Il Resto del Carlino, Domenica 31 Ottobre 1993
"Un marito" di Svevo a Imola.
Maschere borghesi in mille frantumi.
Umberto Orsini diretto da Patroni Griffi fa dell'uxoricida Arcetri un personaggio prossimo al crollo. Tra incubi e spettri del passato.
Imola - Se è vero che Italo Svevo non era completamente convinto del terz'atto della sua commedia Un marito (manoscritto sofferto, scene cancellate, sviluppo incompiuto di certe situazioni psicologiche), è anche innegabile che gran parte del fascino perverso, demolitore dell'opera deriva proprio dalla sua forma sconnessa. Non è già questa rivelatrice di fratture di forma, senso e spirito, tipiche del secolo su cui si affaccia? La lunga elaborazione della commedia (otto anni, dal 1895 al 1903) non poteva certo dissipare nel finale, magari in nome di presunti aggiustamenti tipo pièce bien faite, una tensione ed una carica innescate fino all'esibizione dalla nevrosi. Svevo era sotto l'influsso della tetraggine, Senilità aveva fatto fiasco: nemmeno un soffio d'ironia doveva filtrare nella vicenda dell'avvocato uxoricida Federico Arcetri, minacciato dalla colpa fino a fare della sua esistenza stessa una malattia. E poi i frequenti riferimenti al sogno, al delirio (una battuta conclusiva lo cita infatti, annuendogli un'influenza benefica nel caso che Arianna, la madre della prima moglie uccisa, scambi Bice per sua figlia e possa ricomporre cosi un terzetto spezzato): i personaggi scivolano dalla veglia alla farneticazione inconscia, chiedono pateticamente come fa il protagonista ad un certo punto, di potersi "confidare con se stessi". Lasciamo stare i riferimenti alla psicanalisi, immancabili pur se opportuni ogni volta che si parla di questa commedia sempre spiazzante; e veniamo alla messa in scena che ne offre ora il Teatro Eliseo ("prima" al Comunale di Imola), regia di Giuseppe Patroni Griffi e protagonista Umberto Orsini. Dieci anni dopo la sorprendente edizione che ne ricavò De Bosio, con Aroldo Tieri e Giuliana LojodIce (qui il ruolo della moglie Bice è affidato a Valentina Sperlì, il regista sfrutta solo in parte la chiave della misantropia (sarebbe però meglio dire della misoginia) così vicina alla sprezzatura esistenziale ed ipocondriaca ben ricreata da Orsini recentemente in alcune sue creature. Patroni Griffi, ne tiene conto, è ovvio: troppo forte è la figurazione di quel corvo in lobbia e pastrano nero, luttuoso simbolo vivente di un'inconciliabilità, di un autodissolvimento che non ha precedenti (nemmeno nel modello più volte chiamato in causa, ossia Ibsen). Il regista divide il mondo della commedia in due: ci sono fantasmi garruli, pronti ad un gioco sfinito, ripetizione vivente di forme e di estetismi superati; i vecchi abitanti del salotto, identificati in un che di viscontiano - cechoviano dai bei costumi di Aldo Terlizzi. E ci sono invece le creature tormentate, già specchio del nuovo, i portatori luttuosi di dolore e di ragione, i rimescolatori del profondo; quelli già in rotta di collisione con il mutamento che verrà. Anche la scena dello stesso Terlizzi stilizza al massimo il simbolico contrasto, in un gioco nitido di bianco e nero mediato da morbide volute di grigio; con due prismi triangolari che ruotano avvicinandosi e specchiando tutta quella geometria di ordine dichiarato. E non è vero che il grottesco, diciamo l'ombra di un vaudeville asmatico e subliminale, sia del tutto estraneo alla cifra della commedia: Orsini, - ad esemplo, ne da sicuramente ragione. E del resto, come si potrebbe espungerlo disinvoltamente dal mondo di Svevo? Molto forte è l'emanazione interiore che l'attore compone di Arcetri: l'uomo "superiore", apparentemente inattaccabile e costruito invece su basi minate, sulla fragilità di carattere che Orsini ci rimanda con precise notazioni del gesto, della voce. E' tormentata dal problema della verità, questa sua maschera borghese sempre sul punto di rompersi nel raptus, nel ghigno, nella farneticazione. Crolla il sistema di certezze, fatto di desiderio di scusare se stesso, ossequio alle convenzioni sociali, sprazzo della trovata dialettica giuridica. La chiave forse è in un infantilismo non superato dal matrimonio, ci dice Orsini: come per Svevo che si interrogava continuamente sulla legittimità del suo legame con Livia. Di fronte a quest'Arcetri guantato di nero, che riflette i gesti scomposti nelle facce del prisma, Valentina Sperlì saggia nel subire l'inchiesta i toni ora apprensivi ora spossati dall'unico personaggio ambiguamente teso tra vecchio e nuovo, nella querula acrimonia dei codici salottieri. Toni Bertorelli si avventura nei meandri della ragione, Anita Bartolucci è davvero inquietante e suggestiva nell'interdetto materno di Arianna, con qualche implicazione sottilmente torbida. Insoddisfacente il Paolo di Kaspar Capparoni, troppo atteggiato e artificioso; Pietro Montandon è un segretario alla Stroheim, Lucilla Lupaioli e Silvia Nati completano il cast. Molti applausi per tutti alla fine.
Sergio Colomba

L'Unità, Lunedì 1 Novembre 1993
In scena al Comunale di Imola "Un marito" di Italo Svevo per la regia di Giuseppe Patroni griffi. Nel testo che ruota apparentemente intorno ad un classico triangolo si svelano i fantasmi di un uomo alle prese con il suo inconscio.
E il teatro scoprì la psiche.
Successo per Un marito, il testo di Italo Svevo messo in scena dalla Compagnia del Teatro Eliseo al Comunale di Imola, per la regia di Giuseppe Patroni Griffi (poi in tournèe a Torino e Milano). Un testo del 1903, poco rappresentato, che ruotando intorno al classico triangolo si apre su ben altre inquietudini, inglobando al suo interno la nascente psicoanalisi. Tra gli interpreti Umberto Orsini e Valentina Sperlì.
