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A
proposito dell'allestimento di "Troilo e Cressida"
Come abbiamo detto più volte presentando gli spettacoli di nostra produzione,
ogni spettacolo ha una sua storia che è spesso molto complessa, un suo
itinerario che a volte coincide con l'"avventura". E questo accade tanto
più se si crede che "fare teatro" sia il tentativo di creare qualche
"avvenimento" artistico e culturale (non un lavoro di routine per fare
contento un pubblico purchessia e per ottenere i finanziamenti) e anche
una sia pur piccola testimonianza di "civiltà" (sintesi di esigenze
diverse che vanno dal tentativo di fare opera di poesia a quello di
costituire una struttura "efficiente") in un momento di sbandamento
diffuso e generalizzato. Troilo e Cressida è anche il tentativo di fare
un po' di chiarezza. Sì, perché c'è molta confusione nel teatro italiano
e non c'è nemmeno da stupirsene, del resto: il teatro è sempre, nel
bene e nel male, uno specchio della società in cui vive. Confusione
perché non c'è una legge di settore, confusione perché quasi tutti parlano
secondo il proprio particolare e con miopia; confusione perché quasi
tutti ritengono di avere meno di quanto meritano; confusione perché
si ha nostalgia di un tempo in cui vi erano "manifesti" da firmare e
però non c'è ora la capacità di trovare denominatori comuni ampi ma
non usurati; confusione perché le utopie sono astratte e gli "utopisti"
si vantano di non essere pragmatici; confusione perché i "pragmatici"
(privi ormai dei riferimenti abituali che davano, o sembravano dare,
senso al loro agire) non possiedono più nemmeno le parvenze di un "sogno"
e non hanno (più) quindi una reale "cultura di governo"; confusione
perché tutti addossano a tutti gli altri le responsabilità della confusione;
confusione perché se tutti intrasentono che è arrivato il momento di
accettare sacrifici, quasi nessuno ritiene che tale esigenza valga anche
per loro; confusione perché il pubblico è spesso corrivo e comunque
frastornato, frastagliatissimo, culturalmente devastato dallo spettacolo
televisivo di cui perfino chi lo fa parla come di qualcosa che si è
protratto oltre ogni limite della decenza. C'è anche molta confusione
nel concetto e quindi sui compiti del "teatro pubblico". Si dice che
il teatro pubblico deve favorire il "teatro di regia", un teatro inevitabilmente
più costoso di altri: se non lo fa il teatro pubblico, chi lo fa? Certo.
Si dice che il teatro pubblico debba favorire i giovani autori: se non
lo fa lui, chi lo fa? Sacrosanto. Si dice che il teatro pubblico deve
rappresentare i "grandi classici" altrimenti nessuno li farà più, e
anche questo è vero. Del resto, vanno rappresentati autori viventi che
giovani non sono più ma meriti ne hanno, altrimenti chi si ricorda di
loro? Verissimo. Si dice poi che non si può assolutamente trascurare
la formazione dei giovani attori perché diversamente tra poco non ci
saranno più attori in grado di far bene il proprio mestiere - e anche
questa affermazione non è lontana dalla verità. Del resto, come dimenticare
i "giovani registi" e come trascurare la "ricerca" la quale, ancorché
appannaggio di centri specializzati, non può ne deve - si dice - essere
dimenticata dal teatro pubblico. Ancora, il teatro pubblico (che, ricordiamolo
per i non addetti ai lavori, non ha fini di lucro ne aziendali ne individuali)
deve fare cicli di conferenze, un'attività editoriale, avere le sale
piene e i bilanci in pareggio anche se le sovvenzioni, lungi dall'alimentare,
non tengono nemmeno il ritmo dell'inflazione e arrivano sempre più in
ritardo. Si addensano insomma sul teatro pubblico molte domande accompagnate
da una profonda diffidenza che è poi quella che la società italiana
ha sempre più nei confronti di tutto ciò che è "pubblico". È peraltro
vero anche che il teatro pubblico ha commesso non pochi errori e ancora,
temo, li sta commettendo. Occorre però chiarire almeno due cose. Innanzitutto
che questi errori li ha commessi in "buona compagnia". In quella cioè
del teatro che pubblico non è e di un interventismo politico che aveva
non solo e non tanto la responsabilità di essere troppo ingerente quanto
