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La Nazione, Domenica 29 Aprile 1990
Novità alla rassegna "Danza primavera".
Bob, se l'amore è baruffa.
Torao Suzuki ha tratto un balletto dalle "Ragazze di San Frediano".
Bagno a Ripoli - La rassegna
"Danza Primavera" ha presentato venerdì al teatro di Grassina una novità
del coreografo Torao Suzuki, liberamente e poeticamente ispirata al
romanzo di Pratolini Le ragazze di San Frediano. Il balletto è stato
scelto per rappresentare nel settore danza Firenze alla Biennale dei
giovani artisti dell'area mediterranea, che si svolgerà a Marsiglia
dal 9 al 19 settembre. Alla selezione hanno partecipato diversi gruppi
"under 30, provenienti da varie esperienze formative ed artistiche.
Tutti, sia pure in diversa misura e nei più svariati stili, hanno comunque
dimostrato una notevole serietà di ricerca e confermato il buon livello
raggiunto a Firenze dalle nuove leve nel difficile campo della coreografia.
In questo quadro Le ragazze di San Frediano hanno poi particolarmente
convinto, non perché fossero del tutto esenti da zone d'ombra, ma per
una certa loro spontaneità e felicità narrativa. E questo è un dato
per niente scontato, anche considerando la qualità del materiale di
partenza, perché non è facile ricreare sul palcoscenico, e in un balletto,
le bellezze più segrete delle pagine letterarie, tanto più se famose.
Torao Suzuki ha brillantemente evitato anche un altro grosso pericolo,
annidato nelle musiche: perché se Il garofano blu cantato da Riccardo
Marasco è l'espressione di una fiorentinità poeticamente ravvivata e
comunque sottoposta a severo vaglio critico, altre canzoni - e le stesse
musiche di Glenn Miller - creano un contatto diretto con il clima e
i gusti tipici degli anni Cinquanta. E per quanto gradevolissimi possano
risultare ancora oggi all'ascolto Carlo Buti, Rabagliati o Narciso Parigi,
sarebbe stato insopportabile un balletto tipo Fiorentine Graffiti, con
scene di sdolcinata e ordinaria oleografia. Tale eventualità è stata
per fortuna drasticamente scartata da Torao, che dopo un inizio un po'
oscuro e confuso ha puntato con decisione le sue carte sull'ironia e
su una danza senza birignao accademici, moderna per sensibilità e stile,
pronta anche ad accogliere, con parsimonia e eleganza, opportuni contributi
di gestualità teatrale. La scena è molto semplice: nella scatola nera
del palcoscenico c'è un unico fondale bianco, un lungo muro dall'intonaco
sbrecciato e intervallato da tre porte, tre sipari che si aprono e si
chiudono - con un po' di fantasia - sulle case e sugli anditi, sui locali
pubblici e sulle strade d'Oltrarno. E anche sulle liti e sugli amori,
cioè su tutti quei sentimenti forti e contrastanti che Bob (impersonato
dallo stesso Torao Suzuki) semina tra le ragazze del quartiere. Finché
Mafalda Tosca (entrambe ottimamente interpretate da Silvia Frosali),
Silvana (Daniela Giuliano), Gina (Sabrina Radicchi), Loretta (Marina
Raglianti) e Bice (Marzia Tinto) non decidono di vendicarsi. E allora
al povero Bob non resta che subire la vendetta, sul ritmo beffardo di
Maramao perché sei morto. Il successo è stato vivissimo.
Enrico Gatta
La Repubblica, 29-30 Aprile 1990
A Grassina "Le ragazze di San Frediano" di Torao Suzuki.
Pratolini diventa una tenera danza.
Alla Biennale del Giovani Artisti
dell'Area Mediterranea di Marsiglia, la danza fiorentina sarà rappresentata
da Le ragazze di San Frediano di Torao Suzuki, scelto attraverso una
selezione attuata in collaborazione fra "Danza Primavera" e "l'Archivio
Giovani Artisti Fiorentini del "Progetto Giovani, del Comune di Firenze.
Grintose, sensuali, ingenue e anche un po' "cialtrone" alla Spadaro,
queste Ragazze, in scena venerdì sera a Grassina, sono l'ultima fatica
di Suzuki, un giovane e affermato coreografo già molto apprezzato in
Italia. Si tratta ovviamente di un balletto tutto fiorentino, ispirato
al celebre scritto pratoliniano e cucito su di un commento musicale
tutto stornelli e nostalgie accattivanti motivetti, spesso confusi con
il gracchiare di un vecchio disco. Ma non per questo è un balletto narrativo,
che del romanzo segue pedissequamente pagina per pagina, virgola dopo
virgola, se pure la struttura dello spettacolo rispetta la scansione
in capitoli, se pure i personaggi e le loro azioni sono gli stessi,
l'insieme teatrale vive e risalta di una propria indipendenza rispetto
al testo originale di cui fa quindi libera interpretazione. Ce lo indicano
da più parti elementi coreografici e non, quali ad esempio una connotazione
scenografica glabra ma efficace (di Luc Ragot), espressiva e onnivalente,
un particolare giuoco di illuminazione, l'utilizzo di una gestualità
tagliente e moderna lontana anni luce dal tempo narrato. Quel che colpisce
è poi come l'intero balletto sia più che altro un'attenta tinteggiatura
di caratteri. E Proprio su questo poggia il successo della pièce stessa.
