Il Giornale, 23 Gennaio 1993
La tragedia Shakespeariana "letta" da Cobelli.
Troilo da Kamasutra.
Insistita materialità della troupe di Emilia Romagna Teatro.
Reggio Emilia - Un senso di disfacimento, di naufragio morale, di perdita di valori permea "Troilo e Cressida", una delle tragedie, anzi "commedie oscure", più complesse e amare di Shakespeare. Dietro la corruzione, le gelosie, gli intrighi che dilagano sia nell'assediata Troia che nell'avverso campo acheo, il drammaturgo di Stratford-on-Avon ritrae a fosche tinte la crisi politica, sociale, religiosa dell'Inghilterra elisabettiana, eleggendo l'onesto e puro Ettore a campione perdente di una civiltà in via d'estinzione assieme ai suoi codici di onore, alla fede autentica, all'amor cortese". L'accensione amorosa dell'ultimogenito di Priamo per la bella figlia del transfuga Calcante costituisce soltanto uno degli elementi di un'architettura scenica che insiste soprattutto sulla ferocia delle opposte schiere, sulla cecità dei capi, sulla compresenza invisibile della morte. Non mancano le notazioni lascive, rapportate soprattutto ai costumi corrotti di Elena e alla sostanziale debolezza della stessa Cressida. Ma nel suo disegno registico Giancarlo Cobelli esaspera l'elemento lussurioso, insiste fino all'eccesso su rimandi fallici, nudità compiaciute, variazioni da Kamasutra, accentuando nel contempo la violenza di gesti, comportamenti, scontri che travalicano nell'orrorifico. La carne da macello e la carne da lenzuolo con cui il deforme e scurrile Tersite bolla la foga sanguinaria degli ottusi guerrieri e la fatale arrendevolezza delle donne diventa per Cobelli il "leit motiv" dell'intero spettacolo, accentuato dalla "diversità" laida imposta al ruffianesco Pandaro, zio di Cressida. Proprio questa impostazione registica comporta la rinuncia al personaggio di Nestore, la cui alta statura morale non avrebbe potuto trovar spazio in un tale contesto di dissolutezza. Il gusto del lutulento in cui talvolta Cobelli insiste oltre misura gli suggerisce una rappresentazione da bolgia infernale, dove nessuno si salva, nemmeno la dolce e restia Cressida che, dopo aver giurato eterna fedeltà al perdutamente innamorato Troilo, si concederà al "carceriere" greco Diomede dopo il suo ricongiungimento con il padre Calcante. Se opinabile è l'insistenza monocorde sul versante della "débauche", bisogna peraltro dare atto a Cobelli di essere riuscito a realizzare un concertato interpretativo addirittura prodigioso, considerando che l'intera "troupe" - con l'eccezione di Rino Cassano scatenato Tersite, nonché Prologo in abito d'oggi - è costituita da giovanissimi, taluni addirittura esordienti: una carta rischiosa, ma esemplare in tempi di austerità e di "tagli", giocata intelligentemente sul piano produttivo da Emilia Romagna Teatro. La nervosa e pungente versione di Enrico Groppali è stata in taluni punti rielaborata dallo stesso regista che non ha avuto esitazioni nell'apportare ampi quanto ben giustificati tagli a quello che è forse il più lungo testo di Shakespeare, ricavandone un trascinante spettacolo di poco più di due ore, tutto giocato sui due piani dell'impianto scenico di Paolo Tommasi che lascia praticamente vuoto il palcoscenico per puntare tutto sui succinti costumi dei nerboruti guerrieri, sulla nudità insistita di Elena e su quella più casta di Cressida, sulle lance e sulle armature, sul travestimento sontuoso di Pandaro, il tutto esaltato da sapienti effetti luminosi. La figlia d'arte Elena Ghiaurov, ammaliante Cressida e nerovestita Andromaca, e Giovanna Magliona, sdoppiatesi tra Elena e Cassandra, costituiscono da sole il versante muliebre di un "cast" quasi interamente maschile dove hanno primeggiato l'appassionato Troilo di Antonello Scarano, il ributtante Pandaro di Giampiero Ciccò e l'integerrimo Ettore di Mauro Mandolini, ucciso a tradimento dall'Achille di Francesco Benedetto. All'applausometro il pubblico dell'Ariosto" ha fatto registrare un altissimo indice di gradimento.
Gastone Geron

Il Manifesto, 23 Gennaio 1993
La scena dark. Cobelli, Troilo e Cressida.
