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Viviamo in un periodo
esagerato, esagerato anche nell'uso delle parole. La gente è stanca
di parole. Eppure lei, la protagonista del monologo, continua a parlare
e a parlare, senza stancarsi. Parla ad un uomo quasi muto, che le da
scarsissimo aiuto per trovare un orientamento nel mare di contraddizioni
che è la società in cui viviamo. Lei parla e sparla, dice e si contraddice,
piange e ride, accusa e difende, nel tentativo di capire qualcosa di
se e degli altri. Rabbiosa e aggressiva, in realtà è smarrita, non sa
dove andare. La crisi dei valori, soprattutto la crisi della sinistra,
l'ha lasciata sospesa nel vuoto, si sente irrimediabilmente presa in
giro: ma non sconfitta. Anche laddove sembra che si chiuda in se stessa,
ancora una volta la protagonista trova la voglia e l'energia per ridere
di se, dei suoi sogni, dei suoi errori, della sua condizione attuale.
Vitale com'è, chiede aiuto perfino alle creme di bellezza, nell'illusione
di prolungare quella giovinezza di idee che non l'ha mai abbandonata.
Solare e ombrosa, si dibatte tra le parole, alla ricerca di una via
d'uscita. E l'arma rimane sempre la risata, ora allegra, ora amara,
l'unica via per guadagnarsi con distacco, per non affogare nei propri
difetti.
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