I vari momenti, drammatici, ironici, violenti o comici che siano, acquistano
smalto dagli assolo o dai concertati dei personaggi fortemente ma sapientemente
delineati. Così che spiccano evidenti le calibratissime interpretazioni
dei danzatori protagonisti, degni di essere citati uno per uno a partire
da Silvia Frosali, versatile e prepotente nel doppio ruolo di Mafalda
e Tosca. Accanto a lei la potente Daniela Giuliano, intensa e sensuale
così come Sabrina Radicchi è gradevolmente spigliata e ingenua. A loro
fanno corona la Loretta di Marzia Tinto e la Gina di Marina Ragliami,
deliziose figurine onnipresenti. E che dire del settore maschile, rappresentato
in primo luogo da Bob dello stesso Suzuki e dal piacevolissimo "bulletto"
tenero di Luciano Pons? Bravissimi anche i quattro comprimari, quali
altrettanti bulli. Lo spettacolo, un trionfo meritato di applausi, sarà
prima di Marsiglia alla vetrina/Danza che si terrà a Luglio a Reggio
Emilia. Un'altra ottima occasione per applaudire questo piccolo azzeccato
omaggio a Firenze.
Giannandrea Poesio
Il Tirreno, Giovedì 4 Ottobre 1990
Da Patrolini a Calvino: gli spettacoli di Torao Suzuki.
A San Frediano le ragazze ballano.
Firenze - Torao Sukuzi è reduce
da Marsiglia, dove si e svolta la quinta edizione della "Biennale dei
giovani artisti dell'Europa mediterranea": assieme ad altri artisti
fiorentini ha rappresentato Firenze con il suo balletto "Le ragazze
di S. Frediano", da Pratolini. Una bella occasione, resa un po' amara
da un fatto: il Comune di Firenze non ha contribuito alle spese; la
vecchia giunta, che aveva gestito la preparazione della Biennale marsigliese,
aveva garantito senza assumere però alcun "impegno in bilancio. Un "incidente"
che porta subito alle possibilità materiali di fare danza a Firenze
("non si può lavorare senza contributi pubblici, e per avere sovvenzioni
ci vogliono anni...") e al livello dell'attuale produzione: "ci sono
buone compagnie e ottimi clementi, ma manca il coraggio di rischiare
per qualcosa di nuovo che invece il pubblico si aspetta". Presentato
in anteprima a "Danza Primavera", la rassegna di Grassina promossa da
Maria Grazia Nicosia, "Le ragazze di S. Frediano" e l'originale riscrittura
di un testo quasi sacro della letteratura italiana, e fiorentina in
particolare, del dopoguerra. "Mi Occorreva un soggetto che rappresentasse
degnamente Firenze alla biennale marsigliese, che ne esprimesse il fascino,
che facesse leva su personaggi femminili: ho letto Pratolini, mi sono
immerso per settimane nella vita di S. Frediano e spero di essere riuscito
a rendere l'atmosfera del quartiere, dei personaggi, del libro". Un
tentativo riuscito. Sulla scena essenziale di Luc Targot (un solo fondale
bianco, un muro dall'intonaco cadente su cui si aprono tre porte) le
vicende di Bob e delle ragazze del quartiere si snodano con gestualità
elegante, accompagnata da una colonna sonora d'epoca (Carlo Buti, Rabagliati,
Narciso Parigi, Marasco ma anche Miller) che da il tocco definitivo
alla riproduzione di quell'atmosfera che Suzuki ha saputo così bene
catturare. Un altro successo per il coreografo ventisettenne che dopo
gli studi con Béjart a Bruxelles ("vent'anni fa era un evento veramente
nuovo anche se dal punto di vista artistico cominciava già a finire.
Ma ho potuto vedere come è organizzato un grande balletto e imparare
ad usare le luci. componente fondamentale delle mie coreografie") è
venuto a Firenze come solista del Maggio Musicale, per poi mettersi
in proprio a creare balletti e a tentare le strade di una coreutica
che non si rifà a nessuna scuola ("ultimamente c'è stata un'invasione
di nordici, che mi sembrano freddi e a volte anche demenziali mentre
mi interessano Monteverde e Forsythe: ma non vorrei ballare cose loro!").