Reggio Emilia - Un uomo vestito di scuro dice le parole del prologo su un lato di una scena ancora immersa nell'oscurità. Ma non ha finito di parlare che prende a togliersi la sciarpa il cappello il cappotto, sotto l'abito di oggi spunta il corpo di un antico guerriero. E alle sue spalle un pallido riquadro di luce in assolvenza illumina un groviglio di muscolosi corpi nudi. Gli eroi greci si rotolano nel letto. E' questo l'altro lato della guerra di Troia raccontata da Shakespeare nel Troilo e Cressida: "carne da macello contro carne da lenzuolo". Un lato, quello della lussuria, che Giancarlo Cobelli ha messo al centro della nera messinscena realizzata per l'Ert, presentata al teatro Ariosto di Reggio Emilia. Stranissimo oggetto questo Troilo e Cressida che sembra rivisitare il mito classico con un tono di irriverente parodia, da opera buffa come La belle Hélène di Offenbach o da avventura sportiva come II cavallo di Troia di Christopher Morlev. Requiem beffardo di tutte le parole d'ordine stantie dei valori maschili, l'eroismo e il coraggio e l'onore. Ma soprattutto commedia nerissima amara moralità. Troilo e Cressida è anche un meccanismo perfetto e crudele, un montaggio di rapide sequenze, campi e controcampi che rimpallano lo sguardo dal campo greco alla città dalle sei porte assediata; reso ancor più secco dall'adattamento operato dal regista che si appoggia su una traduzione di Enrico Groppali. Due civiltà si confrontano sul palcoscenico, quella pragmatica occidentale dei greci, quella orientale e sensuale dei troiani. E la scena a due piani disegnata da Paolo Tommasi richiama volutamente quella elisabettiana, scandendo con il gioco delle luci, in una nitida geometria, il passaggio fra i due luoghi dell'azione. Alcuni pannelli si spostano aprendo e chiudendo rettangoli di dimensioni mutevoli. Nel scena risaltano a tratti un fondale o una striscia di colore, azzurro o rosa salmone. Talora invece la scena si colora di un rosso vivido in cui si stagliano in controluce i corpi dei guerrieri, come tratti fuori da pitture di antichi crateri, in pose dinamiche o impegnati in rallentati corpo a corpo. Sotto è il campo greco, le tende alluse da poche aste che si incrociano. Sopra è la reggia che i figli di Priamo hanno trasformato nell'estenuato bordello di Elena. Avvolta nella luminosità di una perenne nudità (e bella come dovuto, Giovanna Magliona) si da a tutti, e tutti insieme, senza mai smettere di accarezzarsi il corpo. La storia di Troilo e Cressida è soprattutto la storia di Cressida, non soltanto per l'evidente maggiore maturità espressiva di Elena Ghiaurov. Attorno a lei soprattutto si esercita la crudeltà di Shakespeare. All'inizio è lo zio e ruffiano Pandaro a metterla letteralmente nel letto di Troilo. E dalle braccia dell'uomo che sta cominciando ad amare passa nelle mani dei greci, in cambio di un prigioniero. Mani violente, rapaci, che la sbattono dall'uno all'altro. E' uno stupro di gruppo, la scena più violenta dello spettacolo nel mostrare, come una reazione catalitica, il procedere della corruzione della giovane donna, il suo abbandonarsi alla degradazione. La seduzione di cui fa mostra è solo l'estrema arma con cui cercar di far valere una illusoria libertà di decisione, davanti a Diomede venuto a chiederle un incontro e che con spregio la possiede, sotto gli occhi impotenti dell'antico amante. Qui davvero non si salva nessuno. Non Aiace, risibile accozzaglia di muscoli. Non l'imbellettato Achille, pavidissimo dietro la maschera da capitan Fracassa e appiccicato a Patroclo. Ma neppure, dall'altro lato, il fiero Troilo, gonfio di retorita e vuoto di sostanza, non soltanto per la percepibile immaturità di Antonello Scarano. Neppure Ettore, attaccato a idee cavalleresche ormai prive di credito. E la sua uccisione da parte dei mirmidoni di Achille, quand'è solo e disarmato, sarà non a caso l'ultimo colpo tirato alla credibilità di una guerra che non è stata mai bella. Accomunati tutti, vincitori e vinti. dalla regia di Cobelli in una sorta di tensione vocale priva di sfumature (della giovane e numerosa compagnia ricordiamo ancora Mauro Mandolini, Fabio D'Avino, Francesco Benedetto, Fabio Albanesi, David Sebasti, Salvatore Palombi). Più marcata consistenza infatti i due fool. il femmineo Pandaro di Giampiero Cicciò, vestito di piume e monili, il più lugubre Tersite di Rino Cassano, sprezzantemente servile e ragionatore. Rivestiti nuovamente i panni di uomo moderno, alla fine, Tersite si aggira da vincitore in mezzo al carnaio, a chiudere con un rondò ormai quasi brechtiano. Forse è dalla sua parte la ragione, un po' cinica, della modernità. Ma Tersite è abbietto ha scritto Jan Kott.
Gianna Manzella

La Repubblica, 25 Gennaio 1993
Una sporca storia.
Cressida fra gli Achei l'amore e il tradimento.
Reggio Emilia - Mito, storia e metafora, tragedia e grottesco, passato, presente e ahimè anche minacciosa prefigurazione di un futuro molto attuale, che testo meraviglioso e trascinante è Troilo e Cressida! Purtroppo a renderne ardua la messinscena, particolarmente nel sistema italiano, contribuisce il numero di protagonisti in campo; e può scoraggiare il precedente dell'esemplare edizione di Luchino Visconti, che nel '49 riunì il più clamoroso cast mai vantato dal nostro teatro in un'autentica città accampata nel giardino di Boboli. In seguito si era cimentato nella rabbiosa opera shakespeariana il solo Squarzina, che la portò negli anni Sessanta al Teatro Romano di Verona, che 1'ambientò in un bagno turco. Per un'esigenza economica tramutata in soluzione espressi va, Giancarlo Cobelli riparte da zero e s'affida al vigore plastico dei corpi anziché al prestigio dei nomi, dopo aver messo i giovani selezionati alla briglia in un lungo atelier preparatorio che la passione ha elevato di livello. E come s'addice alla cronaca derisoria di una guerra condotta "per una sgualdrina e un cornuto", queste carni da lenzuolo contro carni da macello" (così recita l'eclettica traduzione di Enrico Groppali, sottoposta a energica potatura, scambi di battute e ridimensionamenti) vengono isolate ed evidenziate, già dall'inizio che contrappone un'ansante orgia maschile e una rossa placenta gravida di sanguinolenti guerrieri. La scena di Paolo Tommasi è consequenzialmente di una schematica linearità: due piani vuoti che nel buio schiudono accesi Fondali luminosi dalle tinte