Imola - All'apparenza Un marito di Italo Svevo, che la Compagnia del Teatro Eliseo rappresenta con successo al Comunale di Imola (poi in tournée a Torino e a Milano), mota attorno a un classico triangolo: moglie, marito e un - ipotetico - amante di lei. All'origine, però, della vicenda, che ha per protagonista l'avvocato Federico Arcetri, c'è stato un altro triangolo, consumato, e concluso con un delitto d'onore. Ma, al di là della classica ossatura da commedia borghese, il magnifico testo di Svevo si apre su ben altre inquietudini inglobando al suo interno (con lungimiranza visto che è datato 1903) la nascente psicoanalisi. Anzi è proprio alla luce di questa nuova scienza che il passato può ritornare nella vita del protagonista come una spinta dell'Inconscio: un nido di vipere pronto a rimanifestarsi, un abisso della coscienza che ha bisogno di dare contorni precisi ai propri fantasmi. Cosi il passato si ripresenta con un nuovo delitto d'Onore che l'avvocato è chiamato a difendere e con un delitto in pectore che non si consumerà perché, in fin dei conti, quella giovane seconda moglie, che ha finto un legame mai vissuto con un amico di casa per vicere la palese indifferenza del marito, è stata sposata senza amore. Sullo sfondo, Erinni vendicativa e pazza di dolore, la madre della prima moglie richiede anche per la seconda la stessa sorte della figlia la cui immagine ossessionante si materializza come una vertigine nel ritratto (che qui è una citazione di un celebre dipinto di Klimt) sempre presente nella casa del marito omicida. E se il delitto non si ripeterà non c'è neppure lieto fine: i due sposi rimarranno insieme continuando la recita di un matrimonio di facciata lucidamente accettato dalla seconda moglie perché la donna a quei tempi e in quel teatro poteva essere o vampiristicamente infedele o angelicata come una sorella. Raramente rappresentata - se ne ricorda l'edizione di dieci anni fa con Aroldo Tieri e Giuliana Lojodice - Un marito che il Teatro Eliseo propone nell'adattamento e con la regia di Giuseppe Patroni Griffi, è, per molti aspetti, una commedia anticipatrice di tanta drammaturgia novecentesca costruita com'è attorno a un vero e proprio gioco al massacro che si visualizza nella dialettica dell'essere e dell'apparire, dialettica che si riproduce nella scena liberty di Aldo Terlizzi con le sue scale che si avvitano verso l'alto, nell'aprirsi e rinchiudersi a bozzolo di quinte che sono come superfici specchianti: un labirinto che incapsula personaggi, un'ossessione dalla quale è impossibile uscire, un gioco perverso del riflesso che tutto ripropone e racchiude. C'è una razionalità quasi da obitorio nella regia un po' troppo formale ma rigorosa di Patroni Griffi che si divide equamente fra una nevrosi che talvolta sconfina nel grottesco e una paziente rassegnazione. Due sentimenti, due poli che si ritrovano nei personaggi dell'avvocato Arcetri e della sua seconda moglie Bice. Umberto Orsini memore di alcune sue prove pirandelliane, disegna un personaggio "nordico" interiorizzato, prigioniero di un incubo, di una malattia che si materializza nella stanza della tortura di una vergogna che continuamente gli si ricompone davanti agli occhi. Voce roca, solitudine palese, vestito di nero come un personaggio che porti il lutto per la sua vita, la sua infelicità e la sua incapacità nascono da un asservimento alle convenzioni. Consapevole ma non troppo rinunciataria è, invece, la Bice quasi evanescente di Valentina Sperlì alla quale fa da contraltare Arianna, madre della prima moglie, (Anita Bartolucci) che Patroni Griffi ci rappresenta ambiguamente come una donna ancora bella, più un amante possibile che una suocera per il genero che le ha ucciso la figlia. Con proprietà Toni Bertorelli è un saggio fratello maggiore di Bice, mentre puramente decorativi risultano i personaggi interpretati dall'aitante Kasper Capparoni (il finto amante di Bice), Lucilla Lupaioli, Pietro Montandon e Silvia Nati.
Maria Grazia Gregori

La Nazione, Martedì 2 Novembre 1993
Ad Imola l'opera di Svevo riletta da Patroni Griffi.
I mille segreti di un marito.
Umberto Orsini, ironico e piacevolissimo, per un personaggio difficile e intrigante.
Imola - Dopo tre serate all'insegna del divertimento, tre spettacoli piacevoli, protagonisti attori eccellenti e amati dal grande pubblico, nonché guidati da registi illustri, ormai sembravamo convinti che il futuro di questa leggera, e discutibile, stagione scacciapensieri continuasse all'infinito; anzi credevamo che una qualsiasi commedia, o un dramma, classici o contemporanei d'autore, non trovassero un pubblico gremito, attento, intelligente, interessato e plaudente. E' accaduto al Teatro Comunale di Imola in una delle anteprime di Un marito di Italo Svevo, testo rappresentato soltanto in tre occasioni, due per celebrare la nascita dello scrittore (9131 e 1961), la terza nel 1983. Questa pièce noire, pur considerata la più teatrale insieme con La rigenerazione, non è, come del resto con altri lavori, di facilissima accessione: basterebbe ricordare che Svevo ha raggiunto il palcoscenico in vita una volta sola (Terzetto spezzato, 1927, un anno prima di morire in un incidente d'auto) e che il vero successo lo ottenne tramite l'arrangiamento di Tullio Kezich della Coscenza di Zeno, andato in scena tre volte, con Lionello, Albertazzi e Bosetti. Infatti, Un marito, al primo approccio, appare ostico alla lettura, prodotto composito scritto e riscritto nello spazio di cinque anni (1898-1903), difficile nel condurre un intrigo confuso, inquietante in cui, al di là del protagonista, I'avvocato Arcetri, fulcro di vicende oscure, interiori, sono conniventi tutti gli altri personaggi, ognuno con il proprio "male oscuro", il proprio segreto, se si esclude il professor Reali, un medico che sembra uscire dalle pagine di Cechov, libero e sicuro di sé. Ma prima di sdipanare la story sveviana vogliamo mettere in luce la rilettura finissima e funzionale di Giuseppe Patroni Griffi che, se per un verso, ha sfrondato tratti di scene, per un altro non ha toccato II linguaggio della alta borghesia triestina (e i loro servi) con quei lemmi d'antan delucidati da accorte pause, quasi usciti dalle opere di Rosso di San Secondo. Fondamentale la recitazione limpidissima adottata da Patroni Griffi, tutt'altro che monotona, con passaggi eleganti dalla conversazione brillante, con un pizzico di ironia alla Shaw alla cupa follia allucinante di un Buckner. Tutto ciò significa che la regia si è articolata su due binari: l'omaggio da uomo di teatro a letterato amante del teatro, e un servizio per gli spettatori che possono comprendere totalmente l'intreccio della trama e delle fisime psicofisiche dell'Arcetri. E' stato un piacere seguire gli spettatori di Imola, tesi dall'inizio alla fine, per poi liberarsi nell'applauso. E ora, in sintesi, la vicenda tenebrosa dell'avvocato Arcetri, ricco, importante nella sua città, che, dieci anni prima, ha ucciso Clara, la moglie fedifraga, uscendo vittorioso dal processo. Da un anno