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Avvenire, Sabato 4 Luglio 1992
Successo alla provocatoria pièce di Mastrosimone.
"Sunshine" corpo e anima.
Da donna troppo facile a donna vera.
Spoleto - Ancora, per così dire,
un "pas-de-deux" in prosa al Festival di Spoleto. Un'ode in morte della
coppia. Una cronaca amara dell'impotenza e della solitudine. Una fine
del prossimo, divenuto invincibile ed anzi propriamente intoccabile,
se esso è la donna che, di là da un invalicabile schermo di vetro, fa
mosse e dice cose per eccitare i sensi di un giovane separato da ogni
finalità naturale, e figurarsi poi se c'è spazio per il sentimento,
per l'amore. Almeno, sembra. Dicono che di tali luoghi ce ne siano -
in America, credo -, e si chiamino Peep-show: tetri box, ed anzi luridi.
La "pièce" di William Mastrosimone si intitola "Sunshine"; e la protagonista,
inscatolata nel suo bugicattolo, è una dea della morte, perché lo squallido
rito erotico cui essa induce celebra la morte della persona. Chi si
rivolge "(Sunshine" - ed alle sue simili - ha perso ogni coscienza della
propria identità, è giunto al limite di ogni speranza in se stesso e
nella vita, accetta la meccanicità degli atti più segreti e delicati,
ha raggelato il proprio cuore e, insomma, ha degradato, mercificato
l'esistenza. Credo che bisogna cogliere la tristezza di questo fenomeno
di inaridimento morale per non buttare subito via la commedia, la cui
moralità supera - a mio avviso - gli aspetti di traumatizzante esemplificazione;
liberarsi di essa sorridendo di compatimento è un modo indiretto di
accettare, come inevitabile dato di fatto, una sottesa filosofia fatalistica.
Il contenuto (e tantomeno la formulazione scenica seguitane) di "Sunshine"
non è la pornografia. Al contrario. Per questa ragione ne parlo, senza
velarmi il capo, scandalizzato dalla sua messa in scena, curata da Marco
Mattolini; traduttore e regista, con personale attenzione, anzi, a non
oltrepassare i confini della decenza rappresentativa, posta appena a
rischio nei primi minuti, che si svolgono appunto in uno dei suddetti
Peep-show. Perché poi, in effetti, la commedia si svolge fuori, nelle
stanze di un paramedico (ma troppo esperto di medicina, per essere affatto
credibile) sposatesi, ma praticamente separato dalla moglie. Dunque,
solo. In questa casetta di "single" piomba Sunshine, per sottrarsi alle
busse del suo compagno. E siccome essa è assai migliore della professione
che esercita, anzi è donna sensibile e spiritosa, e di rapida intelligenza,
capiterà che riesca a lei di estrarre magneticamente la verità della
condizione umana nel suo provvisorio salvatore, il quale infine, cede
al fascino indubbio della donna, che però gli sfugge non senza qualche
buona ragione e riserbo interiori. In un secondo tempo, però, arriva
il "lieto fine" che spreca un poco quanto era stato prima costruito
sulla difficoltà di essere e di comunicare, pur nei termini appressimativi
ed ovvi di una drammaturgia che non passa dalla psicologia ai valori
dello spirito se non indirettamente. Sicchè posso dire che Sunshine"
è un'occasione parzialmente perduta per la drammaticità dell'assunto;
l'arditezza dello spunto iniziale - che è peraltro un riferimento, non
una invenzione -, la briosità in cui si fraseggia l'incontro di due
sconosciuti, le pieghe morali implicite, il bisogno di un rapporto umano
e del suo calore che nervosamente vi si cala, si disperdono - in quanto
coscienza severa di commediografo - nella arrendevole fuga di Sunshine
verso il fuori, dove l'insistente "lui" la attende. Si può ancora essere
ed esistere insieme. Non tutto è perduto: questo - mi pare - il succo
un po' dolcificato del copione. Ma bravi a sostenere i loro ruoli Mariangela
D'Abbraccio, che è attrice pronta e spiritosa, cui non serve davvero
una pubblicità volgare come quella che di solito la accompagna, e Massimo
De Rossi, attore di bella specie, asciutto e incisivo. Eccellente la
scenografia mobile di Alessandro Chiti ed apprezzabili i visuals di
una ditta che si denomina "Giovanotti Mondani Meccanici". La "prima"
spoletina di questo spettacolo di limpida tenuta e di nessuna corrività
o complicità, è stata accolta assai favorevolmente. Si spera con qualche
avvertenza, da parte dello spettatore, al tema, oltreché alle venustà
della D'Abbraccio.