Ora Suzuki riprenderà un progetto a cui tiene molto: un balletto da
"Le città invisibili" di Calvino - città con nomi di donna, ancora personaggi
femminili - e una coreografia per il "Flauto Magico" di Mozart, di cui
ricorre il bicentenario della nascita.
Dino Castrovilli
Imprenditorialità N. 10 - Ottobre 1990
I poveri grandi amori delle "Madonne fiorentine".
La bella rassegna teatrale ed
artistica di Radicondoli - lo stupendo borgo della provincia senese
immersa nel verde e nelle rimembranze di un tempo antico e dolcissimo,
giunta alla sua quarta edizione, ha proposto una nutrita serie di occasioni
spettacolari particolarissime, una delle quali merita lo spazio di questa
nostra rubrica: parliamo de "Le ragazze di San Frediano", un allestimento
recitativo, musicale di teatrodanza, liberamente ma rigorosamente adattato
all'omonimo romanzo di Vasco Pratolini a cura del regista e coreografo
di origine giapponese - ma ormai italiano per formazione e approfondimento
culturale, addirittura "toscanissimo" per scelta e per passione - Torao
Suzuki. "Le ragazze di San Frediano" è una delle opere più gustose,
sanguigne e sentimentalmente vernacolari di Pratolini: in quattordici
capitoli intrisi nello spirito della Firenze più popolaresca ed autentica,
viene raccontata la vicenda di sei ragazze del quartiere che rivaleggiano
fra loro, con tutti gli artifici e tutte le armi del loro sesso per
amore verso un giovanotto diverso dagli altri, cinico e sciupafemmine,
che, dopo averle sedotte ad una ad una, rimane fatalmente vittima della
coalizzata vendetta delle sue prede. La particolarità dell'allestimento
di Torao Suzuki sta nella grande abilità nel rendere, con degli accenni
sintetici di rara eleganza - diafani colpi d'immagine, un mix di teatro
simbolista e di coreografismo didascalico - il complesso intreccio narrativo
in cui la semplicità addirittura istintiva dei sentimenti che governano
l'azione delle protagoniste (le bravissime attrici e danzatrici Isabel
Rincon, Silvia Frosali, Sabrina Radicchi, Marina Ragliami, Marzia Tinto,
sciamanti intorno al Bob incarnato dallo stesso Suzuki e all'altro personaggio
maschile di Luciano Pons) si raffina e si incendia nel crogiolo delle
sofferenze d'amore. La sottigliezza tutta orientale di Suzuki, senza
nulla togliere alla genuinità veristica del testo, gli ha conferito
il fascino derivante da un più acuto scandaglio psicologico che, sulla
scena, è stato efficacemente tradotto in vitalità teatrale intensamente
colta dal pubblico. La scelta di utilizzare una colonna sonora fatta
di vecchi dischi (veramente vecchi, e spesso gracchianti) di quarant'anni
fa, interpretati da Carlo Buti, Narciso Parigi, il Trio Lescano, Alberto
Rabagliati, Marasco e Glenn Miller, si dichiara certamente "ruffiana"
per l'implicita sollecitazione nostalgica, ma è al tempo stesso coraggiosa,
e in ogni caso precisamente rispondente alla esigenza di collegare temporalmente
una vicenda le cui caratteristiche emotive e comportamentali, pur essendo
emblematiche dell'infatuazione - la cui carica è identica in ogni tempo
e in ogni luogo - hanno il preciso colore, profumo e sapore del dopoguerra
e di quel borgo, spensieratamente rallegrato da quelle musiche che facevano
illanguidire le "Madonne fiorentine". Quelle canzonette ingenue che
oggi ci fanno sorridere furono il leitmotiv di tanti poveri amori dei
vicoli di Firenze - ma anche di Roma e di Milano, come di dovunque ci
fosse "vita di vicolo" e agrodolce miseria da stemperare nelle piccole
illusioni -, e la curata ricercatezza con cui sono state riproposte
a corollario della azione scenica è stata premiata dall'effetto artistico
di innegabile suggestione, pur incorniciato da una scenografia tanto
essenziale quanto efficace, fatta di sole tre porte sul fondale bianco:
come a voler ammonire sulla necessità di un'architettura "ad altezza
dell'uomo" per poter conservare intatta e socialmente diffusa la dolcezza
del cuore. Questo in fondo è il senso - al di là dei pur coinvolgenti
pretesti narrativi - più intimo ed importante sia del romanzo di Vasco
Pratolini sia della trasposizione scenica di Torao Suzuki: è bello ciò
che è ingenuo e incorrotto, ciò che è semplice e povero, ciò che si
conserva a misura di una idea della vita limitata nelle aspirazioni
ma proprio per questo immensa nelle proporzioni del sentimento. Il vitalismo
inesauribile di questa concezione della natura umana è rappresentato
nell'ultima scena - che corrisponde agli ultimi capitoli del romanzo
di Pratolini - dove le ragazze amiche-nemiche, accortesi dei mille inganni
subiti; si coalizzano contro Bob, infine ridicolizzandolo: un epilogo
anche sguaiato e violento, ma rivelatore di una maturazione comunque
avvenuta a dispetto della "sudditanza" patita, e dove la stessa violenza
si sublima nell'ironia e nel divertimento, poiché sempre in fondo le
asprezze della delusione non sono che il preludio alla speranza di nuovi
amori...