ha sposato Bice, in seconde nozze deliziosa, amorevole ma rattristata dal comportamento del marito, coartato dall'ombra possente di Arianna, la madre dell'assassinata. L'Arcetri soffre una situazione tremenda ancora scioccato dall'antico trauma e la presenza incombente della suocera. Non si sa come, per gioco (Bice) e malizia altrui (Arianna) il marito è sul punto di trovarsi di fronte con una seconda moglie infedele. La fierezza, la disponibilità di farsi uccidere, l'amore totale per il marito. In una lunga scena finale, agghiacciante, struggente, in cui vanno a suppurazione mostruose psicosi, avviene una metamorfosi improvvisa che, forse, finalmente, guarirà l'Arcetri: diventerà un vero uomo è un vero marito. Ma gli elementi della commedia non finiscono qui; Svevo non esclude il tema, ridicolo, delle corna quello del thrilling, del denaro, della violenza rispetto al subalterni: un mondo mitteleuropeo impensabile davvero. Alla grande Umberto Orsini nel ruolo ripugnante del suo Arcetri, sentina di nefandezze, meschinità, gelo, un mostro quotidiano, straordinario, per poi, dopo il sonno ristoratore, rinascere nell'umana dolcezza. Sempre più brava, misurata, Valentina Sperlì ha creato una Bice modello, una donna forte nel suo candore. Toni Bertorelli è stato un signorile, lucido professor Reali. Anita Bartolucci è una misteriosa e inesplicabile Arianna. In gamba il Paolo Mansi del vivace Kaspar Capparoni, l'arguto Pietro Montandon di Augusto, la Lucilia Lupaioli (Amelia) e Silvia Nati (Giovanna). Splendida la scena di Aldo Terlizzi dalle cortine semoventi in plexyglas, lacche nere e squisite figurazioni art deco: perché non fare una mostra dei bozzetti dalla trilogia pirandelliana oggi?
Paolo Lucchesini

La Repubblica, Domenica 7 e Lunedì 8 novembre 1993
Quell'avvocato di Svevo uxoricida per vocazione.
Ogni volta che rivedo una commedia di Svevo, provo lo stesso effetto di meraviglia e di eccitazione. Ma la scoperta dello spettatore è graduale, come la conquista del mezzo per questo grande drammaturgo inconsapevole, che, puntualmente, avvicinandosi al teatro, pare preoccupato di osservarne le regole con un'attenzione quasi complessata per l'involucro, suscitando tenerezza per la sua ingenuità, oltre che per il consueto vocabolario ardimentoso; ma a poco a poco lui stesso se ne dimentica, concedendosi ai personaggi con l'immedesimazione finissima e tormentata dei suoi romanzi; lo scoperchiamento di questi abissi interiori ci contagia e ci cattura, comunicando un senso di vertigine. Da un impegno descrittivo un po' goffo, a una crescente curiosità, a un'emozione straordinaria, la parabola della riscoperta si ripete, davanti a Un marito, un testo scritto nel 1903 ma rappresentato solo negli anni Sessanta, ripreso dieci anni fa da Tieri e Lojodice con la regia di De Bosio in una stesura riequilibrata da Kezich, ed esportato recentemente anche a Parigi da Jacques Lassalle. Nella storia di Federico Arcetri, avvocato, che ha ucciso dieci anni prima la moglie infedele, c'è da andare ben al di là del dibattito d'epoca sull'onore: è in ballo il senso di una vita concentrata a dilatare all'infinito il momento di quella crisi. Il processo e l'assoluzione solo apparentemente hanno fatto "un teorista spietato" da Medioevo di lui, che però non si assolve, anzi si lascia inghiottire dal suo passato continuamente ricostruito e rivissuto, non nel nuovo matrimonio di pura facciata, ma per dare una risposta alla sua Erinni, la madre della vittima. Il personaggio interpretato da Umberto Orsini è pluridimensionale, inserito com'è dallo scrittore in un gioco di specchi che ne moltiplicano i lineamenti alla maniera di un quadro cubista: gli viene infatti chiesto di riprendere il suo ruolo difendendo in tribunale un altro uxoricida, mentre la montatura di un flirt creato dalla moglie per ingelosirlo, vorrebbe quasi indurlo a ripetere un gesto fatale di cui in realtà lui stesso dubita. Intorno, un cognato medico ci traccia un quadro clinico ineccepibile della dualità che lo lacera, e un suo segretario racconta un analogo caso di sospetto tradimento coniugale risolto col perdono. Come antagonisti Federico trova, a due poli contrapposti, una moglie innocente ma oscuramente attratta dal sadomasochismo del loro legame e una suocera vendicatrice portata a riconoscersi in lui, contesa come appare a sua volta tra l'odio e un singolare amore materno. Sono strumenti freudiani quelli che questi signori offrono a un personaggio che cerca rifugio nel dolore ed è portato a identificarsi con la propria malattia. Ma, se si dibatte in una situazione strindberghiana, la risolve prefigurando Pirandello, con l'approdo alla follia: identificherà la seconda moglie con la prima, per presentarsi insieme al giudizio della Furia che lo ossessiona: così è se vi pare. Peppino Patroni Griffi si ricollega al Pirandello del Giuoco delle parti visto da De Lullo e Valli, nell'immagine levigata dell'ambiente e della sontuosa ricerca d'epoca dei costumi, rigorosamente in bianco e nero come del Marito dell'83; ma al posto del Casorati dei Giovani a ispirare le quinte e i due alti pannelli triangolari girevoli sul fondo, davanti a una scala, c'è la Vienna dello Jugendstihl da Klimt a Loos con dovizie di rimandi a una clamorosa rivoluzione espressiva. Le scene ancora una volta bellissime di Aldo Terlizzi, con le battaglie di rette e di curve, ci trasferiscono con le loro incessanti metamorfosi da una stanza all'altra e da uno stato psicologico all'altro grazie a un semplice richiamo figurativo, ma soprattutto nella fase incerta d'avvio rischiano anche sovrapposizioni troppo invadenti e simbolismi esageratamente espliciti con l'ostinato ricorso agli specchi; alla stessa stregua i costumi che si divertono a fare delle due rivali un angelo e un diavolo o delle signore in partenza per una colazione dei manichini semoventi con canestrini bianchi di velo al posto della testa. Per fortuna dal gelo estetizzante via via emerge il testo - ritoccato con cura dal regista - con la rarefazione introspettiva che il lungo duetto tra i coniugi nel terzo atto rende splendidamente. Accanto alla grande prova di Umberto Orsini, dalla irascibilità allo smarrimento, dalla ragione alla follia, in un febbrile e limpido delirio da personaggio destoevskiano, va notata la maturazione di Valentina Sperlì, così istintivamente naturale e sincera nella parte della seconda moglie da far trasparire un sospetto di ambiguità; Anita Bartolucci offre una forte presenza alla madre vendicatrice e si distingue per persuasiva concretezza il bravo Toni Bertorelli. Occhieggia fisicamente a Stroheim il segretario di Pietro Montandon, e a Lavia nel trucco Kaspar Capparoni che risulta però esteriormente atteggiato e fastidiosamente insistito; un po' stonata Lucilla Lupaioli, e fragile, nonostante la simpatia, Silvia Nati. Alla replica alla quale ho assistito un pubblico in gran parte giovane ha seguito lo spettacolo della Compagnia dell'Eliseo in grande silenzio e con emozione crescente con lunghi applausi alla fine.