Odoardo Bertani
La Stampa, Sabato 4 Luglio 1992
L'atto unico "Sunshine" di Mastrosimone in scena a Spoleto.
Che cuore, quella ragazza.
Fascinosa Mariangela D'Abbraccio nel ruolo della prostituta buona.
Dopo averci riproposto l'altro
giorno una coppia in crisi, il 35° Festival dei Due Mondi ci invita
a rinnovare un'altra vecchissima frequentazione rispolverando nientemeno
che l'immarcescibile personaggio della Puttana di Buon Cuore. Veramente
Sunshine, protagonista dell'omonimo atto unico dell'oriundo William
Mastrosimone, non si vende fino in fondo, nel senso che non si lascia
toccare dai clienti. Ma in armonia con i tempi attuali, nei quali il
rapporto fisico spaventa (in questo senso l'Aids costituisce un alibi
addirittura benvenuto), e l'autoerotismo dilaga (è appena uscito il
bestseller "Vox" di Nicholson Baker, sulle telefonate spinte a pagamento),
questa giovane donna, che in altri tempi lavorerebbe in un bordello,
si esibisce in un "peep-show": ossia dietro il riparo di un vetro invalicabile
titilla a tassametro clienti che possono dirle e farle fare qualunque
cosa, purché continuino a infilare dollari nell'apposita fessura. Nel
primo dei tre quadri di cui consiste il lavoro, Sunshine estorce abilmente
denaro a un giovane sprovveduto, che guardandola si masturba. Nel secondo
e molto più lungo, piomba inopinatamente nel quartierino di un infermiere
di ospedale, inseguita dal violento marito che l'ha percossa. L'infermiere
sia pure a malincuore le fornisce un momentaneo rifugio, le cura il
ginocchio sbucciato, ascolta le sue confidenze e finisce per confessarlesi:
è separato dalla moglie, ma spera di raggiungerla nel Nuovo Messico
per una breve vacanza che potrebbe rilanciare il rapporto. Non vincete
nulla se a questo punto avete già indovinato che l'umanità della svampita
ma sincera Sunshine finirà per conquistare il burbero paramedico. Questi,
è vero, commette la gaffe di allungare prematuramente le mani, mettendo
in fuga la donna. Ma nel terzo e ultimo quadro va a Canossa, ossia si
presenta al "peep show" intimandole al di là del vetro di piantare tutto
e seguirlo. E Sunshine obbedisce. L'astuto, ma non troppo, Mastrosimone
(che anni fa suscitò curiosità con "Extremities", filmato con Sarah
Fawcell - titolo italiano, "Oltre ogni limile" - storia di una ragazza
che sfuggita a un tentativo di stupro, immobilizzava il violento e si
accaniva su di lui) ravviva la frusta situazione descrivendo qualche
piccola eccentricità; per esempio Sunshine tiene a casa come animale
domestico un'aragosta, e rompe definitivamente col marito quando costui
dopo una lite la mette in pentola. Grazie a trucchetti del genere, e
a un dialogo non privo di vivacità, gli 80' del lavoro scorrono senza
fatica. Direi comunque che l'interesse di quanto rimane visibile al
Teatro delle Sei fino all'11 luglio risiede quasi tutto nella confezione.