piene, tipo technicolor. Sopra, si delineano le azioni all'interno di Troia, coi veli lievi e chiari, gialli o ocra, sulle membra degli eroi che fanno la ruota accanto al manto di scaglie dorate di Priamo o alla nudità di una Elena dal volto mascherato come un uccello di Max Ernst; sotto, nel campo greco, tra le aste portanti delle tende, s'aggirano manti scuri e elmi medioevali, bicipiti e robusti cach-sox, e i capricciosi campioni della muscolatura si abbandonano ai loro capricci, dal vanitoso Achille che rifiuta la battaglia per strusciarsi con Patroclo, al trionfo e stupido Aiace che briga per soffiargli il primato. Due figure demistificatene fungono da stridulo coro di banditori. Apre la danza il grido roco e dissacrante dell'immondo greco Tersite, che un efficacissimo cavernoso Pino Cassano colora d'intonazioni brechtiane con una martellante voce di testa e un grigio cappotto borghese a coprirgli i ciaffi variopinti da pagliaccio. Con un rondò cabarettistico, suggello della ficcante e colta colonna sonora di Dino Villatico, chiuderà invece il dardano Pandaro, ruffiano dalla multicolore veste chiomata femminile che, in falsetto, col capo rasato di Giampiero Ciociò, intesse e ammorba gli amori dei due giovani protagonisti. Nello spettacolo di Cobelli, aderendo alla lettura di Jan Kott, un'antica civiltà consunta che ancora crede ai codici cavallereschi e difende il ratto di Elena come questione di principio, si oppone al cinismo dei mercanti del nuovo mondo: l'etica con le sue ipocrisie contro la spudorataggine del pragmatismo, un duello per tutte le stagioni. E il regista riscopre il doppio livello culturale espresso da egizi e romani in Antonio e Cleopatra, di nuovo Oriente contro Occidente, mentre lo sgranarsi delle atletiche bellurie richiama gli ammassi corporali dei suoi Uccelli, sessantotteschi e livinghiani. Il partito preso della fisicità implica qualche semplificazione, specialmente nella parte introduttiva densa di parate e dedita a illustrare situazioni e spiegare ideologie: scompare quindi un portatore di bonomia della portata di Nestore e viene limitato a fusto da body building il generalissimo Agamennone, mentre s'impongono monotoni toni urlati con una dizione spesso deficitaria rispetto all'immagine; ed è il caso di Antonello Scarano, nella parte principale di Troilo, ultimo figlio di Priamo e alfiere dell'amore assoluto. La sua Cressida (l'espressiva Elena Ghiaurov) è invece la rappresentazione del tradimento; scambiata tra i due eserciti come una mercé, compie metaforicamente a ritroso il viaggio di Elena e proprio il suo approdo al campo acheo, subito dopo fa notte d'amore, per venire palleggiata squallidamente tra i vitelloni greci, imprime allo spettacolo un'impennata superba. Diretta e travolgente la tallona il procedere narrativo verso la degradazione: Troilo che spia masochisticamente il tradimento, Patroclo ucciso in scena (contrariamente al testo) per una manipolazione di Ulisse, il vile Pelide finalmente in campo che fa trafiggere Ettore disarmato dai suoi mirmidoni, ombre nere di pipistrelli come le congiunte che piangevano l'eroe "ancor vivo", mimando le streghe di Macbeth. La dignità diviene ridicola in questa nera invettiva contro la guerra: sul fotogrammo del viso di Troilo arrossato dal sangue del fratello ucciso restano impresse le parole del ruffiano che ne ha avviato e sporcato la storia. Già si sono nominati alcuni interpreti, accennandone certi squilibri, ma tutti sono impegnati con dedizione e funzionalità. Ricordo ancora il sorprendente Ulisse di David Sebasti, Francesco Benedetto, Mauro Mandolini, Paolo Gasparini, Giuseppe Calcagno; e Giovanna Magliona, Giuliano Oppes, Fabio Albanesi. Applauditissimo, lo spettacolo di Emilia Romagna Teatro è intelligente, straripante, dolorosamente rigoroso: non piacerà ai benpensanti, ma ci mancherebbe altro.
Franco Quadri

Il Messaggero, 25 Gennaio 1993
"Troilo e Cressida" di Shakespeare all'Ariosto di Reggio Emilia, regia di Giancarlo Cobelli.
Uomini, guerra e passioni.
Greci e Troiani in locca come metafora della ferocia contemporanea.
Eroi torreggianti e femmine lascive, nudità e ferite in un affresco allucinato sui mali ricorrenti del genere umano.
Reggio Emilia - L'occhio e il cuore non sanno dove fermarsi, nel Troilo e Cressida di Shakespeare che Giancarlo Cobelli ha messo in scena per l'Ert-Ater all'Ariosto di Reggio Emilia. Difficile eleggere fra le due parti di una scena, superiore e inferiore (mutuata direttamente da indicazioni dell'autore), in cui il regista colloca gli opposti mondi che si fronteggiano nella guerra di Troia: quello degli Achei, torreggianti e scurrili, persi nell'orgia di una lotta ingaggiata e portata avanti non tanto per riavere Elena, quanto per la supremazia; e quello dei Troiani, lisci, effeminati, ammalati di sensualità, che combattono, pur giudicando giusta la restituzione a Menelao della sgualdrina rapita da Paride, per insensato attaccamento all'"onore". Si sarebbe davvero tentati di chiedere allo spettacolo che corre via rapinoso, in un succedersi netto e incalzante delle scene, qualche fermo immagine, qualche respiro più lento. Per assaporare senza limiti, ad esempio, il rientro alla base, dopo una scaramuccia coi nemici dei guerrieri troiani e l'intrigante presentazione che di essi fa il lenone Pandaro, (svolazzante fra trine e gioielli, una sorta di bagascia truccata cui Shakespeare affida l'elogio lascivo del corpo degli eroi. Oppure, fra passione e cinico disincanto, la prima notte d'amore di Troilo e della giovane figlia di Calcante, Cressida, che scopre malamente la forza dei propri sensi su una coperta color porpora gettata al suolo, per lei e per l'amante, da un infoiato ruffiano. O ancora, dolorosissimo, il silenzio coatto di Priamo, re solo, re vecchio, che i figli obbligano al silenzio sotto un manto di scaglie d'oro. O la sconvolgente coppia, per passare in campo greco, Achille-Patroclo, qui ben lontana dalle serene magnitudini dell'Iliade: l'uno tronfio, impomatato, ridicolo nell'esibire guance rosate è attributi virili ingigantiti dal perizoma di cuoio, l'altro stolidamente bello, un metro e novanta di muscoli sotto labbra color carminio. Infine, all'epilogo, Tersite l'"abbietto" nella sua scimmiesca invettiva contro i potenti, Tersite pieno di veleni e testimone di tanti orrori, servo vigliacco che Cobelli ha reso, fin dall'inizio, metafora