Franco Quadri

Avvenire, Giovedì 18 Novembre 1993
A Milano lo spietato "Un marito"
Orsini perde la pace tra i sospetti di Svevo.
Il dramma della gelosia è al centro di questo testo nell'allestimento di Patroni Griffi. I sospetti di un adulterio mai effettuato avvelenano la vita di un avvocato e quella di sua moglie. Un capolavoro sottovalutato del primo Novecento dell'autore de "La coscienza di Zeno".
Milano - "Un marito", "Con la penna d'oro" e "La rigenerazione": con buona pace degli antichi (e accademici) detrattori, sono tre capolavori del teatro italiano del primo Novecento e ad essi si affida la fama di drammaturgo non per hobby di Italo Svevo (tredici le sue opere teatrali). Il copione drammatico è costituito da questo "Un marito", terminato di scrivere nel 1903 ma pubblicato nel 1931 e messo in scena da Sandro Bolchi nel 1961 e poi da Aroldo Tieri e Giuliana Lojodice (e la regia di Gianfranco De Bosio) nel 1982. La terza edizione è quella franca, tersa, acuta e tormentata di Umberto Orsini per il Teatro Eliseo di Roma, che ha da poco cominciato una tournée già sicuramente fortunata. Il dramma, in sostanza, sviluppa un tema caro al teatro dell'epoca: quello del "triangolo". Ma a modo suo; infatti il "triangolo" è, al presente, solo sospettato dall'avvocato Federico Arcetri, cui furono consegnate lettere ambigue di Bice. Ch'è la sua seconda moglie, perché la prima, Clara, egli la uccise avendola colta in flagrante adulterio. Le lettere di apparente denuncia di Bice gli sono state consegnate dalla suocera della defunta. I sospetti sono infondati, anche se il tradimento fu forse sfiorato nell'animo della giovane donna, cui il carattere dispotico e freddo di Federico offriva più di un motivo di insoddisfazione. Il fatto è che Federico vive male la propria agiata esistenza, poiché la sua filosofia è che la vita è una malattia. Egli è, dunque, un tipico personaggio sveviano. Tutto analizza, tutto disseziona, tutto lo agita: soffre terribilmente il prossimo nella sua mente intrisa di patologica memoria del gesto omicida. Il rimorso gli nega la pietà di sé stesso e l'accettazione degli altri. Perciò tormenta Bice e la sottopone a interrogatori dei quali uscirà (se così si può dire) quando "nella comune e grande infelicità" sua e di Bice, egli stabilirà di poter perdonare la donna della pur non confessata e umbratile colpa e, quindi, non avendo più nulla da chiedere su di lei alla suocera malata, acconsentirà che essa vada a curarla. Terribilmente egli afferma: "Nel delirio potrebbe scambiarti con Clara". Frase che annulla Bice e ribadisce la perennità di un rovello, di una pena ulteriore e di un amore spasmodico non dimenticato. Bice, insomma, non è dal canto suo esistita veramente. Dramma crudo, lancinante, dove il carnefice (Federico) è vittima come l'innocente (Bice). Dramma d'altissima e vibrante tenuta favorita da una lingua affilata e acuminata, densa di pensieri e di lampeggiamenti dalla tenebra occulta di lui. Dramma di vertigini della mente. Giuseppe Patroni Griffi ha assunto questa tragedia senza sangue nei pieni valori documentari di una civiltà nel suo "impasse" morale e di un personaggio emblematico nei suoi sussulti "d'onore"; aiutato dalla splendida scena I di un astratto floreale dovuta ad Aldo Terlizzi, ha creato un allestimento spoglio e duro e inospitale, entro il quale Umberto Orsini sviluppa un personaggio scostante e selvaggio sotto le forme sociali più ineccepibili; un Federico teso, anelante alla verità, dubitoso e piagato, che cova il suo fuoco di incerti sospetti, il suo bisogno di una pace negatagli però dalla propria natura malata. In effetti, qui Svevo raggiunge l'acme del pessimismo esistenziale. Lucidissima e vibrante interpretazione, fremente di stridori coscienziali e di lacrime ingoiate. Accanto al bravissmo attore la Bice dolcissima e finemente enigmatica di Valentina Sperlì, mentre Anita Bartolucci offre una splendida, autorevolissima interpretazione di Arianna, la suocera, e si prende un lungo, meritato applauso a scena aperta. Toni Bertorelli, Kaspar Capparoni, Pietro Montandon, Lucilla Lupaioli e Silvia Nati completano il validissimo cast.
Odoardo Bertani

Il Giornale, Giovedì 18 Novembre 1993
Un Orsini "sveviano" tra scatti e silenzi.