Molto buona la regia di Marco Mattolini, autore anche di una traduzione
nello stile dei doppiaggi ("abbi cura di te", "dacci un taglio", ecc.),
e veramente eccellente la soluzione scenica di Alessandro Chiti, grande
specialista dei piccoli spazi, sia per la vetrina con la ragazza in
mostra, mostrata prima da un lato poi dall'altro, sia per l'interno
iperrealista con la monocamera del single. Apprezzabile, soprattutto,
la recitazione dei tre attori: Mario Mazzarotto che è lo studente imbranato;
Massimo De Rossi, che suggerisce con garbo l'ispida solitudine di un
uomo che professionalmente ha familiarità col dolore altrui; e l'attesa
Mariangela D'Abbraccio, fascinosa pornovamp quando è dietro il vetro
di separazione, ma poi spiritosa e plausibile quando fa la ragazzotta
stravagante ma piena di buonsenso e tenacemente, perfino commoventemente
attaccata alla vita. Con valido mestiere insomma si è portato al successo,
almeno la sera della prima, un testo che forse non meritava tanta fortuna.
Masolino D'Amico
Il Messaggero, Sabato 4 Luglio 1992
La "ragazza a luci rosse" ha un cuore d'oro".
Spoleto - Sunshine, la commedia
di William Mastrosimone presentata al Teatrino delle Sei, comincia all'interno
di un "peep-show" (la visione di ragazze rinchiuse in cabine di vetro
che forniscono con movenze, denudamenti e lascive assortite, eccitazioni
a gettone per clienti-voyeurs), continua nel sordido monocamera di un
infermiere e autista di ambulanza, e si conclude sul dorato e mielato
traguardo della redenzione a lieto fine. Sarà bene smentire subito notizie
pruriginose della vigilia che definivano Sunshine uno spettacolo a luci
rosse, e certificare che si tratta, al contrario, di uno spettacolo
edificante, nel quale si mostra con piena ancorché superficiale evidenza
come virtù e generosità trionfino su vizio ed egoismo. Detto con altre
parole: dai bassifondi al paradiso il passo è breve. Sunshine è il nome
di battaglia di una ragazza malmaritata, ma sotto sotto attaccata a
quel bruto del marito (che oltre a tutto ha anche un soffio al cuore),
che per far soldi si prodiga con buona professionalità nello "show"
sotto vetro riuscendo a provocare fantasie e orgasmi ai clienti e persino
a farli innamorare. Mentre Nelson, il paramedico presso il quale Sunshine
cerca a caso rifugio una sera per sfuggire alle busse del marito cardiopatico,
è un falso duro. Quando la ragazza bussa alla sua porta, lacera e piangente,
dapprima non vuole aprirle. Cede a malincuore, la tratta come un'importuna,
la invita a sloggiare entro pochi minuti. Come tutti i duri, parla poco
e brusco. Per di più, aspetta una telefonata molto importante e non
vuole che nessuno sia lì ad ascoltare. Sapremo presto che si tratta
della moglie separata che vive in California e ch'egli cerca di quando
in quando d'incentrare ad Albuquerque (New Mexico) per riannodare un
rapporto andato a male. Ma ben presto le parole da trivio cedono il
posto a imbarazzati silenzi, la ragazza ci fa capire che, come esce
dalla cabina dei finti orgasmi, diventa una fanciulla di casti pensieri
(non fa l'amore da un anno, ci garantisce), l'autista di ambulanza le
incerotta diligentemente un ginocchio e si mette a raccontarle alcuni
dei suoi interventi salvifici o disperati, non senza commozione da parte
della ragazza, che si toglie la parrucca di maliarda e rivela di avere
come vero nome Chris Ann. Quando Nelson stacca la presa del telefono
e butta a mare il viaggio ad Albuquerque, capiamo che la cosa è fatta:
i due "relitti" cercano, sia pure con qualche difficoltà e verecondia,
di stringersi l'uno all'altra. Se non ci riescono subito, è solo perché
Sunshine sbaglia tecnica e Nelson si rivela un moralista. Anche le melodiche