dell'ignavia contemporanea. Il Suo ghigno grottesco e assolutamente privo d'ogni forza di reazione accompagna, come l'indifferenza degli uomini d'oggi, la danza macabra di Pandaro morente e il proclama sanguinario di un Troilo assetato di vendetta nonostante il macello. Ma perdersi troppo nelle delizie della Forma, che pure Cobelli dispensa a piene mani su questo dramma intimidente, il più lungo della produzione shakespeariana e scritto nel 1601-2, è sbagliato. L'operazione registica punta anche e soprattutto ad altro. adattando liberamente la materia originale, tradotta da Enrico Groppali, ottiene due tempi di settantacinque minuti l'uno che offrono un'allegoria tragica di quanto guerra e desiderio tramano ai danni dell'umanità, ricorrentemente. Una umanità segnata dai lutti eppure inscalfibile, egoista, calcolatrice, al pari del Tersite conscio e vile cui Shakespeare mette in bocca conclusioni siffatte: "Io vado a schiacciare un sonnellino, e schifo e rogna ve li grattate voi!". La guerra di Troia; Ilio debosciata e perduta contro la soldataglia all'odor di latrina che fa la forza dei greci; la triste vicenda dell'amore di Troilo tradito da Cressida quando questa viene trascinata al campo acheo (in seguito allo scambio con un prigioniero eccellente, Antenore), spupazzata dal meglio dell'esercito e quindi affidata a Diomede; il sangue versato in nome di Elena la puttana, che sguazza nuda fra un letto e l'altro; gli inutili lamenti di Cassandra…. L'universo fosco e rapace, che strepita, urla, morde, possiede, senza nemmeno concedersi la catarsi conclusiva, serve a Cobelli per gettare uno sguardo, angosciato sui giorni che tutti stiamo vivendo. Questo Shakespeare nero, che stigmatizza guerra e passioni fino in fondo e non dà spazio al futuro, gli serve per radiografare un'attualità efferata della quale è impossibile trovare le ragioni. Tutto passa al vaglio della scena: la malattia (in una tirata di Tersite contro Patroclo, la "bambola di Achille", c'è il timore e la ripugnanza per l'Aids), il sesso svincolato dall'amore, l'esaltazione del dominio, l'ingordigia di chi ha e vorrebbe ancora, lo spasimo di chi sa in un contesto sempre più insipiente. È un'apocalisse impietosa, gocciolante tremenda poesia ad onta dell'imperizia di molti dei giovani attori che circondano l'ottimo Rino Cassano (Tersite). Corpi nudi e saturi, il gioco di muscoli che conoscono la palestra, attitudini rubate alla scultura classica e alessandrina pervadono il magnifico e preponderante gruppo maschile. Le donne, da Cressida (Elena Ghiarov) a Elena impudica dal volto sempre velato (Giovanna Magliona), a Cassandra piangente (la stessa Magliona) si accontentano invece di efficace soffuse, implosive, benchè mordenti nella prospettiva generale. Scene e costumi (in encomiabile riciclo) di Paolo Tommasi; suggestiva colonna sonora di Dino Villatico.
Rita Sala

L'Unità, 25 Gennaio 1993
Successo a Reggio Emilia per il "Troilo e Cressida" messo in scena da Cobelli con una giovane compagnia.
Una regia che rende attuali "la lussuria e la guerra" raccontate da Shakespeare. Ma la tournèe proseguirà?
Eroi, siate maledetti.
Sarebbe un vero peccato se, per le ristrettezze finanziarie (comunque rimediabili) in cui si trova Emilia Romagna Teatro, dovesse esaurirsi in breve giro di giorni, o di "piazze", la vita di questo allestimento, vigoroso e provocatorio, del Troilo e Cressida di Shakespeare (un dramma, tra l'altro, non troppo presente sulle, nostre scene), realizzato dal regista Giancarlo Cobelli con una giovane compagnia.
Reggio Emilia - Ci sono buoni motivi per salutare questo spettacolo come uno dei pochi eventi (e durevole, speriamo) della stagione teatrale in corso. Intanto la rara frequenza di Troilo e Cressida sulle scene italiane, a partire dalla tardiva, straordinaria "prima" assoluta, per mano di Luchino Visconti, Firenze, Giardino di Boboli, estate 1949. Altre edizioni sono seguite, dagli anni Sessanta ai Settanta, agli Ottanta, più 6 meno notevoli, a firma di registi come Squarzina, Guicciardini, Pier Luigi Pizzi (quest'ultima da dimenticare). Ma tale opera di Shakespeare originalissima tra le sue, non è divenuta "di repertorio: anche per difficoltà derivanti dalla esorbitante misura dell'insieme e, spesso, di singole battute, nonché dal gran numero di personaggi. Qui interviene il merito primo del regista Giancarlo Cobelli, che ha scorciato e "adattato" il testo, nuovamente tradotto da Enrico Groppali, mantenendone intatte le linee di fondo, e riuscendo a far risuonare la parola shakespeariana, senza esteriori forzature o aggiornamenti, nel cuore di tenebra del nostro tempo. Risultato raggiunto mediante l'addestramento, per un lungo periodo d'una compagnia tutta giovane, nella quale non spiccano nomi "eccellenti", ma che al disegno registico risponde, nel complesso, al meglio, senza reciproche sopraffazioni, ma senza nemmeno che i talenti individuali, ove siano in grado di emergere, vengano soffocati. Era morto già per Shakespeare (e per Cervantes, che di lì a non molto avrebbe scritto, in Spagna, il suo Don Chisciotte, siamo infatti nello scorcio iniziale del Seicento), il mondo della cavalleria e dell'amor cortese. Ed è stramorto per noi. "Lussuria e guerra", la sinistra accoppiata che, echeggiando sulle labbra dell'abietto ma lucido Tersite, fornisce la sigla di Troilo e Cressida, potrebbe essere assunta anche a emblema della nostra epoca maledetta. L'autore inglese degradava, dunque, i mitici eroi Greci e Troiani (ma attraverso di essi, è da supporre, quelli di vicende a lui più prossime) in una congrega di soldatacci stupidi e violenti, litigiosi fra loro più che intenzionati a battersi contro il nemico, maldicenti come comari, preda della libidine, incapaci di tirarsi fuori da un massacro insensato. Pochi conservano una qualche nobiltà o dignità: Ulisse da un lato, che almeno continua a usare la testa, dall'altro Ettore, che esorta a una pace onorevole, ma non rifiuta poi di scendere in lizza, in quello che si immagina come un leale, risolutivo duello e che si converte invece nella sua uccisione a tradimento, disarmato, da parte degli uomini di Achille: vile e tanghero, costui, non meno del tronfio rivale. Aiace. Per non dire dell'isterico concubino Patroclo. Per non dire del cialtrone Diomede, tra le cui braccia si lascerà, andare Cressida, amante d'una notte di Troilo, il più