Accoglienza festosa al Nuovo di Milano per "Un marito" presentato con l'adattamento e la regia di Giuseppe Patroni Griffi.
Accanto all'acclamato protagonista si sono distinti Anita Bartolucci, Valentina Sperlì, Toni Bertorelli e Kaspar Capparoni.
È ingiusto, oltre che ingenuo, liquidare "Un marito" di Svevo come un semplice dramma della gelosia e altrettanto superficiale è apparentare la drammaturgia del triestino a quella di Ibsen, Strindberg, Cechov, Pirandello, la quale ultima, semmai, anticipò di un ventennio. Nel tre atti che Ettore Schmitz, "in arte" Italo Svevo, concepì, scrisse, riscrisse nell'arco di otto anni, senza avere la soddisfazione di vederli sulla scena, come del resto gli accadde per tutti i suoi tredici copioni, la vicenda non si esaurisce nella rinnovata spinta al delitto d'onore che, a dieci anni dall'uccisione della fedifraga prima moglie, induce l'avvocato Federico Arcetri a meditare analoga soluzione nei confronti dell'incauta seconda moglie Bice, indotta dal fallimento matrimoniale ad un rivalsa meramente platonica accettando la corte serrata di un disinvolto e libertino amico di famiglia. Dietro l'esibita certezza di aver dieci anni prima compiuto non già un delitto, ma un atto di giustizia, tanto da voler accettare la difesa di un "alter ego" pur egli macchiatosi di uxoricidio, Arcetri ha celato anche a se stesso l'angoscia dell'ossessionante ricordo dell'odiata idolatrata Clara. Ormai incapace di amare, ha cercato nella dolce Bice non tanto una moglie-amante quanto una sorella-madre, quale in effetti è rimasta per lui la mamma di Clara con il suo ambiguo rapporto di amore-odio che la spinge a consegnare all'ex genero le lettere compromettenti che Bice ebbe a scrivere all'infuocato spasimante nella speranza di riaccendere la fiammella coniugale con l'acciarino della gelosia. La finale risoluzione di Arcetri di risparmiare la vita alla "traditrice", umiliandola peraltro di fronte ad un giudice implacabile come la madre di Clara, muove in definitiva da una visione pessimistica dell'esistenza, dall'infrangersi dei generosi slanci giovanili contro il muro dei pregiudizi, dalla solitudine senza scampo di un uomo condannato al più spietato riesame delle motivazioni con cui a suo tempo si autoassolse. Come nell'edizione di "Un marito" che De Bosio allestì una decina di anni orsono, protagonista Aroldo Tieri, si era fatto ricorso all'adattamento di Tullio Kezich per rimediare almeno in parte all'"Italiano scritto male" da tanti rimproverato a un narratore e drammaturgo che si esprimeva immancabilmente in dialetto quando non parlava tedesco, anche stavolta il regista Giuseppe Patroni Griffi s'è accollato l'onere non tanto di un bagno in Arno, quanto di un aggiornamento della scrittura originaria. Nella suggestiva quanto algida ambientazione "art déco" ideata dallo scenografo Alto Terlizi, autore anche dei raffinati costumi, s'è imposta la nevrotica, gridante, tormentata mediazione interpretativa di Umberto Orsini che, memore del mitici silenzi eduardiani, ha alternato nel calvario laico dell'uxoricida momenti di esasperata tensione a improvvisi "vuoti", ma, quasi a trasmettere allo spettatore il rovello implacabile di un rimorso invano rimosso da autogiustificazioni di comodo, ancora una volta l'Orsini più autentico non si esprime nell'urlo spiegato e nel gesto impetuoso bensì nel risvolto dell'angoscia impietrita, dei sussurri a fior di labbra, degli sguardi smarriti nel nulla. A fianco di cotanto protagonista Valentina Sperlì ha saputo conservare diafana delicatezza alla seconda moglie rischiosamente compiaciuti di dialettiche schermaglie amorose, mentre Toni Bertorelli ha accentuato con efficacissimo tratto la ruvidezza affettuosa del protettivo fratello di Bice e Anita Bartolucci ha strappato un applauso a scena aperta allorché la sua nerovelata madre di Clara, nell'attimo stesso che consegna all'ex genero le lettere compromettenti della "intrusa", gli conferma il distorto affetto materno. A condividere le festose accoglienze del Nuovo sono stati anche Kaspar Capparoni, Lucilia Lupaioli, Pietro Montandon, Silvia Nati, a pieno agio nei rispettivi ruoli dell'insinuante dongiovanni Paolo, di sua moglie Amelia, dell'affidabile Augusto, della disorientata cameriera.
Gastone Geron

Corriere della Sera, Sabato 20 Novembre 1993
Un grande Orsini in un torbido dramma di Svevo.
L'uxoricida torna sempre sulla donna del delitto.