Giacomo Carioti
Mass Media, Dicembre 1990
Il becero di Sanfrediano quarant'anni dopo.
Nell'intenso vorticare di manifestazioni,
feste, premi, rassegne che l'estate delle ribalte propone in ogni angolo
d'Italia, taluni anche nascosti ed emarginati dalle rotte del turismo
vacanziero, può capitare di imbattersi in un incontro che se ne sta
dolcemente raccolto entro le mura di un antico borgo. E propone le sue
coinvolgenti serate a un pubblico locale, semplice e spontaneo, riunito
- con buona rappresentanza di residenti nelle zone circostanti e di
convenuti dai capoluoghi più prossimi - tra le eleganti architetture
di un chiostro conventuale o nella cavea della piazza maggiore. Millecinquanta
abitanti conta Radicondoli, comune in provincia di Siena, arroccato
a cinquecento metri e circondato da ville e fortezze ubicate nei punti
più suggestivi o strategici del territorio. Da luglio a settembre, con
la guida di Giancarlo Calamai, vi si tiene "D'estate a Radicondoli",
un flusso di musica, danza, cultura che frammischia raffinati concerti
per cornamusa e arpa celtica, opere da camera (quest'anno "II telefono"
di Merlotti e "Madame Landru" di Hazon), musica corale e polifonica,
recital di cantautori, esecuzioni operistiche (una selezione della "Traviata"
presentata da Franca Valeri), programmi ballettistici e qualcosa ancora.
Senza troppi clamori ma con grande entusiasmo, dove i pochi addetti
faticano e tutto fanno (con l'onnipresente Anna Giannelli) per la riuscita
di un lavoro culturale nel quale credono, tra prolungate sedute notturne
sotto un pergolato panoramico e buoni piatti consumati su lunghe tavole
in un incontenuto "ciaccolare" di teatro-cinema-tv-musica-fumetti, la
manifestazione ha offerto uno spettacolo, ideato dal coreografo francogiapponese
Torao Suzuki, di cui merita parlare per la felicità dell'impatto e per
le memorie letterario-cinematografiche che a esso si legano, anche se
viene esplicitamente dichiarato trattarsi della "libera" riduzione di
un romanzo scritto nell'immediato dopoguerra in piena fioritura neorealistica.
"Il rione di Sanfrediano è di là d'Arno, è quel grosso mucchio di case
tra la riva sinistra del fiume, la chiesa del Carmine e le pendici di
Bellosguardo; dall'alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo
Pitti e i bastioni medicei; l'Arno vi scorre nel suo letto più disteso,
vi trova la curva dolce, ampia, meravigliosa che lambisce le Cascine.
Quanto v'è di perfetto, in una natura divenuta essa stessa civiltà,
avvolge Sanfrediano e lo esalta. Ma non tutto è oro ciò che riluce.
Sanfrediano, per contrasto, è il quartiere più malsano della città;
nel cuore delle sue strade, popolate come formicai, si trovano il Deposito
centrale delle immondizie, il Dormitorio pubblico, le caserme. Gran
parte dei suoi fondaci ospitano i raccoglitori di stracci, e coloro
che cuociono le interiora dei bovini per farne commercio...". Sono queste
le prime righe del capitolo d'apertura de "Il rione dei beceri modello"
ove Vasco Pratolini introduce il "set" nel volume edito da Vallecchi
nel 1952, dopo l'esito in tutto favorevole ottenuto con un trittico,
corale e popolaresco, di notevole forza e fascino: "II quartiere", "Cronaca
familiare", "Cronache di poveri amanti". Una scrittura, la sua, tra
memoria ed elegia, venati di esperienze vissute in prima persona, difficili
e stentate, esercitando i mestieri più umili prima di volgersi alla
narrativa. Un lungo e sofferto viaggio attraverso la propria fanciullezza,
adolescenza, maturità, sullo sfondo degli avvenimenti che segnarono
l'inizio e l'affermazione del fascismo. Schegge di storia rilette da
un "io" narrante con l'ambizione, per confessione dell'autore, "di trasformare
la storia privata in un fatto universale, tanto da rappresentare la
storia di tutti gli uomini, qualora venissero a trovarsi in quella situazione".