giovane figlio di Priamo… Una visione tanto cupa e beffarda della storia e della vita, Giancarlo Cobelli deve averla sentita come congeniale. E il suo gusto per la deformazione grottesca ha qui ampia materia sulla quale esercitarsi; ma, stavolta, con rigore e coerenza insoliti. L'impianto scenografico (di Paolo Tommasi, al pari dei costumi), geometrico e spoglio, dislocato su due piani (sotto, il campo dei Greci, e basteranno due o tre lance incrociate a simularne le tende, sopra la città assediata, già presaga, nel vuoto che la domina, della futura desolazione) trae vivezza dalle luci (bellissime, di Robert John Resteghini), dalla composizione plastica e dal movimento dei corpi, ai limiti d'uno stilizzato balletto o, quando occorra, d'una ironizzata esibizione di arti marziali. Prevale, del resto, il nudo, a effigiare ora la spudorata tracotanza tanza virile, ora la malizia e il fascino rovinoso dei personaggi muliebri, che ne sono comunque, le prime vittime. Perché, se Elena ci si mostra qui ridotta a bagascia dell'intera corte di Priamo, Cressida, cinicamente "gestita" dallo zio ruffiano Pandaro, sballottata fra Troilo e Diomede, dovrà, dopo l'uno e prima dell'altro soddisfare la foia di tutti i capi dell'esercito greco, sottoposta a una sorta di stupro collettivo. Degne di pietà, insomma entrambe, altrettanto la casta profetessa Cassandra e la fedele sposa di Ettore, Andromaca. Giacché sono sempre le donne a perdere la guerra. Nei loro doppi ruoli Elena Ghiaurov (Cressida e Andromaca), Giovanna Magliona (Elena e Cassandra) se la sbrigano bene. Una diffusa esasperazione vocale rischia di uniformare le prestazioni dei molti interpreti maschili pur valorosi, e fra i quali si distinguono Antonello Scarano, Mauro Mandolini, Francesco Benedetto, Fabio Albanese, David Sebasti, Salvatore Palombi, l'ottimo Giampiero Cicciò come Pandaro, Rino Cassano come Tersite. Gran successo, all'Ariosto di Reggio Emilia.
Aggeo Savioli

Il Resto del Carlino, 25 Gennaio 1993
Eroi di fango.
Reggio Emilia - Pochi minuti di rappresentazione, e già questo Troilo e Cressida messo in scena da Giancarlo Cobelli per Emilia Romagna Teatro (protagonisti un gruppo di giovani attori che insieme, con il regista hanno affrontato un lungo periodo di lavoro preparatorio) mostra i suoi tratti essenziali. Degrado e violenza fanno sentire un clamore discordante, che spira, dal vuoto scenico semioscuro: il Prologo, non in armi ma in abiti di oggi per sottolineare la sua presenza diacronica nei temi della tragedia (la figura si assimilerà poi con quella di Tersite: l'osservatore dell'esterno, il regista quasi in certi momenti, l'uomo moderno che assiste allo sfascio di un mondo e in pratica lo eredita su di sé) ci ha appena ricordato sarcasticamente che guerra e libidine sono sempre di moda. Dal buio la scena, sezionata in due come il palcoscenico elisabettiano (ma la parte superiore possiede per linee e movimento di struttura un'ascendenza orientale che è intonata alla visione di questo mondo offertaci da Cobelli) trae contorno da controluce plastici o da fondali colorati che sfumano e si squadrano. Sopra c'è la smammolata, sfinita cortigianeria della gente di Troia; la città che da sette anni resiste all'assedio viene evocata in pannelli che si stringono, orizzonti stinti in lilla e indaco inghiottiti con una chiusura di diaframma. Sotto, per il campo dei greci, l'apparizione dei corpi, dei guerrieri campiti contro la luce e immobili suggerisce la teoria di una pittura vascolare. Svanito il controluce, sale un'aria di clangore barbarico, da palestra di culturismo becero e da beccheria.. La forte evidenza fisica di questa parata infatti, in cui i corpi giovani si raggruppano comprimendosi e scattando (elmi metafisici a fessure, perizomi, pettorali lustrati e sudati) va di pari passo con la truce buffoneria della mattanza. Shakespeare trasforma semidei ed eroi in millantatori, codardi, chiacchieroni, ruffiani e li fa avvoltolare nel fango ma anche nel sangue: sono persi i valori del mondo vecchio e di quello nuovo, vuole dirci. Cobelli tende la corda grottesca in una tragicommedia, un po' gridata un po' crepuscolare: l'amore dei due protagonisti viene inghiottito dal cinismo della macchina, e per riscattare il tutto non verrà una morte tragica ne alla fanciulla diventata la meretrice dei greci, ne all'eroe costretto ad assistere all'assassinio di Ettore a tradimento: dunque alla caduta finale, definitiva. Lo spettacolo, che ha debuttato con successo all'Ariosto e si appresta alla tournée (ma sull'organismo di produzione si addensano nubi di origine antica, mai diradate) non vive tuttavia come si potrebbe pensare soltanto di invenzioni formali, figurative e fisiche. Queste, per quanto concitate ed estreme, respirano in una partitura rigorosa e sono frutto di uno sguardo ordinatore assai coerente. Ci troviamo di fronte al Cobelli migliore, che con le idee innerva una lettura organica portandola felicemente a compimento. Il regista ha ridotto il testo, lo ha scarnificato all'essenziale facendolo divenire se possibile ancora più torvo e disperato. Ciò che ha sacrificato in numero di versi lo ha reso in atmosfera, in sintesi visiva ed emotiva. Forse il gridato, il ghigno, diventano a momenti rifugio per l'incertezza comprensibile degli interpreti di fronte a personaggi o battute smisurati: ma la scommessa è alla fine certamente vinta. L'ha vinta con Cobelli la tenacia, la versatilità, la vitalità e l'entusiasmo di questi ragazzi. Il valore della cui resa scenica è riposto in una dimensione corale, in un dispendio senza risparmio. Anche se alcuni punti fermi emergono: come Elena Ghiaurov, che conferma le buone cose fatte di recente e si colloca a buon titolo tra le attrici più interessanti della sua generazione; o Pino Cassano, l'elettrico padre d'elezione della cucciolata; o Antonello Scarano, un Troilo però discontinuo. Con il Pandaro di Giampiero Cicciò, conciato come un enunco da bordello della decadenza e pure vitalissimo, con l'Achille anche troppo calcato, a baricentro basso e pube spinto in avanti di Francesco Benedetto. E Fabio Albanesi, David Sebasti, Salvatore Palombi: ma tutti si sono dimostrati all'altezza. Il palcoscenico ha detto la sua: adesso tocca purtroppo alla tragicommedia burocratica di un organismo produttivo che tra lottizzazioni e gaffes macroscopiche non ha mai trovato vera identità.