Ultimato nel 1903 dopo un lungo travaglio creativo e (come quasi tutti i testi teatrali di Svevo) mai rappresentato durante la vita dell'autore. Un marito da l'impressione di un'opera postuma per vocazione oltre che di fatto, come se la definitiva rivelazione del suo senso appartenesse ancora per qualche aspetto al futuro. È un testo asimmetrico, quasi sbilenco, con un inizio faticoso per non dire impacciato e un terzo atto di sconvolgente potenza. Non credo si possa ancora parlare a questo punto, di quel rapporto con la psicoanalisi che sarà poi decisivo per Svevo; ma se ne avverte, come dire!, il fantasma, la premonizione sottile e forte e la capacità dello scrittore di "mettere in scena" il profondo, di farci intravedere o intuire un'altra verità, un'altra logica dietro le parole e le azioni dei personaggi. A distanza di una decina d'anni dalla bella edizione di Gianfranco De Bosio, l'inquietante commedia viene riproposta da Giuseppe Patroni Griffi in un allestimento di accurata fattura e con un eccellente Umberto Orsini, nella parte che fu allora di Aroldo Tieri. Mi sembra che Orsini stia attraversando, da un paio d'anni, una fase molto importante della sua carriera d'artista e che questa interpretazione ne segni, almeno per ora, l'apice. Non c'è un solo accenno di cedimento nella tensione espressiva, e prima ancora nervosa, con cui riesce a rendere nella voce e nei gesti, nell'illividirsi dei toni e nel precipitare delle sillabe i terribili e ambigui tormenti di Federico Arcetri, l'avvocato uxoricida che, assolto per "motivi d'onore", viene bruscamente rimesso di fronte alla propria colpa quando, non senza malizia, gli viene chiesto di assumere la difesa di un uomo che ha ucciso la moglie in circostanze analoghe. Può sembrare, e forse è, un espediente ingenuamente melodrammatico, ma Svevo provvede subito e genialmente a rimpizzarlo con una geometria davvero inedita: non, come può apparire a prima vista, il solito triangolo marito-moglie-amante della moglie, bensì quello che ha per vertici il protagonista, la nuova moglie e la madre della moglie uccisa. Indotto a dubitare più da un'atroce coazione a ripetere che dalla sete di vendetta della ex-suocera, che gli fornisce le ingannevoli prove del tradimento, Federico arriva sulla soglia di un altro delitto. Non la varcherà; ma I'apparente lieto fine non risulta, sul piano simbolico, meno torbido e micidiale. Di Orsini ho già detto: una prova di strepitosa bravura e, cosa ancora più importante, di ammirevole controllo interiore. Patroni Griffi ha ottenuto - una buona continuità ritmica anche dagli altri interpreti. Efficaci, in particolare, mi sono sembrati Anita Bartolucci che è la madre della vittima e Toni Bertorelli che è il cognato, mentre ho trovato elegante e precisa, ma un po' monocorde Valentina Sperlì nella parte (difficile in tutti i sensi) di Bice, la seconda moglie: un personaggio di cui anche il regista, forse, ha un pò trascurato la complessità. Gli altri sono Kaspar Capparoni, prevalentemente decorativo nella parte del fatuo corteggiatore di Bice, Pietro Montanari e Silvia Nati. Più ininfluenti che ridondanti mi sono apparsi, infine, la raffinata mobilità e il sofisticato fasto Art nouveau delle scene di Aldo Terlizzi.
Giovanni Raboni

Il Giorno, Mercoledì 24 Novembre 1993
Sul lettino di Italo Svevo le infernali ossessioni di Orsini e Patroni Griffi.
Milano - Nel 1903 Pirandello lavora al "Fu Mattia Pascal" e non pensa ancora al teatro. Lo stesso anno, in piena Belle Epoque, Svevo scrive "Un marito" anticipando - possiamo dire - Pirandello e Freud, e precedendo di oltre mezzo secolo Pinter. La commedia - uno dei tredici copioni che Svevo si tenne nel cassetto, perché era un isolato che vendeva vernici per la nautica a Trieste - è un capolavoro, ma ci vollero ottant'anni prima che Tieri e la Lojodice la portassero al successo. Un capolavoro nonostante che - vecchia storia - anche qui la forma risulti, come nel resto dell'opera sveviana, inferiore al contenuto. Una volta di più Svevo - come disse Montale, suo scopritore con Joyce e Cremieux - con il suo stile antiquato rapisce e trasporta verso il nuovo. Incontestabile l'affermazione di Patroni Griffi, regista assai partecipe di questa edizione e, come adattatore, attento a togliere certe muffe del tempo, situando la commedia oltre un residuo naturalismo, in uno spazio metafìsico ben disegnato dal bellissimo, nella sua algida funzionalità, dispositivo scenico di Terlizzi: "Con "Un marito" precipitiamo nel crogiuolo della neonata psicanalisi, incontriamo i personaggi del teatro a venire, siamo già nella, rivoluzione culturale del Novecento". L'avvocato Federico Arcetri - che dieci anni prima aveva ucciso la moglie adultera, era stato assolto dalla società e non aveva provato apparentemente rimorsi - è chiamato a difendere un uxoricida. Ma Arcetri - che ha sposato la dolce, luminosa Bice, sorella di un medico, il professor Reali - vive nell'ossessione segreta di essere "assolto" anche dalla madre della moglie uccisa, la signora Arianna Pareti. Questa, quasi volendo così assolvere la figlia, porta all'ex genero le prove che anche la virtuosa Bice lo tradisce. Due lettere di un flirt, di un adulterio non consumato fra Bice e Paolo, un amico di famiglia: ma bastano per scatenare un inferno coniugale e, nell'Arcetri, l'ossessione del passato che si ripete. La coppia uscirà da questa lotta con le tenebre tramortita, rassegnata a vivere in una malinconica incomprensione. "Io so - dice Arcetri - che tu volevi tradirmi; so anche che, non per tua virtù, tu non m'hai tradito". Il passato si sovrappone su un futuro grigio, l'ombra della prima moglie cala su Bice. La ricchezza dei temi interiori, non riassumibili nel breve racconto del plot, è benissimo evidenziata dal regista-adattatore. E agli interpreti, tra i quali vorrei subito citarne due che mi son parsi esemplarmente "sveviani": Pietro Montandon, nel ruolo del collaboratore fedele e maltrattato dell'Arcetri, toccante nel suo tentativo di rimetter pace, e Toni Bertorelli, il fratello di Bice. Umberto Orsini disegna "en noir" il personaggio del marito, lo esprime nelle zone di una solitudine brusca, inquieta, risentita, fra il peso dell'uxoricidio commesso e la ricerca impossibile di una pace inferiore. E un uomo che lotta contro fantasmi e ossessioni, un ecorcé che per difendersi usa il sarcasmo. Un'altra sua grande interpretazione: ma consiglierei di interiorizzare con mezzitoni certi scatti ch'egli invece risolve recitando con frantumata, ronconiana esasperazione. La Sperlì cesella una radiosa Bice in vaporose toilette biancorosa, ha i due volti della giovinezza e della maturità interiore.
Ugo Ronfani

Il Gazzettino, Giovedì 2 Dicembre 1993
In scena al "Goldoni" di Venezia "Un marito", di Italo Svevo.
Nel gorgo del rimorso.
La Compagnia dell'Eliseo diretta da Umberto Orsini con la regia di Patroni Griffi, ha offerto una spietata lettura psicologica del copione.