La successiva esperienza di sceneggiatore cinematografico, dopo l'avvenuto
trasferimento a Roma, manifestò evidenti i frutti della nuova applicazione
appunto nella struttura de "Le ragazze di Sanfrediano", racconto satirico
e "boccaccesco" ove i movimenti scenici, la coloritura di taluni episodi,
il dosaggio e la combinazione dei diversi intrecci rivelano gli insegnamenti
ricavati dallo scrivere per lo schermo. Nel romanzo, disegnati con poetica
schiettezza di narratore "neorealistico", tornano personaggi e luoghi
che gli sono parecchio cari, in uno con la fierezza popolana degli interpreti
e gli interessi pratoliniani per i periodi incerti di formazione dell'uomo
e i congiunti impulsi del sesso. Le sue "ragazze", eredi di una gloria
"tutta umile e maligna", sono quelle stesse donne e fanciulle di cui
le novelle e le cronache antiche sono piene: "Belle, gentili, audaci,
sfrontate; e nel volto, nelle parole e nei gesti delle quali la castità
medesima acquista il significato di un misterioso adescamento, e la
licenziosità il senso tutto esplicito, ignaro e disarmato del candore.
Tra le ragazze, per gioventù, bellezza e becerismo, un'impagliatrice
di sedie è il portabandiera. Fu essa che addipanò, e poi sciolse, la
matassa che legava Bob e le sue amiche". Una matassa che immediatamente
sollecitò Cinecittà a occuparsene con una trascrizione firmata nel 1954
dall'esordiente Valerio Zurlini. Buon documentarista, dotato di un aguzzo
spirito d'osservazione e guidato da un'autentica ispirazione di matrice
realistica di cui aveva dato prova con alcuni meritevoli cortometraggi
girati tra il 1948 e il 1953 (da ricordare, in particolare, gli efficaci
spaccati schizzati con le sequenze di "Pugilatori" e "II mercato delle
facce", quest'ultimo dedicato agli aspiranti attori), il non ancora
trentenne regista accostò le pagine di Pratolini con la vitalità necessaria
per tratteggiare un fresco ritratto di esuberante giovinezza stretta
e conficcata tra i muri di un agitato quartiere popolare. Trascurando
le quinte politicosociali dell'impianto letterario, a corona di Aldo,
detto Bob, "il giovanotto dalle belle ciglia", piccolo Casanova di suburbio
"cui mancava, oltre il genio e la spensieratezza, la virtù originale
del grande amatore, l'esigenza e l'ansia del possesso", peraltro ottimamente
impersonato da Antonio Cifariello (forse la più convincente prestazione
dell'attore), Zurlini collocò alcune promettenti stelle del cinema nazionale:
Rossana Podestà, Giovanna Ralli, Marcella Mariani, Giulia Rubini, Luciana
Liberati, affiancate a Corinne Calvet. A loro spettò di dare vita a
quel coro di presenze femminili che si agitano in un convulso girotondo
attorno al conteso Bob. Per ricordarla al lettore, la vicenda riguarda
un giovane meccanico troppo amato dalle donne. A Gina, sua vicina di
casa, ha promesso di sposarla; Mafalda l'ha abbandonato ma ancora ne
subisce il fascino; Tosca è pronta a darglisi pur di toglierlo alle
altre; Silvana, maestra di scuola serale e fidanzata di un amico, l'ha
commossa e irretita raccontandole di essere un corridore motociclista
esposto a mortali pericoli; Bice, direttrice di una casa di mode, s'è
incapricciata di lui e intende legarlo a tutti i costi. Una girandola
di tradimenti, baruffe, lacrime, promesse, chiusa da un'animosa vendetta
da gineceo alle spalle del rubacuori. Nella versione filmica, almeno.