Sergio Colomba

Corriere della Sera, 26 Gennaio 1993
La guerra di Troia con vili e ruffiani.
Fra le tante definizioni proposte o proponibili per il Troilo e Cressida di Shakespeare (tragedia, tragicommedia, dramma dialettico, satira drammatica, e via discorrendo) la più convincente mi è sempre parsa quella di black comedy, commedia nera, perché da, mi sembra, più immediatamente e suggestivamente ragione della devastante violenza grottesca e del ghignante pessimismo da cui il testo è pervaso. Si tratta, com'è noto, di una ricostruzione (basata su fonti medievali) della guerra di Troia; ma cosa non diventano, qui, materia ed eroi omerici! La vicenda amorosa (quella, appunto, fra il principe troiano Troilo e la bella Cressida, figlia dell'indovino Calcante) che fa da filoconduttore al racconto è vista soprattutto come la dimostrazione di un teorema misogino e più ancora come la conseguenza "tecnica" dell'opera di un ruffiano, le tenzoni cavalleresche affondano in un magma di stupidità e di orrore, amore e amicizia scompaiono nell'imperversare della vanità e della lussuria, e la morte di Ettore (unico personaggio che conserva in tanto sfacelo qualche carattere vagamente "positivo") avviene si per mano del grande Achille, ma a conclusione di una vile imboscata... Credo che Troilo e Cressida sia, fra i capolavori di Shakespeare, uno dei più difficili da mettere in scena, e che avere il coraggio di affrontarlo sia già un titolo di merito. Ma l'allestimento che Giancarlo Cobelli ha realizzato per Emilia Romagna Teatro con un gruppo di giovani attori non va certo salutato soltanto come un atto di coraggio. È uno spettacolo di forte impatto figurativo e di grande (forse pensino eccessiva) compattezza stilistica, che del mirabile e terribile testo offre una lettura impressionante. Di magistrale semplicità mi è parsa l'impaginazione su due piani sovrapposti (sopra la città assediata, sotto il campo greco) ideata da Paolo Tommasi, che ci mostra, per così dire, costantemente di profilo - nero su rosso o rosso su nero - i grovigli di corpi nudi in cui si esprimono i due riti atrocemente complementari dell'orgia e del massacro. Trascinata dallo stesso impeto cieco che ritma i gesti è la recitazione, tutta su toni alti e sovraesposti che, a mio avviso, si adattano bene al registro eroico-grottesco e meno bene a quello sentimentale, che ne risulta un po' travolto. È vero che Troilo è quasi uno sciocco e Cressida quasi una sgualdrina, ma i loro incontri hanno nel testo accenti di straziante naturalezza che la declamazione volutamente inautentica imposta da Cobelli non può restituire: c'è forse in questo, come dicevo, un eccesso di compattezza, di "monolinguismo". Lo spettacolo non e piaciuto solo a me ma anche, e molto, al pubblico di Reggio Emilia, dove ha debuttalo la scorsa settimana; festeggiatissimi i giovani interpreti e assieme a loro l'esperto Rino Cassano, che figura in locandina come assistente di Cobelli oltre ad interpretare con incisiva malignità la parte di per se quasi "registica" di Tersite.
Giovanni Raboni

Avvenire, 27 Gennaio 1993
Titanico Shakespeare senza luce di speranza.