carezze di "Embrace me", inserita nello stereo a tempo debito, non riescono
a sciogliere le rispettive inibizioni. Tutto è rinviato alla scena finale
della redenzione che, com'è d'uso, avviene dentro l'inferno. Tornata
al "peep show", Sunshine si vede comparire dietro al vetro Nelson in
tenuta da lavoro, che la invita a uscire di li per ridiventare, insieme
con lui, Chris Ann. Dura ma breve resistenza di lei: il prossimo cliente
trova la cabina definitivamente vuota. La commedia di Mastrosimone cerca
una ennesima versione del teorema caro a molto teatro e cinema americani:
dietro a ogni duro c'è un tenero, i buoni sentimenti finiscono inevitabilmente
per avere la meglio su quelli cattivi. I veri "hard" bisogna cercarli
altrove: Mamet e Shepard (ai quali Mastrosimone è stato frettolosamente
accostato) insegnano. Ed è un peccato che quel bellissimo simbolo della
mercificazione e surrogazione integrale dell'eros che è il "peep show"
venga ridotto a piccolo espediente narrativo. I due interpreti principali,
guidati da una regia di Marco Mattolini che cerca di associare lo scarso
pimento con l'abbondante miele, sono Mariangela D'Abbraccio che ha buon
gioco nel dosare e sfumare il passaggio dalla procace "allumeuse" alla
ragazza di gran cuore, e Massimo De Rossi, che sembrava poco convinto
della consistenza scenica di quell'ottimo infermiere che pure ci piacerebbe
incontrare in ogni pronto soccorso. I patiti delle luci rosse si rassegnino:
quel che viene offerto allo sguardo nella cripta del Teatrino delle
Sei non è niente di più di quel che può vedersi su una spiaggia estiva.
Renzo Tian
L'Indipendente, Mercoledì 8 Luglio 1992
Spoleto: tocca a Mastrosimone.
Storia di Sunshine operaia del sesso bella e castissima.
Spoleto - Il nome di William
Mastrosimone era già noto al pubblico italiano, per il suo Extremities,
storia di una violenza carnale che sullo schermo ebbe come interprete
Farah Fawcett. Ecco, ora, Sunshine, che, per tanti versi ricorda il
testo precedente. Mastrosimone sceglie una situazione-limite. Il tema
di tale situazione in tutti e due i casi a noi noti è sessuale. In Extremities
il punto di partenza, come detto, era lo stupro. In Sunshine in scena
al teatrino delle Sei, è il peep-show. La protagonista, che vi si esibisce
(nelle generose forme di Mariangela D'Abbraccio), incredibile a dirsi,
è una tizia che non fa l'amore da più d'un anno! Ne con il marito ne
con altri, magari i suoi clienti-voyeurs. E questo è il fatto; questa
(quando arriva) è la rivelazione. Non solo la puttana è una para-puttana,
esattamente come il medico nella cui casa si nasconde per sfuggire alla
persecuzione del marito, è un para-medico, cioè un infermiere di ambulanza.
Ella, Sunshine, a guardare bene, non è neppure una para-puttana, è addirittura
una santa, un angelo. Pura, nella carne e nel cuore. Lo stesso accade
a Nelson, il paramedico (Massimo De Rossi). All'inizio sembra un duro,
invece ci rendiamo conto che il duro, trincerato, incallito Nelson altro
non è, anche lui, che la sperduta metà di una coppia divisa, e galleggiante
nel nulla dell'universo. Che soluzione adottare se non riunire quelle
due metà, il para-medico e la para-puttana, e costruire una coppia vera?
Lo stesso accade nella commedia di Mastrosimone. Grandi promesse di
realtà, di verità, di durezza. Poi, tutto si sfarina. E il punto non
e neppure questo. I lieto-fine si possono sopportare benissimo, da che
cinema è cinema (il teatro di Marco Mattolini, del resto, è sempre stato
quasi-cinema). Ciò che non si sopporta è ciò che accade per conseguire
quel lieto fine, l'inesorabile ron ron della medietà, della chiacchiera,
della disinvoltura", della bravura nel-fare-i-dialoghi che tanto piace
agli attori e ai registi "spregiudicati".
