Roma, 13 Febbraio 1991
Al Teatro Bellini "La tempesta" con Tato Russo.
Uno Shakespeare tutto napoletano.
Napoli - "Questa "Tempesta" è un'altra tappa del Teatro Bellini che avrà tra breve, con il placet della Commissione Ministeriale, il riconoscimento di primo Teatro Stabile del Sud. Un riconoscimento che va ad una serie di obiettivi che in questi tre anni di vita ci siamo posti con sempre crescente entusiasmo". Così Tato Russo ha presentato lo spettacolo "La Tempesta" di William Shakespeare, di cui è interprete principale e regista, che andrà in scena da venerdì 15 sul palcoscenico del Teatro Bellini. Alla presenza dell'Assessore alla Cultura del Comune di Napoli Vincenzo Molisso, Livio Galassi, aiuto regista, Giusy Giustino, che ha creato i costumi, Aurelio Gatti, Tato Russo ha precisato gli intenti intrinseci dell'allestimento. "Anche con "Tempesta" - ha proseguito Tato Russo - intendo dare il segno dell'apertura culturale del Bellini, sia come testimone di una cultura internazionale che popolare. Io penso che il Teatro debba parlare a tutti ed in questo senso le nostre operazione assemblano una diversità di proposte. "La Tempesta" vuole essere un'altra avventura che non parli solo ad un pubblico strettamente intellettuale, con una riscrittura che sia un magma tra la tradizione linguistica italiana e quella napoletana. Questo nel rispetto delle tematiche di Shakespeare, perché nei suoi testi c'è sempre una classe al potere ed una subalterna. Per far comprendere questa dicotomia abbiamo lavorato su due lingue e due tradizioni e l'uso del dialetto ci sembrava necessario per restituire il senso dello "slang" inglese. Un uso che pur riallacciandosi al Seicento napoletano, ne conserva solo la musicalità e non anche la ridondanza barocca. Altro percorso è il rapporto con la messinscena. La regia, a mio avviso, è sempre un'opera della fantasia ed in questo spettacolo essa s'innesta anche con un discorso critico. Metto in scena la riflessione amara della vita, posto che questo sembra uno degli ultimi drammi scritti da Shakespeare, è un percorso della coscienza in cui l'isola dove si dibatte "Prospero" è l'isola della mente, la Tempesta è un evento da consumare nella mente dell'individuo. Pertanto il tutto diventa una indagine su se stessi, quasi un rituale religioso, con sé, ma anche una liturgia teatrale. L'isola diventa il Teatro e gli spiriti di cui "Prospero" si serve sono le ali del Teatro. A questo cerimoniale parteciperanno attori e mimi ballerini di estrazione diversa". L'Assessore Molisso, presenza beneaugurante come conferma di rapporti culturali in continua crescita, ha aggiunto: "II Comune di Napoli e l'Assessorato alla Cultura è sempre più una presenza anche nelle iniziative private. Pensiamo che l'Ente Locale sia sempre più interlocutore nei confronti della cultura napoletana. Con Tato Russo, ed in particolare con il rapporto che si è avuto con lo spettacolo "La Grande magia", si è instaurato un impegno, tramite lo Stabile di Milano, per fare in modo che qualcosa di Napoli vada anche a Milano. Un rapporto di scambio in cui non solo importiamo ma cercheremo, sempre più, di esportare, la nostra cultura". Allo spettacolo partecipano, tra gli altri, Hal Yamamuchi, Aurelio Gatti, Franco D'Amato, Antonio Ferrante. Scene Lorenzo Scarpa, musiche Patrizio Marrone.
Delia Morea

La Repubblica, 13 Febbraio 1991
Domani sera al Bellini la commedia di Shakespeare.
Un lungo viaggio nella "Tempesta".
"Credo che La tempesta sia la riflessione amara di un poeta che guarda alla vita e al mondo con l'occhio dell'uomo saggio ed una gran voglia di palingenesi totale". Tato Russo, attore e regista, padrone di casa al Teatro Bellini introduce e presenta il suo nuovo lavoro che andrà in scena giovedì sera. Tato Russo è al primo incontro con un testo di Shakespeare, undici anni fa il suo Sogno di una notte di mezza estate, un audace riscrittura ricca di umori napoletani; anche in quell'occasione fu un successo. "Allora ebbi subito voglia di mettere in scena La tempesta, poi fortunatamente non se ne fece niente - dice ancora Tato Russo -. Fortunatamente perché oggi ho idee molto chiare su questo meraviglioso testo. In questa mia proposta il Teatro è molto presente, con le sue macchine e le sue invenzioni, con la sua poesia e la sua allegria. Così l'isola del naufragio diventa uno spazio metafisico, non c'è più il racconto della tempesta, e questa diventa la rappresentazione di un viaggio commovente dell'attore in se stesso, un rituale denso di misticismo dove la nave è la nave del teatro, con tutta la sua ricchezza e la sua fantasia". E dunque Tato Russo, attore e regista di questa Tempesta si pone anche come autore di una "riscrittura" della celebratissima favola inventata da William Shakespeare nel 1610, una riscrittura naturalmente rispettosa, piena di incanto e reverenza verso il grande dopolavoro dell'autore inglese, ma anche sposata in avanti, verso i nostri tempi e le nostre ansie. In scena una trentina di attori, "napoletani e in lingua perché il napoletano riscritto e reinventato secondo sonorità e non forme lessicali seicentesche, ci darà con maggior evidenza la differenziazione tra il mondo dei nobili e quello dei poveri". Dice Tato Russo che già sperimentò questa contaminazione linguistica nel suo Sogno di una notte di mezza estate. "Per la perfetta resa musicale del pentagramma linguistico di Shakespeare l'uso della doppia lingua mi sembra indispensabile, altrimenti il testo si indurrebbe alla versione in versi sciolti privata dell'andamento musicale voluto dall'autore". Particolare importanza dedicata alla sonorità e alle musicalità che il testo suggerisce; in una scena infatti entrano cantanti mimi, ballerini, sulle musiche firmate da Patrizio Marrone su cui Aurelio Gatti ha costruito le sue coreografie. In scena Tato Russo è Prospero, il signore spodestato di Milano, il mago incantatore, il gran regista della cabala, governatore dei fulmini, al suo fianco Hal Yamanuechi, Aurelio Gatti, Franci D'Amato, Marcelle Romolo, Antonio Ferrante. I costumi sono di Guisi Guistino.