Reggio Emilia - Il catalogo dei vizi e delle colpe umane, l'elenco dei delitti e delle malvagità, la campionatura degli errori di una persona e di un tempo non conoscono omissione nella solenne e "sacra" drammaturgia di Shakespeare. Ma credo, in tutte le sue opere, c'è almeno un segno del bene, una pausa del buono, un momento di giustizia, uno spiraglio di verità, una speranza di salvezza e di redenzione. In tutte, meno che in una, nella quale il panorama è unico e di colore dantescamente "terso"; dove si effondono solo miasmi, dove la degradazione è universale e senza scampo, dove la bestialità è generale, dove il disordine è la sola realtà componibile e l'ordine è solo un'invocazione turbata. Questa opera è il "Troilo e Cressida", la tragicommedia più lunga ma anche la più sinistra, la più orrifica e desolata. Il "plot" è la guerra di Troia narrata in tutta la sua impietosa cronaca di sangue e di soprusi; il "subplot" è dato dalla vicenda di Troilo e Cressida, i due giovani amanti cui la ragion di stato impone di venire separati, per un mercimonio che vedrà la giovane consegnata ai Greci, dai quali essa sarà sottoposta ad ogni ignominia, sino alla distruzione della sua personalità. L'ultimo grado della negatività è attinto in questo affresco sulfureo, cui il genere teatrale consente come falso alleggerimento un riso che più livido e turpe non si potrebbe dare, un comico che è complicità nel male, cachinno perverso. Stupendo per forza polemica e pugnace dissenso, per vigoria raffiguratrice e ammonitrice metafora, la tragicommedia, che ebbe nel 1948 e 1964 due superbe edizioni firmate l'una da Luchino Visconti e l'altra da Luigi Squarzina, ritorna ora, per l'impegno illuminato e consolante di un teatro pubblico, l'"Emilia Romagna Teatro". Ed è Giancarlo Cobelli a firmare un allestimento, per il quale ha preparato con eroico impegno due dozzine di giovani attori, splendidi si per forma fisica, ma altresì capaci di sostenere, con una recitazione accanita, tesa e compatta, il disegno registico, con la sua volontà di formule estetiche prensili ed estreme nella loro icasticità barocca. Si evidenziano magnifiche soluzioni mimiche, figurazioni plastiche di rara bellezza: la violenza intrinseca si decanta in gesti esemplari per significato. Accolta dalle scene di Paolo Tommasi, questa "scultura teatrale" in continuo mutamento si dipana come una narrazione di spasimi laocontici, e raggruma ogni odio e ogni violenza, ogni eccesso d'amore e di dolore. L'emozione prodotta è grande. Volendo pur segnalare qualche nome, diremo che i più esperti fra gli attori ci sono apparsi Elena Ghiaurhv (Cressida), Rino Cassano (Tersite), David Sebasti (Ulisse), Francesco Benedetto (Achille), Giampiero Cicciò (Pandaro), Giuseppe Calcagno (Calcante), Fabio Albanesi (Aiace), e Antonello Scarano (Troilo), senza nulla togliere agli altri interpreti di un testo dove tutto è morte e lascivia ed è tracciato con opprimente, nera scrittura. Gli applausi sono stati lunghi e fervidissimi.
Odoardo Bertani

La Repubblica, mercoledì 10 Marzo 1993
Sesso e sangue. Così Shakespeare vedeva Omero.
Il titolo non inganni. Come per Romeo e Giulietta, la coppia di nomi - Troilo e Cressida - indica si due amanti, ma non di amore si tratta né di vera tragedia in quest'opera che Shakespeare scrisse all'esordio del '600, traendo materia dalle mitiche vicende della guerra di Troia, liberamente rinarrate in epoca medievale da poeti inglesi come Chaucer, a sua volta debitore più a Boccaccio che ad Omero. Lontani sono i climi delle grandi gesta di antichi eroi guidati dal fato divino, in questa "black comedy" shakespeariana dove si tratta dì amore e morte, o meglio di passione amorosa e insensati furori bellici, di due diverse forme di follia e libidine dominate entrambe dall'orgoglio del possesso. Non ci sono dei o alti destini a illuminare le azioni di Achille e di Ettore, come naufraga presto lontano dagli occhi e dal cuore l'amore che unisce per una sola notte il principe Troilo, ultimogenito del re di troia, Priamo e la bella Cressida, scambiata con un importante prigioniero e portata nel campo dei nemici greci, dove è già suo padre Calcante. Amore del resto propiziato da una figura di sconcio ruffiano, lo zio di lei Pandaro. Una storia dunque di "carne da macello" e "carne da lenzuolo", perché guerra e lussuria sono sempre di moda, avverte il Prologo invitando gli spettatori a entrare nel vivo dell'azione. Un destino non più rischiarato da alti ideali, ma atterrato alla dimensione infima di una guerra causata dal prurito di corna del fratello del re Agammenone, Menelao, ed al fascino di una sgualdrina, Elena. Tutto è ridotto a tragica buffonata, grottesco balletto di uccisioni e amplessi in questo testo scritto da uno Shakespeare che con crudele cinismo e con disgusto guarda ai propri simili, guarda forse a Troia come alla Spagna e ai greci come agli inglesi suoi contemporanei, stendendo un libello politico beffardo e feroce contro la guerra. Certo, ha di fronte un'epoca che già disgrega valori e ideali del Rinascimento. Disgregazione e caos che si riflettono nella struttura stessa di un'opera dai molti intrecci paralleli e mancante di una conclusione, se non quella dell'assassinio del grande Ettore, eroe di stampo antico, che muore ucciso con l'inganno, al di fuori di qualsiasi codice cavalieresco, lasciando vincitore il vigliacco "eroe" dei tempi nuovi: uno sciocco ozioso Achille, rappresentato nei passatempi preferiti con la sua sgualdrina maschile, il bel Patroclo. Impresa assai difficile rappresentare questa tragica farsa, poco amata infatti nell'Ottocento, oltretutto di smisurata lunghezza e che prevede un vero esercito di attori. Solo in questo dopoguerra la critica l'ha recuperata e i teatranti se ne sono lasciati tentare; in Italia il primo fu Visconti, in uno spettacolo per il Maggio Musicale del '49 in Boboli divenuto leggendario, ma che all'epoca fu un fiasco e un grosso scandalo produttivo. Adesso ci prova per l'Emilia Romagna Teatro Giancarlo Cobelli, regista e riduttore del testo, con lo spettacolo in scena alla Pergola, quarto Shakespeare di una stagione iniziata proprio con l'allestimento di un'altra "black comedy" di ardua realizzazione, il Misura per Misura, di Ronconi. Ed anche qui eccoci di fronte a uno spettacolo di forte impronta registica, affidato a un amalgamato gruppo di 18 giovanissimi attori, addestrati a rendere il terribile affresco di esercizi bellici ed erotici durante un lungo ritiro laboratoriale, e guidati in scena dal laido Tersite di Pino Cassano, che è la lunga visibile mano del regista oltre che prologo e commentatore dell'azione. Incastonati nella bella scena scandita da ritmi geometrici craighiani di Paolo Tommasi, che si sdoppia netta fra un piano alto e uno basso (la città di Troia e l'accampamento greco, il letto lussurioso di Elena e Paride e il campo di battaglia), giovani corpi nudi spesso aggrovigliati si stagliano su sfondi dai colori in technicolor di un mondo a un'unica dimensione, dominato solo dalla forza delle passioni più abbiette. Mentre la recitazione enfaticamente forzata diviene sottolineatura feroce e parodica di questa vicenda di re ed eroi buffoni, in uno spettacolo che insiste in maniera monocorde ed esasperante sugli stessi elementi, ma che ha indubbiamente un impatto visivo di grande fascino. Uno spettacolo che vuol far discutere, accolto (dopo alcune perplessità iniziali) da applausi calorosi.
