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Testo
inquietante e tenerissimo, trasgressivo e di lucidissima attualità,
comicamente accattivante e drammaticamente poetico, Sunshine, è uno
dei più recenti successi di William Mastrosimone, scrittore americano
di evidente origine italiana, drammaturgo di spicco della generazione
degli Shepard, dei Mamet, degli Innaurato, dei Rabe (nel nostro paese
lo si è conosciuto per una delle sue prime pièces Extremities da cui
era anche tratto un film, protagonista Farrah Fawcett, che in italiano
diventò: Oltre ogni limite). La distanza del testo dalla nostra realtà
che qualcuno vede come un limite, può diventare l'elemento di forza
di una messa in scena che tende a sottolineare l'emblematicità della
vicenda al di là del suo specifico ambiente, a farne una metafora moderna
e non barbosa della condizione dei rapporti della nostra epoca. Le proiezioni
fantastiche a cui si è costretti a far ricorso per recuperare il proprio
eros, la difficoltà di contatti limitati e limitanti, le incomprensioni
e i problemi creati dall'evolversi tumultuoso dei ruoli sessuali, la
discrasia fra disponibilità dell'uno o dell'altra, la paura di fare
l'amore che nasconde in realtà la paura di amare, non sono certo solo
affari di Sunshine. In tempi in cui buona parte della nuova drammaturgia
sembra barricarsi dietro il simil-vero di climi generazionali che sotto
un'apparenza disincantata e una superficie anticonformista nascondono
intrecci e dinamiche scontate e ripetitive, è una fortuna avere per
le mani una commedia che per la sua stessa struttura consente di saltare
a pie pari le trappole del naturalismo, i rischi dell'identificazione
immediata tra quello che si vede in scena a la diretta esperienza personale.
C'è bisogno di un nuovo estraneamento che conta invece proprio sulla
distanza di sicurezza che divide lo spettatore comune da quelle situazioni
limite e consente un confronto critico con l'istintualità , l'esperienza
emotiva, il mondo inferiore di ognuno , che è poi quello che Fassbinder
proponeva reinterpretando alla sua maniera l'insegnamento di Brecht.
Quando meno te lo aspetti, il verosimile della scena in cui è innescato
il formidabile potenziale della trasgressività e quello non meno dirompente
della risata, ti porta a fare i conti con le verità della tua mente
e del tuo cuore. Su questa concezione si cimenta per la prima volta
insieme un gruppo di operatori di diversificatissima provenienza. Gli
ambienti della commedia - il peep-show e il rifugio di Nelson che ha
i connotati della provvisorietà di quella scelta abitativa - consentono
ad Alessandro Chiti di comporre in maniera non realistica elementi e
materie assolutamente verosimili; i visuals elaborati elettronicamente
da Giovanotti Mondani Meccanici - uno dei più interessanti gruppi di
Video art europei - suggeriscono per associazione altre dimensioni sia
alla cabina del porno shop che all'ambiente di Nelson; i costumi di
Loretta Mugnai mettono a confronto i due look professionali di Sunshine
e di Nelson con la dimensione quotidiana del loro abbigliamento; il
sistema fonico disloca le fonti sonore per diversificare la musica di
commento da quella di ambiente - entrambe composte e realizzate da Maurizio
Dami - e usa i microfoni per sottolineare l'inesorabile separazione
dell'intimità del peep-show; l'interpretazione, affidata a tre giovani
attori "multimediali" che scelgono il teatro per la sua diversità e
non per le parentele con gli altri mezzi, gioca sul contrasto fra il
"recitare" delle finzioni amorose e non, e la verità del dolore e della
conoscenza.
Marco Mattolini
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