Emilia Romagna Teatro
Associazione I Teatri - Reggio Emilia
presentano



TROILO E CRESSIDA
di William Shakespeare
traduzione Enrico Groppali
libero adattamento Giancarlo Cobelli

con
Fabio Albanesi, Ignazio Baglio, Francesco Benedetto,
Bruno Bilotta, Giuseppe Calcagno, Rino Cassano,
Giampiero Cicciò, Fabio D'avino, Paolo Gasparini,
Elena Ghiaurov, Davide Israel, Pierpaolo Lovino,
Giovanna Magliona, Mauro Mandolini, Giuliano Oppes,
Salvatore Palombi, Antonello Scarano, David Sebasti,
Giampaolo Valentini

regia
Giancarlo Cobelli

scene e costumi Paolo Tommasi
luci Robert John Resteghini
colonna sonora Dino Villatico


A proposito dell'allestimento di "Troilo e Cressida"
Come abbiamo detto più volte presentando gli spettacoli di nostra produzione, ogni spettacolo ha una sua storia che è spesso molto complessa, un suo itinerario che a volte coincide con l'"avventura". E questo accade tanto più se si crede che "fare teatro" sia il tentativo di creare qualche "avvenimento" artistico e culturale (non un lavoro di routine per fare contento un pubblico purchessia e per ottenere i finanziamenti) e anche una sia pur piccola testimonianza di "civiltà" (sintesi di esigenze diverse che vanno dal tentativo di fare opera di poesia a quello di costituire una struttura "efficiente") in un momento di sbandamento diffuso e generalizzato. Troilo e Cressida è anche il tentativo di fare un po' di chiarezza. Sì, perché c'è molta confusione nel teatro italiano e non c'è nemmeno da stupirsene, del resto: il teatro è sempre, nel bene e nel male, uno specchio della società in cui vive. Confusione perché non c'è una legge di settore, confusione perché quasi tutti parlano secondo il proprio particolare e con miopia; confusione perché quasi tutti ritengono di avere meno di quanto meritano; confusione perché si ha nostalgia di un tempo in cui vi erano "manifesti" da firmare e però non c'è ora la capacità di trovare denominatori comuni ampi ma non usurati; confusione perché le utopie sono astratte e gli "utopisti" si vantano di non essere pragmatici; confusione perché i "pragmatici" (privi ormai dei riferimenti abituali che davano, o sembravano dare, senso al loro agire) non possiedono più nemmeno le parvenze di un "sogno" e non hanno (più) quindi una reale "cultura di governo"; confusione perché tutti addossano a tutti gli altri le responsabilità della confusione; confusione perché se tutti intrasentono che è arrivato il momento di accettare sacrifici, quasi nessuno ritiene che tale esigenza valga anche per loro; confusione perché il pubblico è spesso corrivo e comunque frastornato, frastagliatissimo, culturalmente devastato dallo spettacolo televisivo di cui perfino chi lo fa parla come di qualcosa che si è protratto oltre ogni limite della decenza. C'è anche molta confusione nel concetto e quindi sui compiti del "teatro pubblico". Si dice che il teatro pubblico deve favorire il "teatro di regia", un teatro inevitabilmente più costoso di altri: se non lo fa il teatro pubblico, chi lo fa? Certo. Si dice che il teatro pubblico debba favorire i giovani autori: se non lo fa lui, chi lo fa? Sacrosanto. Si dice che il teatro pubblico deve rappresentare i "grandi classici" altrimenti nessuno li farà più, e anche questo è vero. Del resto, vanno rappresentati autori viventi che giovani non sono più ma meriti ne hanno, altrimenti chi si ricorda di loro? Verissimo. Si dice poi che non si può assolutamente trascurare la formazione dei giovani attori perché diversamente tra poco non ci saranno più attori in grado di far bene il proprio mestiere - e anche questa affermazione non è lontana dalla verità. Del resto, come dimenticare i "giovani registi" e come trascurare la "ricerca" la quale, ancorché appannaggio di centri specializzati, non può ne deve - si dice - essere dimenticata dal teatro pubblico. Ancora, il teatro pubblico (che, ricordiamolo per i non addetti ai lavori, non ha fini di lucro ne aziendali ne individuali) deve fare cicli di conferenze, un'attività editoriale, avere le sale piene e i bilanci in pareggio anche se le sovvenzioni, lungi dall'alimentare, non tengono nemmeno il ritmo dell'inflazione e arrivano sempre più in ritardo. Si addensano insomma sul teatro pubblico molte domande accompagnate da una profonda diffidenza che è poi quella che la società italiana ha sempre più nei confronti di tutto ciò che è "pubblico". È peraltro vero anche che il teatro pubblico ha commesso non pochi errori