Che nella pagina il dongiovanni, dopo aver subito l'irridente esplosione
delle congiurate nel gran Prato del quercione alle Cascine, quasi a
rivaleggiare con una scena comicogrottesca di desinenza scespiriana,
se ne torna beffato a Sanfrediano: "Ma non lo chiamano più né Bob né
Fernando, lo chiamano Tirone. Deve pur sempre esserci un Gobbo a Sanfrediano,
altrimenti come farebbero le ragazze a dannarsi l'esistenza, che sugo
ci sarebbe incontrare il primo e ascendere l'altare?". Sono in tutto
quattordici "quadri" (o brevi capitoli, se si preferisce) che Pratolini
offre al lettore con il ritmo e la vivacità di un'ottimo scenario cinematografico
nel quale gioia e rabbia si alternano con i sovratoni di un acceso sentire
popolare. Torao Suzuki, anche primo ballerino nei panni di Bob, sostituendo
alla parola il linguaggio coreutico, li ha rispettati esemplarmente
attraverso una rappresentazione stretta nei tempi e vitale nella rievocazione
di atmosfere legate a gior ni ormai lontani. Una Firenze scomparsa,
radicalmente diversa da quella attuale, e tuttavia non smemorizzata
per intero in chi l'ama profondamente e ancora la vive con duratura
tenerezza di rapporti suggestioni; la "fiorentinità" che anima le ballate
irriverenti e strappapplausi, di Marasco, cantastorie nostalgico e insieme
argutamente ladrone di un sottile humour. Può sembrare strano che un
artista "immigrato" qual è Suzuki, non testimone diretto dell'epoca
e delle sue particolari risonanze, abbia saputo ridarne così puntualmente
il sentimento, il suo non sfiorire tra i travolgimenti dell'oggi. Con
assoluta essenzialità scenica (tre porte su un fondale bianco, quasi
a voler schiacciare i protagonisti tra penombre di vicoli e anditi)
e con una colonna musicale-canzonettistica adeguata e non troppo sottolineata
(i motivi cari alla voce di Buti, Rabagliati, Narciso Parigi, Trio Lescano
e qualche spazio per il sound di Glenn Miller) il coreografo ha rivissuto
i poveri amori dell'ieri con la sensibilità e l'ironia propri delle
pagine pratoliniane. Se un quadro è da privilegiare, la preferenza tocca
senz'altro a quello allusivamente ambientato nel biliardo che prelude
alla cazzottatura sui gradini del Tiratoio. Ossia la battaglia decisiva
affrontata e vinta da Bob, convinto di poter ormai stringere Sanfrediano
dentro il pugno, a suo piacere. "Era stata, egli pensava, la sua grande
giornata: era stato, piuttosto, sciagurato, il principio della sua fine".
Una sconfitta destinata a concludersi nella trappola ordita dalle amiche-rivali,
coalizzate nello sberleffo e nella violenza, ma anche nella gioia per
essersi finalmente liberate da un'ossessione amorosa. Un trionfo delle
vittime che, quarant'anni dopo, Suzuki ha riacceso con giusto equilibrio
tra gli echi del passato e i moderni tracciati del proprio lavoro di
coreografo.
Claudio Bertieri
La Repubblica, Sabato 2 Marzo 1991
Un balletto di Torao Suzuki ispirato a Pratolini.
Estro ironico per le strade di Firenze.
Firenze - All'inizio dello spettacolo
Le ragazze di San Frediano di Torao Suzuki al Teatro della Compagnia
siamo rimasti un po' perplessi. Il primo disco a 78 giri utilizzato
per accompagnare l'azione danzata su canzonette degli anni d'anteguerra
gracchiava al limite del tollerabile e si sarebbe stati tentati di protestare
avvertendo i fonici del grave disturbo. Poi le cose sono migliorale
da restarne coinvolti per non dire affascinati. Torao Suzuki, non nuovo
alla coreografia, dopo un proficuo apprendistato di ballerino (è stato
con Béjart, ha maturato nei ranghi del Teatro Comunale della sua città
di adozione) ha studiato bene, ha lavorato meglio e svolge un silenzioso
lavoro di riflessione e di ricerca. Non ha la terribile smania di rifare
balletti che altri, più grandi di lui, hanno già fatto ma sceglie temi
nuovi, ispirazioni, non copia, cerca di creare addossandosi un suo linguaggio,
pensino uno stile, una poetica. Torao ha gironzolato per le strade,
i viottoli di Firenze, ha interpellato artigiani d'oltr'Arno, è stato
nelle osterie, ha fiutato umori, profumi della città che ha scelto non
solo come residenza ma come ambiente dal quale far partire i voli della
sua fantasia. Nulla di oleografico, come si sarebbe tentati di pensare,
nulla di bozzettistico, ma un'astrazione di modi di atteggiamenti che
la prosa di Vasco Pratolini gli ha evidentemente suggerito. Non si trattava
di narrare una storia, facendo ricorso alla più triviale pantomima,
ma di alludere a certe atmosfere, ad una mentalità, a un portamento
e a un comportamento che furono caratteristici di un periodo della nostra
storia e di tanto cinema, di un costume, di una società, facendo uso
di una gestualità, di un tipo di movimento che fosse la stilizzazione
di un vissuto, del quotidiano di allora e, nello stesso tempo, avesse
una sua cifra stilistica. Il coreografo ci è riuscito in pieno e il
ballerino non è da meno, insolente muto ed eloquente, tracotante nel
gesto con molta efficacia, spavaldo, impunito e punito dalle sei ragazze
non senza un sentore di canzonatura sui toni ironici dei canti sospesi
di questi "poveri amanti". Le canzonette di Natalino Otto, del Trio
Lescano, di Carlo Buti e di Alberto Rabagliati costituiscono una scelta
molto pertinente che spesso ci muove al sorriso, ci fa tornare indietro
negli anni, con nostalgia, ma è una scelta altrettanto felice quella
che affida ai singoli personaggi una intelaiatura di passi, di movenze,
di mossette, di scatti che sono i tic di un'epoca e, coreograficamente,
il "leit motiv" dell'atteggiarsi di una società ipocrita: l'offrirsi
senza concedersi, il tema della smagliatura di una calza per attrarre,
lo scendere di una spallina subito ricomposta. Daniela Giuliano è straordinariamente
brava in questa campionatura di gesti risolutori di un personaggio perché
il suo gioco parte dal di dentro, estremamente intelligente, sciolto
ed arguto, provocatorio ed irridente. Anche Silvia Frosali, nel duetto
condotto sulla canzone "Quel garofano blu che ciondolava sul tuo cappello"
è brava, mescola la vena di sapido humour allo spregiudicato disegno
delle posizioni acrobatiche. E tutte le altre e gli altri corrono con
ritmo serrato alla composizione di uno spettacolo che è fra quelli da
raccomandare e da ricordare.
