ad una produzione concepita essenzialmente
per un pubblico di ragazzi e giovani studenti, per i quali spesso è
necessario confezionare proposte che concedano spazio ad un divertito
disimpegno, allo scopo di offrire più importanti contenuti culturali
e didattici. Ma ci siamo senz'altro appassionati alle isteriche schermaglie,
dominate con severità da un credibile Conte Lasca (Giorgio Giusti),
delle tre "virtuose": inappuntabile la Lucrezia di Laura Lugaresi, simpatica
l'Annina di Licia Navarrini, ottima per tecnica ed espressività la Tognina
di Mariangela Righetti. Ruggero Sintoni (Ali) ha rappresentato con eccellente
bravura mimica il suo difficile personaggio, e dal canto suo un Claudio
Casadio in gran forma ha centrato in pieno un Carluccio divertente e
senza eccessi. Si sono mossi con disinvoltura anche Andrea Bressan (Pasqualino),
Mauro Sinibaldi (Maccario), Luca Carpigiani (Nibio) e Marco Bersani
(Beltrame). Meritano un apprezzamento inoltre le essenziali scene di
Koki e Fregni, i bei costumi di Steve Almerighi e le buone luci di Enzo
Carli. In definitiva questa giovane Compagnia, che abbiamo seguito fin
dal suo con interesse, simpatia e sincera stima, dopo essersi affermata
grazie a splendide produzioni teatrali per i ragazzi, si è rivelata
ormai matura e pronta a raggiungere sempre nuovi e superiori traguardi
anche nella difficile strada del "teatro maggiore".
Paolo Parmiani
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