Centro Culturale Teatro Aperto/Teatro Dehon
presenta


ENRICO IV
di Luigi Pirandello

con
GUIDO FERRARINI

regia
Adriano Dallea

scene Fabio Sottili
costumi Renata Fiorentini
luci Fabrizio Paluzzi


Un giovane gentiluomo che impersona Enrico IV di Germania in una sorta di cavalcata storica cade da cavallo, batte la testa e perde il senno, per dodici anni si crede davvero l'imperatore; quando rinsavisce, scopre che Matilde Spina, la donna che amava, è diventata l'amante del suo odiato rivale, Tito Belcredi. Decide allora di fingersi ancora pazzo per non rientrare nella realtà; ma quando Matilde con la figlia Frida, Belcredi e altri vengono a trovarlo, rivela la finzione. Tuttavia il ricordo della giovinezza perduta gli brucia; per di più, sa che la caduta non fu accidentale e vuole vendicarsi. La Matilde di allora è la Frida di adesso, ed è Frida che vuole. Abbraccia la ragazza. Belcredi si avventa su di lui ed Enrico lo trapassa con la spada. Ora che ha ucciso, è condannato a non abbandonare mai più il suo personaggio.

Personaggio fondamentale nell'ambito della produzione drammaturgica pirandelliana, Enrico IV incarna in maniera superba ed emblematica tutti i temi presenti nelle opere di Pirandello. Enrico IV, ovvero la tragedia della Ragione: il riconoscimento dell'insufficienza della ragione ad interpretare la realtà. L'uomo non può giungere a conoscere le cose come esse effettivamente, esistenzialmente sono, non può conoscere ne se stesso ne gli altri, solo una maschera della realtà gli è dato di conoscere, cioè la maschera che la ragione umana con violenza impone alla realtà per imprigionarla, per fissarla appunto in un'immagine quanto mai arbitraria. Da qui il dissidio, la tragedia, travolgente e assoluta per i personaggi che hanno avuto la terribile folgorazione di essere maschere di sé stessi, di poter comunicare solo con maschere in una pseudo-comunicazione che è in realtà un'illusione, e non si rassegnano questi uomini e queste donne, travolti da quel supremo paradosso che è la follia, cioè assunzione totale di tutte le possibilità, abolizione di ogni prospettiva temporale e spaziale, cioè razionale. Su questo piano la vicenda di Enrico IV è esemplare, egli infatti quando dopo dodici anni di pazzia "rinsavisce" sceglie la Verità della follia e non la maschera del quotidiano, continua ad "essere" e non ad "apparire" Enrico IV. cioè a vivere quell'Assoluto che la ritrovata ragione verrebbe a togliergli. II confrontarsi con un testo di tale grandezza e complessità rappresenta certamente per il Teatroaperto una sfida carica di fascino e ricca di possibili futuri sviluppi. L'attualità del personaggio, la carica simbolica del testo, la profondità assoluta con cui viene disegnata la vicenda, rendono quest'opera talmente piena di significati e di riferimenti alla nostra attualità, da renderla in qualche modo diremmo "paradossale" ed enormemente "vera".

Note di regia: Enrico IV e lo "strappo nel cielo del teatrino".
Parte da una bella immagine del "Fu Mattia pascal" la lettura dell'Enrico IV che Guido Ferrarini mi ha proposto: basta uno strappo nel cielo del teatrino, perché cominci la stagione dei "ritegni" e delle "ombre", degli "intoppi" e delle "perplessità angosciose". Da questo punto di vista ho cercato di reinterpretare la vicenda dei personaggi ridotti a segni senza verità, muovendo, con tutta la delicatezza di cui sono stato capace, i fili della regia secondo i modi del "grottesco". Quindi frantumazione e dissonanza, rottura del cordone ombelicale che lega tra loro le parole e le cose, il soggetto e il mondo, mettendo a frutto la lezione che devo a Luigi Squarzina, il mio maestro, che per due volte mi ha guidato nel "continente Pirandello". Grottesco deriva da grotta: vi è quindi connaturata una propensione verso l'abisso e la profondità, una drammaturgia, dunque, non solare, non legata agli imperativi del decoro e della misura, non votata a sancire l'universo ordinato della rappresentazione. Al contrario è proprio l'immagine di un mondo compatto nelle sue compiaciute credenze, che il teatro rifrange punteggiata di vuoti, irrorata di smagliature, aperta sul "rovescio" e sul "fondo". Può essere ancora frequentabile la superficie se ciò che vi appare, e che lo specchio della caverna riflette, ha una consistenza fantasmatica, vi si agitano figure non costruite sull'unità psicologica, di gesto e di senso, ma personaggi sbrecciati, silhouettes ambigue, monconi di personalità alla ricerca di un impossibile centro? Un teatro del "ribaltamento" quello del grottesco; una drammaturgia che con feroce abnegazione si ostina a frequentare i moduli della teatralità borghese convinta che, nell'impossibilità di un nuovo "sublime", l'unico itinerario praticabile sia quello, demistificante ma disperato, della parodia e del "sentimento del contrario". Ho pensato che per allestire un Enrico IV negli anni '90 fosse preferibile andare oltre la tematica pirandelliana che nega la prigione dell'io, che tesse l'elogio della follia e dell'infanzia, per sottolineare il dramma del personaggio, la sua ricerca angosciata di un qualcosa che ponga fine alla "commedia delle maschere". Ho cercato di recuperare un palcoscenico di Pirandello dove una nozione come "essere" comincia già con il non avere più valore di verità, rivelandosi un accorato infrangimento della ragione. Enrico IV adduce una razionalità mossa sul filo dell'abisso, dilacerata dalle sue stesse conclusioni che, svuotando le convenzioni vigenti di un possibile senso, non sa, ne può, proseguire oltre lo stadio della negazione. Del resto Pirandello l'ha detto esplicitamente: "Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascerò attimo per attimo, impedirò che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni".
Adriano Dallea