Alberto Testa
L'Umanità, 8 Marzo 1991
Le ragazze di San Frediano secondo Suzuki
Una Tersicore franco-giapponese.
Torao Suzuki è un coreografo
che ha qualcosa da dire, e in un linguaggio (coreutico, s'intende) fresco,
nuovo, pieno di colore, a volte incisivo, a volte delicatamente sfumato.
Tutti i suoi balletti si distinguono per una impronta altamente personale
e si ergono ben al di sopra della maggior parte della odierna produzione
ballettistica nostrana. Si, perché Suzuki, franco-giapponese di nascita,
è italiano di adozione ed ha scelto di stabilirsi a Firenze, arricchendo
così il panorama tersicoreo italiano. Già ballerino con la compagnia
Ballet di XXème Siècle di Maurice Béjart, Suzuki esordisce come coreografo
con "Racines", lavoro che vince il primo premio al concorso coreografico
"Beato Angelico" nel 1985. Da allora, ha creato balletti per varie compagnie
ed ha curato le coreografie per alcune opere andate in scena al Teatro
Comunale di Firenze. L'ultimo lavoro di Suzuki è un felicissimo balletto
ispirato al romanzo di Vasco Pratolini "Le Ragazze di San Frediano"
e che è andato in scena alcune sere fa al Teatro della Compagnia di
Firenze nell'interpretazione della Compagnia di Torao Suzuki. Si è trattato
di un affettuoso omaggio da parte di Suzuki alla città dove vive e lavora
dal 1984, un balletto che riesce a restituirci il sapore di una epoca
e di una società, impresa ben più difficile della semplice narrazione.
Il desiderio di Suzuki è dunque quello di rappresentare la Firenze popolare
e genuina dell'immediato-dopoguerra, una Firenze che - a ben cercare
- si può ritrovare ancora oggi, magari in qualche cortile-interno o
in qualche vicoletto nascosto. È un balletto estremamente curato; quasi
ci si meraviglia del fatto che un ragazzo giovane come Torao (ha ventinove
anni), per giunta straniero, sia riuscito a ricreare l'atmosfera di
quell'epoca. Infatti, "Le Ragazze di San Frediano" è frutto di una spiccata
sensibilità artistica ma anche di una approfondita ricerca, di ore passate
in cineteche, di decine di libri letti e di canzonette degli anni Quaranta
ascoltate e riascoltate. Le musiche del balletto sono tutte canzonette
del dopoguerra, capaci di suscitare teneri, e divertiti ricordi. Così
ascoltando le familiari note e vedendo i gesti delle ballerine che impersonavano
le "ragazze" del titolo: le signore di una certa età si sono ricordate
di come si era solite controllare in continuazione che la riga delle
calze fosse diritta; e ancora, di come si era civettuole una volta,
di quei sorrisi ammiccanti che si usava fare… per poi diventare ritrose
sul più bello! "Le Ragazze di San Frediano" si svolge in 14 quadri (rispettando
così la scanditura narrativa del romanzo, articolato in 14 capitoli)
in cui viene soprattutto approfondito Io studio psicologico dei sei
personaggi femminili. Fra esse, tutte perdutamente innamorate di Bob
(Torao Suzuki), spiccava per tecnica e temperamento il personaggio di
silvana, interpretazione di Daniela Giuliano, ballerina dalla personalità
drammatica o, all'occorrenza ironica, dallo stile sempre elegante. Oltre
ad essere un coreografo di indubbio talento, Torao Suzuki è altresì
un bravissimo ballerino, capace di eseguire difficili acrobazie a passo
di danza come in alcuni momenti con le sue numerose "ragazze". Ma Bob
resterà solo alla fine; la scena finale difatti vede le ragazze, ironicissime
"gattine", schernirsi di lui, finito in cariola, alle note di "Maramao
perché sei morto?", cantato dal Trio Lescano. "Le ragazze di San Frediano"
è un lavoro breve (dura circa un'ora) e quando cala il sipario su questo
frizzante balletto restiamo con la voglia di vederne ancora; ma forse
anche questo è indice dell'intelligenza di Suzuki la cui massima sembra
essere che lo spettatore deve alzarsi dalla sua poltrona con ancora
un po' di appetito. Quel tanto che basta a far si che voglia farvi presto
ritorno. E così anche noi speriamo quindi di avere l'occasione di rivedere
presto questo delizioso balletto, magari nell'ambito di qualche festival
estivo. "Le ragazze di San Frediano" è un lavoro che ben si sposerebbe
con le stelle e le sue deliziose canzonette impregnerebbero la calda
aria delle notti canicolari come un delicato e gradevolissimo profumo.