Lia Lapini

La Nazione, Mercoledì 10 Marzo 1993
Alla Pergola uno Shakespeare mascherato.
Cressida fra i guerrieri.
Strani amori contrastati di due giovani mentre scoppia la guerra di Troia.
Firenze - Ben poche le rappresentazioni italiane di Troilo e Cressida. I motivi sono di diversa natura. In primo luogo la presenza di un reggimento di personaggi mitici dell'epica omerica che, raramente, sono interpretati da altrettanti degni primattori: non è uno scherzo mettere in fila una compagnia di una ventina di re, principi, regine, semidei di straordinaria bellezza, ognuno con precipui attributi. Non è, un caso che da noi l'opera scespiriana è stata allestita per la prima volta nel 1949 in occasione del Maggio fiorentino, uno di quei pochi eventi che fanno la storia del nostro teatro; artefice massimo Luchino Visconti, con il contributo scenografico di Franco Zeffirelli. Costo della produzione trenta milioni, sufficienti per creare l'intera rocca di Troia e gli accampamenti degli Achei sul poggio di Boboli. Protagonisti l'intero, o quasi, gotha della prosa: a cominciare con i giovani De Lullo, Gassman (Troilo), Mario Pisu, Stoppa, Interlenghi, Albertazzi, Girotti, Mastroianni per non dimenticare i senatori come Ricci, Benassi, Carlo Ninchi, Carnabuci, Bernardi, Cimara, Totano, Tumianti e il plotoncino femminile con Rina Morelli (Cressida), Eva Magni, Elsa de' Giorgi, Elena Zareschi. Altra edizione del 1964 in abiti moderni, meglio monture militari, con un notevole cast, prodotto dallo Stabile di Genova, con la regia di Luigi Squarzina con Mauri, Moschin, Vannucchi, Milli, Erpichini, Ombuen, Antoniutti, Zanetti, Pistilli, Gora, Pagni, Paola Mannoni, Marzia Ubaldi... infine nel 1975 all'Olimpico di Vicenza, regia di Giucciardini. Secondo scoglio da aggirare, la versione drammaturgica di una tranche dell'Iliade secondo Shakespeare, scritta intorno al 1602, apparsa in scena soltanto nel 1679 nella rimasticatura di Dryden, il quale ne fece una tragedia. In realtà, come ne conviene Silvio D'Amico, Troilo a Cressida non è un'opera del tutto scespiriana: "Da secoli gl'interepreti, ieri in prevalenza studiosi e poeti, oggi anche attori e registi, si ingegnano a esplorarne e esprimerne il significato, ciascuno alla maniera sua". La struttura drammatugica lascia alcune perplessità, soprattutto per quanto accade nella strana vicenda sentimentale dei personaggi del titolo, i quali sembrano "costretti" a innamorarsi: Troilo, affascinato, ma frenato da remore principesche, ultimo figlio del vecchio Priamo; frivola, invece, l'incerta e volubile Cressida che, sospinta dal paraninfo Pandaro nelle braccia dell'amante, poco dopo si lascia convincere ad attraversare il campo ostile con il padre Calcante per uno scambio di prigionieri: atto apparentemente diplomatico, ma che diventa un'erotica promenade al fianco del piacente Diomede, con Troilo spettatore annichilito. Una labile storia d'amore scivola nella tragicommedia "borghese" con Cressida libera, appetita dall'intero campo, mentre alle Porte Scee, nel totale disinteresse, l'eroico Ettore viene martoriato dal divino Achille. Sono queste le concrete difficoltà per chi debba leggere e realizzare lucidamente questo Shakespeare mascherato. Giancarlo Cobelli, che ha in parte riscritto liberamente Troilo e Cressida, non potendo disporre di una distribuzione stellare, ha puntato su un gruppo di giovani e giovanissimi attori, perfino debuttanti, scegliendo, per un verso, la statuaria plasticità; per un altro, una recitazione sovreccitata, fortemente allusiva. Lavoro serio, profondo. Non del tutto azzeccato l'esito spettacolare. Cobelli, aiutato dalla stupenda scenografia di Paolo Tommasi - due piani: in alto la solare, aurea Troia, in basso la grigia, urlante tendopoli greca -ha creato una dinamica visualità di rara bellezza ed eloquenza gestuale, che supera ogni tentativo di sperimentazione specifica; purtroppo, almeno nel primo tempo e la metà del secondo, l'andamento recitativo è di una monotonia esasperante, priva di una minima coloritura sia in scene guerresche, paracomiche, o amorose. Sul finale, invece, i toni gracchianti si stemperano, forse nella fatica, in suoni e accenti più umani. Fra i molti giovani attori si è fatta notare Elena Ghiaurov, lanciata a Todi nella Maschera di Bertolazzi, che ha tratteggiato una enigmatica, seducente Cressida dai due volti; misurato, rispetto a molti altri, l'ottimo Rino Cassano, prologo, Tersite e epilogo; vivace fin troppo il ruffiano Pandaro di Giampiero Ciccio; decisamente verde, come altri attori, il Troilo di Antonello Scarano. Accoglienze calorose al finale dal pubblico della Pergola.
Paolo Lucchesini