e ancora, temo, li sta commettendo. Occorre però chiarire almeno due cose. Innanzitutto che questi errori li ha commessi in "buona compagnia". In quella cioè del teatro che pubblico non è e di un interventismo politico che aveva non solo e non tanto la responsabilità di essere troppo ingerente quanto quella di non essere sufficientemente competente e di non amare realmente l'oggetto delle sue attenzioni. Detto questo, rimane comunque il fatto che la demolizione del concetto di teatro pubblico (che non riguarda solo i teatri che pubblici sono per stato giuridico ma anche tutti quelli che a quel concetto si ispirano) coinciderebbe con la fine di buona parte delle più alte espressioni del teatro italiano e con il dilagare di una spettacolarità para-televisiva e della vera sottocultura, con un'ulteriore vittoria di quella "cosa" che Brecht, lasciando Monaco per Berlino agli inizi degli anni Venti, definì "Mahagonny". La storia di questo spettacolo è, all'inizio, anche una riflessione sulle questioni che abbiamo qui sommariamente elencato. Negli anni, il programma produttivo di ERT si è sempre più orientato a promuovere, per quanto possibile e per quanto capace, un teatro in qualche misura "sommerso", cioè poco riconosciuto, non realmente ufficiale, non abituale (in quanto tale, anche più discutibile). Abbiamo prodotto (o coprodotto) sei "novità" in sei anni; abbiamo dato spazio alla formazione di giovani attori tramite le guide di "maestri" quali Castri e Cobelli; abbiamo lavorato con registi giovani ma qualificati come Salmon e Martone; abbiamo proposto testi del Novecento pochissimo rappresentati in Italia come i Dialoghi delle Carmelitane, Le serve, Amoretto; dato spazio al consapevolmente riconosciuto teatro di figura coproducendo Pinocchio e il prossimo spettacolo di Mimmo Cuticchio. Come logico e come noto, abbiamo fatto anche spettacoli più "semplici" (ma sempre, riteniamo, con dignità e professionalità) che a volte ci hanno consentito, con il loro successo, di sopravvivere nei momenti più duri. Con Cobelli, dunque, abbiamo lavorato molto, prima di arrivare a proporre questo spettacolo e confesso che eravamo partiti da idee di più facile realizzazione. Non riuscivamo però a trovare qualcosa che ci soddisfacesse realmente. In questa fase del suo lavoro e della sua ricerca, Cobelli è attratto soprattutto dall'idea di fare un teatro molto "libero", libero dai molti condizionamenti che un regista-autore può trovare nel momento in cui realizza spettacoli "tradizionali". Ha prevalso allora l'idea di pensare a uno spettacolo interpretato da giovani attori, impresa a cui Cobelli non è certo nuovo, e alla fine la scelta è caduta su un testo grandissimo e difficilissimo, un testo livido in cui il più grande autore della storia del teatro mostra, ci esprimiamo sommariamente, di credere ormai poco alla capacità dell'uomo di essere quello che potrebbe e dovrebbe essere (assai meglio di quanto potrei fare io, ne parla Jan Kott nel brano riportato in questo volume). Per parte nostra, ci è sembrato di soddisfare ad almeno uno dei più importanti compiti che il teatro pubblico ha o dovrebbe avere. Questo intendevamo dire parlando del tentativo di fare un po' di chiarezza. Cobelli e una ventina di ragazzi si sono allora chiusi per un mese in un luogo di montagna isolatissimo e lì hanno letto, studiato, "ricercato", "improvvisato", conosciuto i loro compagni. Poi hanno provato lo spettacolo per un mese e mezzo. Hanno fatto tutto questo in condizioni che se credo fossero buone per l'assistenza "tecnica" che dava ERT (insieme all'Associazione I Teatri di Reggio Emilia), erano però difficilissime dal punto di vista economico, perché il nostro Ente sta vivendo contemporaneamente un momento favorevolissimo ("saltati" tutti i record di presenze al Teatro Storchi, "successo di mercato" e di critica dell'Inventore del cavallo e di Pinocchio), ma anche di difficoltà finanziarie che costituiscono una morsa implacabile. Il lavoro è stato pertanto molto faticoso, molto più faticoso di quello che si immagini quando si allestisce un testo di Shakespeare. Fermo restando che tutto ciò non significa un invito all'indulgenza rivolto a chi vedrà lo spettacolo, rimane la "consolazione" che c'è ancora qualcuno che accetta grandi sacrifici per affermare un'idea, per arrivarvi in fondo, per non passare il proprio tempo a recriminare e a invidiare qualcun'altro. E' troppo dire: per dare corpo a un sogno?