Simonetta Allder
Corriere della Sera, Lunedì 27 Maggio 1991
Con le coreografie di Suzuki "Le ragazze di San Frediano"
vanno in USA.
Su Firenze il Sol Levante.
Nel mondo di Vasco Pratolini un seduttore alla Bob Taylor.
Firenze - L'antica città è divisa
in due parti una a nord e l'altra a sud dell'Arno, e la differenza tra
usi e mentalità dei quartieri non è meno forte di quella esistente fra
l'East e 1'West Side di New York. Le caratteristiche dei quartieri di
Firenze furono catturate più che da ogni altro da Vasco Pratolini, che
nei romanzi ha raccontato amori e dolori all'ombra di Palazzo Vecchio
e della basilica del Carmine. Il lavoro di Pratolini ha ispirato vari
film anche famosi, che hanno puntato sugli aspetti umani e sociali del
Novecento fiorentino. C'è voluto però un giapponese, giovane grazioso
e attento, per ridurre in sintetico, fulmineo spettacolo la pecularietà
di uno dei quartieri descritti da Pratolini, San Frediano, il lato sud
della città, popolare e superbo, raffinato e sboccato. Il giapponese
Suzuki ha costruito in una coreografia che sta per essere rappresentata
in America, una sua South Side Story, che, se non ha il valore musicale
della West Side Story di Bernstein, pure resuscita con efficacia un
quartiere e i suoi eroi. Torao Suzuki ha meno di 30 anni- è nato a Parigi,
parla le lingue europee, ha imparato la danza a Montecarlo, ha fatto
parte del balletto Béjart del XX secolo, ed è entrato da tempo nel complesso
del Maggio musicale. Danza, ma soprattutto vuole lanciare le sue "coreografie".
Per interpretare le storie della letteratura italiana, che conosce meglio
di un toscano, Gerusalemme Liberata come Orlando Furioso o "Le ragazze
di San Frediano" si giova di sensibilità orientale e di una sua tendenza
al simbolismo. Queste "Ragazze" che saranno rappresentate a Filadelfia
il 2 giugno, festa della repubblica italiana, per iniziativa del Comune
di Firenze, sono particolarmente ben riuscite. Sia per la vivacità ritmica
della coreografia di stampo classico, narrativo, sia per la scelta delle
musiche, canzoni fiorentine del dopo-guerra, di Narciso Parigi, Marasco,
Buti, pieni di trilli e gorgheggi. La storia delle ragazze corre negli
anni attorno al 1945. C'è un partigiano, bello, un po' prepotente e
un po' ingenuo che ha partecipato alla liberazione di Firenze dai tedeschi
e nei giorni di fuoco ha catturato il cuore di varie belle figliuole
che se lo contendono. In onore del divo dell'epoca, Bob Taylor, il ragazzo,
impersonato dallo stesso Suzuki, si fa chiamare Bob: ha i neri capelli
imbrillantinati a casco, l'occhio languido e vive nella convinzione
che il suo quarto d'ora di gloria continui a permettergli avventure
amorose. Tra valzer, boogie-woogie e sospirose romanze, nell'atmosfera
delle balere popolari, appare una Firenze povera, vivace, dove si possono
fare beffe boccaccesche: saranno le ragazze di San Frediano, ricamatrici,
sarte, trecciaiole, a esporre alle beffe del quartiere, portandolo prigioniero
su un carretto a mano, sconfitto e nudo come un verme, il povero Bob
che voleva sedurle tutte alle Cascine.
Wanda Lattes
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