Il vento delle elezioni ha cominciato a filtrare pure nel teatro che ha la più brutta facciata del nostro paese (al dire di Giulio Bosetti dalla chioma argentea). Infatti già in occasione della prima di Svevo con il duo Orsini-Patroni Griffi (chi ha buona memoria ricorderà almeno un film, "Il mare", e due commedie memorabili, intitolate rispettivamente "D'amore si muore" e "Metti una sera a cena") fra platea e foyer circolavano voci sulle intenzioni del probabile sindaco Cacciari di fare piazza pulita della realtà chiamata stabile veneta. O per lo meno di staccare la capitale lagunare dall'abbraccio di Padova, che secondo gli appassionati veneziani farebbe scadere il tono di un teatro che dev'essere a respiro internazionale. Si tratta di chiacchiere ma lasciano intendere che il cammino di "Veneto teatro", già difficoltoso, rischia di divenire ancor più accidentato. "Cui prodest?", insegna un vecchio latinetto appreso sui banchi di scuola... Il guaio è che con la politica tutto si complica a strappate improvvise, e così talora vanno in fumo esperienze forse molto utili. Non è il caso di dilungarsi, bensì una volta accennato ai si dice (che forse non rispondono nemmeno a verità) di dare notizia dello spettacolo che ha richiamato al "Goldoni" i soliti abbonati più qualche curioso, tutti raccolti in platea con gran vuoto dei palchi. La "Compagnia del Teatro Eliseo" diretta da Umberto Orsini ha presentato infatti "Un marito" di Italo Svevo, il famoso scrittore triestino che soltanto nell'ultimo scorcio di vita ha avuto la soddisfazione di vedersi riconosciuto autore di teatro. Per la verità, si tratta d'una commedia sfornata nell'anno di grazia 1903, che non ha mai richiamato l'attenzione dei comici nostrani, per cui nonostante la sua qualità pirandelliana ha dovuto attendere la stagione '61 per venire inscenata nel rispetto delle sue molteplici componenti. Eppure si tratta d'una vicenda che dall'inizio alla fine prende lo spettatore con la forza della sua incalzante analisi del rimorso che può attanagliare l'uomo in maniera così assillante da fargli smarrire la sua identità e le sue convinzioni. Protagonista del lavoro che ha quasi il piglio di un giallo, è l'avvocato Federico Arcetri, il quale ad un certo punto della sua esistenza, aizzato dalla gelosia, ha ucciso la propria moglie in obbedienza ad un vecchio codice dell'onore in voga nella società di ieri. Prova ne sia che una volta in tribunale viene assolto, e rinfrancato nella certezza d'essere nel giusto. Ragion per cui dopo un certo lasso di tempo si risposa convinto di iniziare una esistenza completamente tranquilla. Invece la maschera della suocera che si affaccia ad insinuargli il sospetto di un nuovo tradimento coniugale, ha il potere di metterlo in crisi, finché la moglie con ferma dolcezza gli fa capire l'assurdità del suo modo di comportarsi, che alla fine lo sospinge verso la riva della madre di Clara, sua prima moglie. Alle prese con un copione irto di difficoltà, il regista Patroni Griffi ha avuto l'intelligenza di ridurre i vari personaggi a maschere prive di spessore fisico, che diventano strumenti di un'analisi spietata, condotta senza mai una sbavatura all'insegna d'una foga dialettica incalzante. Concludendo, uno spettacolo di qualità, recitato con elegante misura da Umberto Orsini, Valentina Sperlì, Toni Bertorelli, Anita Bartolucci nella sofisticata cornice ideata da Aldo Terlizzi. Si replica fino a domenica prossima. Molti applausi.
G.A. Cibotto

Panorama, 11 Dicembre 1993
Tragedia grottesca dell'onore tradito.
Il più bello spettacolo dell'anno, e lo dico con assoluta convinzione anche se altri prediligono cose differenti. Come punto di partenza abbiamo un testo di grande interesse ma relativamente poco noto. Poi una magnifica compagnia di attori affiatati (Toni Bertorelli, il cognato, bravissimo nel dialogo iniziale con il marito), una magnifica Anna Bartolucci nella parte ingrata della suocera vendicatrice, un'incantevole Valentina Sperlì nel ruolo della moglie. Una scenografia quasi troppo bella ed elegante, tanto da attirare vistosamente l'occhio su di sé. Un'intelligentissima regia che coadiuva brillantemente con l'attore principale, Umberto Orsini, nel far deragliare il personaggio dal binario consueto. Il soggetto non potrebbe essere più tragico: un marito ha ucciso la prima moglie, fedifraga; perseguitato dalla madre della vittima che rivela una possibile infedeltà della seconda moglie, quasi gli sembra doveroso ucciderla, o votarla alla morte, non tanto per difendere il suo onore, quanto per coerenza e per fedeltà al ricordo della prima moglie, da lui adorata nonostante il tradimento. E le Erinni stanno a guardare, nella persona dell'inconsolabile madre della donna uccisa. Ma il concetto di onore e di fedeltà è mutato da quando Italo Svevo scrisse la commedia, nel 1923, e oggi solo Totò Riina e certe falde estreme dell'integralismo cattolico identificano la morale col sesso e difendono la legittimità della preservazione dell'onore. Oggi il personaggio del marito è grottesco oltre che tragico, e Umberto Orsini abilmente spinge il suo personaggio fino a quel sottile discrimine che separa il tragico dal comico. I suoi interventi in questo senso sono minimi ma decisivi: una manovra circuitante prima di afferrare la lettera del sospetto, la stessa lettera che si trasforma in una barchetta di carta che avanza leggera sul soffio della calunnia e delle avversità, un movimento isterico ma annoiato delle braccia di fronte alla rivelazione delle disgrazie della cameriera, una certa goffaggine voluta (come se fosse un cattivo attore nel gioco della società) nel suo comportamento sociale, la contraddittorietà dei gesti. Una interpretazione che tende fatalmente alla soluzione comica, anche se nervi e tendini sono sottoposti alla tensione tragica: così era anche il suo Misantropo l'anno scorso. Se mai ci fossero stati dei dubbi, Orsini si conferma come il miglior attore sulla scena italiana, e quando si affida nelle mani di ottimi registi, come Luca Ronconi o Giuseppe Patroni Griffi, i risultati possono essere sbalorditivi.
Giudo Almansi

Il Messaggero, Venerdì 4 Febbraio 1994
Non è il dramma dei tradimenti ma dell'identità.
Umberto Orsini è il superbo protagonista del testo di Svevo, in scena all'Eliseo, con la regia di Giuseppe Patroni Griffi.