Franco Cordelli
Il Tempo, Venerdì 10 Luglio 1992
E' arrivato "Sunshine" di William Mastrosimone: temi scottanti,
nessuno sconcerto.
Pornografia? No, commedia.
Una svampita professionista del "sesso telepatico".
Spoleto - Le impressioni iniziali
avrebbero suggerito, alla luce di un impatto visivo piuttosto violento,
uno sviluppo drammaturgico nel filone ormai consueto di una certa crudezza
che spesso collima con la pornografia. La scena, sottolineata da un
commento musicale piuttosto inquietante, riproduceva 1'ambiente, buio
di una specie di cabina per maniaci sessuali ed onanisti nella quale
una ragazza, protetta da un vetro che è anche segnale di mancata comunicazione
e contatto, si esibisce per denaro in uno "show" erotico scandito dal
rumore dei soldi, depositati in una gettoniera. Una volta scaduto il
tempo una saracinesca automatica spezza definitivamente lo squallido
convegno. Situazione davvero alienante. Chi credesse di assistere ad
un coercitivo teatrino della crudeltà e di deliri sessuali suburbani
prenderebbe, alla luce dei fatti e degli sviluppi della commedia, un
abbaglio solenne. In "Sunshine", testo dell'italoamericano William Mastrosimone,
questo crudo preambolo apre invece la strada ad un percorso da commedia
rosa anni Cinquanta, ammantata di rapide pennellate di svecchiante attualità.
Gli ingredienti ci sono tutti: c'è la "traviata di buoni sentimenti,
c'è il salvatore dalla rude scorza che strapperà la sua bella ad una
non vita che l'avrebbe distrutta. Tra i due personaggi, fra racconti
e dialoghi molto dinamici, il microcosmo ferito di una metropoli putrescente
vizia con i suoi miasmi il buon senso ed il puritanesimo di un'America
vacillante serbatoio di violenza. Il marito di Sunshine - nome d'arte
della ragazza - è il classico fragile manesco che batte la moglie, ma
non può vivere senza di lei; la ex moglie di Nelson, infermiere apparentemente
cinico per corpi ed anime sanguinanti, è solo il fantasma di un amore
generato dalla solitudine e dal bisogno di appartenere, comunque, a
qualcuno. I due compagni diventano, comunque, retaggio del passato non
appena l'idillio tra Sunshine e Nelson prende forma. La regia di Marco
Mattolini, in accordo con la traduzione da lui stesso curata, procede
senza ripensamenti sui binari di un dualismo programmatico fra tradizione
statunitense, con note romantiche in buon numero, e disincanto tipicamente
italico. Mattolini non disdegna le citazioni hollywoodiane, ma le diluisce
con buone razioni di misurata concessione all'uditorio, sperimentando
anche una blanda forma di impatto multimediale che vede la musica, gli
effetti che scaturiscono da televisori sovrapposti e scene rotanti d'ispirazione
spaziale fare da spalla ad un tessuto esile che necessita di essere
arricchito. Il lieto fine, dopo la prima crisi di crescita dei protagonisti,
giunge atteso, ma non spiacevolmente costruito su un edificio drammaturgico
ampiamente collaudato. Mariangela D'Abbraccio sembra, nei panni di una
timida, svampita professionista del sesso "telepatico", una Marilyn
Monroe aggiornata e riveduta; Massimo De Rossi offre le sue fattezze
ad un agrodolce principe azzurro post-modemo credible e solido. Gli
spunti comici fanno da contrappunto melodico ad una partitura amara
e spigolosa, ambientata negli ascosi anfratti di un'analisi minimale
che coglie e descrive i gemiti ed i sussulti di anime sbandate. Tutto
ciò è sottinteso, accennato, rivelato da tocchi rapidi e brevi aperture
di una scrittura accattivante e ritmica. Al duo dei protagonisti si
aggiunge Mario Mezzarotto, nei panni scomodi di onanista innamorato,
frutto della società che l'ha liberata Sunshine e Nelson vorrebbero
poter fuggire. Applausi e nessuno sconcerto per temi scottanti soltanto
tratteggiati.
Giorgio Serafini
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