quella di non essere sufficientemente competente e di non amare realmente
l'oggetto delle sue attenzioni. Detto questo, rimane comunque il fatto
che la demolizione del concetto di teatro pubblico (che non riguarda
solo i teatri che pubblici sono per stato giuridico ma anche tutti quelli
che a quel concetto si ispirano) coinciderebbe con la fine di buona
parte delle più alte espressioni del teatro italiano e con il dilagare
di una spettacolarità para-televisiva e della vera sottocultura, con
un'ulteriore vittoria di quella "cosa" che Brecht, lasciando Monaco
per Berlino agli inizi degli anni Venti, definì "Mahagonny". La storia
di questo spettacolo è, all'inizio, anche una riflessione sulle questioni
che abbiamo qui sommariamente elencato. Negli anni, il programma produttivo
di ERT si è sempre più orientato a promuovere, per quanto possibile
e per quanto capace, un teatro in qualche misura "sommerso", cioè poco
riconosciuto, non realmente ufficiale, non abituale (in quanto tale,
anche più discutibile). Abbiamo prodotto (o coprodotto) sei "novità"
in sei anni; abbiamo dato spazio alla formazione di giovani attori tramite
le guide di "maestri" quali Castri e Cobelli; abbiamo lavorato con registi
giovani ma qualificati come Salmon e Martone; abbiamo proposto testi
del Novecento pochissimo rappresentati in Italia come i Dialoghi delle
Carmelitane, Le serve, Amoretto; dato spazio al consapevolmente riconosciuto
teatro di figura coproducendo Pinocchio e il prossimo spettacolo di
Mimmo Cuticchio. Come logico e come noto, abbiamo fatto anche spettacoli
più "semplici" (ma sempre, riteniamo, con dignità e professionalità)
che a volte ci hanno consentito, con il loro successo, di sopravvivere
nei momenti più duri. Con Cobelli, dunque, abbiamo lavorato molto, prima
di arrivare a proporre questo spettacolo e confesso che eravamo partiti
da idee di più facile realizzazione. Non riuscivamo però a trovare qualcosa
che ci soddisfacesse realmente. In questa fase del suo lavoro e della
sua ricerca, Cobelli è attratto soprattutto dall'idea di fare un teatro
molto "libero", libero dai molti condizionamenti che un regista-autore
può trovare nel momento in cui realizza spettacoli "tradizionali". Ha
prevalso allora l'idea di pensare a uno spettacolo interpretato da giovani
attori, impresa a cui Cobelli non è certo nuovo, e alla fine la scelta
è caduta su un testo grandissimo e difficilissimo, un testo livido in
cui il più grande autore della storia del teatro mostra, ci esprimiamo
sommariamente, di credere ormai poco alla capacità dell'uomo di essere
quello che potrebbe e dovrebbe essere (assai meglio di quanto potrei
fare io, ne parla Jan Kott nel brano riportato in questo volume). Per
parte nostra, ci è sembrato di soddisfare ad almeno uno dei più importanti
compiti che il teatro pubblico ha o dovrebbe avere. Questo intendevamo
dire parlando del tentativo di fare un po' di chiarezza. Cobelli e una
ventina di ragazzi si sono allora chiusi per un mese in un luogo di
montagna isolatissimo e lì hanno letto, studiato, "ricercato", "improvvisato",
conosciuto i loro compagni. Poi hanno provato lo spettacolo per un mese
e mezzo. Hanno fatto tutto questo in condizioni che se credo fossero
buone per l'assistenza "tecnica" che dava ERT (insieme all'Associazione
I Teatri di Reggio Emilia), erano però difficilissime dal punto di vista
economico, perché il nostro Ente sta vivendo contemporaneamente un momento
favorevolissimo ("saltati" tutti i record di presenze al Teatro Storchi,
"successo di mercato" e di critica dell'Inventore del cavallo e di Pinocchio),
ma anche di difficoltà finanziarie che costituiscono una morsa implacabile.
Il lavoro è stato pertanto molto faticoso, molto più faticoso di quello
che si immagini quando si allestisce un testo di Shakespeare. Fermo
restando che tutto ciò non significa un invito all'indulgenza rivolto
a chi vedrà lo spettacolo, rimane la "consolazione" che c'è ancora qualcuno
che accetta grandi sacrifici per affermare un'idea, per arrivarvi in
fondo, per non passare il proprio tempo a recriminare e a invidiare
qualcun'altro. E' troppo dire: per dare corpo a un sogno?
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