Può sembrare, ma non è, una commedia sull'adulterio. Può sembrare, ma non è, un dramma sul delitto d'onore. Più verosimilmente siamo a cavallo tra Freud e Pirandello (ma in anticipo su di loro) alla ricerca di un'identità che si vorrebbe compatta ma che rimane irrimediabilmente divisa. Quest'ultima Ipotesi è forse la più vicina alla sostanza di Un marito di Italo Svevo (1903) che ora viene riproposto (a dodici anni dall'ultima edizione di cui era protagonista Aroldo Tieri in un perspicuo adattamento di Tullio Kezich) da Umberto Orsini, con la regia di Giuseppe Patroni Griffi e con la compagnia del Teatro Eliseo. Il sipario si apre su un antefatto che peserà poi su tutto il resto: l'avvocato Federico Arcetri, dieci anni prima, ha ucciso la moglie Clara avendola sorpresa in flagrante adulterio. In tribunale è stato assolto e qualche tempo dopo si è risposato. Ma in lui è rimasta ben stampata nel profondo l'impronta di quell'atto compiuto per obbedire a un codice non scritto. Il personaggio di Federico è quello di un io diviso, che al proprio interno (e qui sta l'invenzione di Svevo) è posseduto da due ruoli: quello di chi vuol persuadere sé stesso e gli altri che quell'atto omicida era "dovuto", e dunque sarebbe da ripetere in circostanze analoghe; e il ruolo di colui che è rimasto agganciato per sempre, come avrebbe detto più tardi Pirandello, a quell'atto fatale e non può fare a meno di adoperarsi per medicarne le conseguenze, soprattutto nei confronti dell'ambiguo personaggio della madre dell'uccisa. La seconda moglie Bice, che a sua volta sembra incamminata (ma in realtà non lo è) sul sentiero del tradimento, cerca di strappare Federico al morboso e tenace aggancio che ha segnato la sua vita. L'esito è lasciato sospeso: la lacerazione di Federico è profonda come una forma di conoscenza. "Io sono la malattia, e guarirò morendo", aveva detto in un lampo di lucidità. Il fascino segreto di questo dramma sui conflitti fra l'essere e il dover essere è racchiuso (come spesso accade in Svevo) dentro una scorza un po' aspra, nelle pieghe di un dialogo talvolta impacciato: sta a coloro che lo interpretano liberare tutta l'energia che contiene. Il peso gettato sulla bilancia da Umberto Orsini è, in questo senso, decisivo. Non solo una imponente prova d'attore: ma la capacità di moltiplicare i piani psicologici del suo personaggio, facendolo bruciare davanti a noi al fuoco delirante e chiaroveggente che lo consuma, speso spandendo tizzoni di una stravolta ironia, ora vittima e ora carnefice. Ingobbito, come anchilosato da quel carico che è anche la sua ragione di vita, Orsini costruisce un'immagine non facilmente dimenticabile. Gli fa da perfetto contrappunto l'avvenente naturalezza con cui Valentina Sperlì, nel ruolo di Bice, dipinge la levità di un cuore femminile nel quale si mescolano l'innamoramento, l'istintiva civetteria e una dedizione profonda. Toni Bertorelli da buon risalto a un personaggio di sana concretezza, Anita Bartolucci vela di giuste ambiguità il personaggio della suocera; con loro sono Pietro Montandon, Kaspar Capparoni, Lucilla Lupaioli e Silvia Nati. Le scene di Aldo Terlizzi, perfetta macchina simbolica e semovente in stile "art nouveau", suggeriscono l'interno, le aperture e le trappole di una camera mentale, anche se a tratti si raggelano in troppo sontuose architetture. La regia di Patroni Griffi, applauditissimo alla fine con gli attori, raggiunge il cuore del testo auscultandone la rarefazione.
Renzo Tian

Il Manifesto, Giovedì 10 Febbraio 1994
"Un marito", la malattia e l'analisi. Secondo Svevo.
Roma - Un testo poco frequentato. Un marito di Italo Svevo, di un autore che siamo soliti vedere più spesso "ridotto" da Kezich che non rappresentato coi suoi testi. Che egli praticamente non vide mai andare in scena, e che mantiene così oggi per noi sapori acri di "scoperta". In particolare in questo allestimento dell'Eliseo, dove si confrontano l'interpretazione fortissima di Umberto Orsini e la messinscena di Giuseppe Patroni Griffi. Questi, memore della trilogia pirandelliana del "teatro nel teatro" realizzata negli anni scorsi, spinge Svevo verso tematiche e atmosfere del drammaturgo siciliano: operazione lecita, a suo modo legittimata da La linea Svevo Pirandello di Barilli. Orsini invece (in assoluto l'unico attore italiano della sua generazione ad accrescere incredibilmente ogni volta il proprio spessore) da tanta compressa energia al personaggio dell'avvocato Arcetri, da svelarcene ogni vergognosa, ma a noi contemporanea, nudità interiore. La storia, come spesso in Svevo, è quella familiare di un matrimonio: lui ha ucciso la prima moglie in un impeto di gelosia, e assolto in tribunale è perseguitato solo dalla madre della vittima, Erinni in gramaglie (Anita Bartolucci); lei coltiva coscientemente il tradimento, ma quasi solo per contrastare l'indifferenza di lui, senza pensare davvero di consumarlo. Non ci sarà un nuovo omicidio perché, tra tragedia e ironia, tutto si disputa già in quel teatrino dei sentimenti che Svevo costruisce con linguaggio spezzato e punte acuminate. Siamo solo nel 1903, ma Arcetri, quando si è delineata la situazione, può già gridare "Io sono la malattia", e l'interprete Orsini si mette a fare barchette di carta delle lettere che il tradimento della moglie devono provare. Un testo analitico, ricco di chiaroscuri stridenti, tra inferni matrimoniali e grumi inconfessabili, che Patroni Griffi ammorbidisce però in uno scorrere e rigirarsi di pannelli e pareti, levigati e luminosi in simil Klimt. Orsini è un "marito" drammaticamente impegnato a elaborare una vendetta "vivente", essendo già ricorso la prima volta a una rimozione radicale della colpa e della colpevole. Si contrae e si deforma, rinunciando al proprio appeal, per parlare col corpo prima ancora che con le parole di Svevo. Il malessere con lui si fa profondo e sicuramente "non curabile". Nonostante la propria scena inferiore si concretizzi nelle apparizioni e nelle battute degli altri, tra i quali vanno ricordati ancora Valentina Sperlì la moglie, Toni Bertorelli ragionevole cognato, Pietro Mondandon segretario alla Murnau, e Lucilia Lupaioli amica tradita.
Gianfranco Capitta