Giulio Baffi

Il Mattino, 14 Febbraio 1991
Al Bellini "La tempesta" di Shakespeare riletta da Tato Russo.
La nave della magia veleggia verso l'isola della coscienza.
Sarà un evento liturgico, quasi una sacra rappresentazione, un grande rito dell'espiazione, un apologo poetico e teleologico". Tato Russo, protagonista e regista de "La tempesta" di Shakespeare - in scena da stasera al Bellini - evidenzia il taglio atipico della sua messinscena "vicina alle sacre rappresentazioni più che agli scenari dell'Arcadia e della commedia dell'arte". Il regista-attore opta però per la indefinibilità del suo spettacolo. "E' un momento così alto di poesia che non riesco a collocarlo in un filone. C'è tutto il teatro. E c'è il mio sentimento religioso della vita e del palcoscenico. Lo spettatore alla fine sarà "compromesso nel senso che vivrà insieme con me, con la compagnia. Io ho cercato di rendere questo stato d'animo della messa in crisi della coscienza. Tato Russo ha tolto i finimenti al palcoscenico, ha cancellato file di poltrone, ha fatto scomparire il rosso porpora dal boccascena. C'è il nero, invece. Il nero severo delle vele della "nave del teatro" che va verso l'isola della coscienza. "La mia lettura si allontana sia da quella di Brook che di Strehler, è un tracciato che si allunga sulla traiettoria del rito e in quest'ottica, la tempesta non è un atto esterno ma un turbinio dell'animo. Anche gli attori sono stati selezionati in base a questa mia lettura: ho cercato professionisti che intendono la scena come fatto spirituale e sentono i percorsi del dolore". Ma chi è Prospero? Tato Russo non ha dubbi: "È il mago benevolo della magia occidentale, ma è anche il demiurgo de palcoscenico, i suoi Ariel non sono spiriti dell'aria, ma idee della testa, sono i direttori di scena, gli addetti alle macchine degli effetti speciali. E la tempesta, quando si scatena, non lascia intravedere temporali a mare, ma sarà - lo ripeto - soltanto la tempesta degli effetti teatrali e ad un tempo la tempesta dell'anima". Tato Russo pensò a questo allestimento nel '79. In quel periodo portò in scena, di Shakespeare, "Sogno di una notte di mezza estate". "Fu allora che mi venne in mente "La tempesta", allora però pensavo alla tempesta nel mare, ora invece l'ho eliminata perché ho inteso tutto in senso metafisico. La soppressione degli avvenimenti - spiega ancora il regista - favorisce l'interiorizzazione dell'evento che perde così il valore di accadimento e s'impone come grande turbativa della coscienza. Anche l'isola è "un'isola che non c'è" se non negli incubi dei personaggi". Il colpo di teatro iniziale, secondo la lettura di Tato Russo, avrebbe consumato tutto troppo in fretta. E perciò lui ha dilatato la tempesta fino a farla diventare un "avvenimento costante dell'opera", un'unità di misura per la coscienza. Questo taglio ha liberato in Tato Russo l'altro "gemello", quella parte nascosta del suo vissuto d'artista. "Sono un attore naturalmente modellato su certe operazioni. Poi, però, ho vissuto la "svolta" della tradizione. Ora era giunto il momento di far venir fuori l'altro "gemello", quello che ama penetrare nel sentimento che sottostà alle operazioni più alte". E così, con slancio, si è lanciato in "una produzione che soltanto uno Stabile avrebbe potuto affrontare e che l'anno prossimo porterò in Italia, nelle maggiori piazze del Nord. Lì non vogliono più che Napoli si affacci con la solita tradizione". Un pezzo di Napoli, tuttavia in questa "Tempesta", c'è e sta tutto nel dialetto che però Tato Russo assicura di aver utilizzato con dosaggio attento e secondo un rigido disegno artistico. "L'uso del dialetto è sostitutivo della prosa shakesperiana, laddove invece la lingua italiana prende il posto della scrittura in versi. Ricondotto alla sola lingua italiana il testo si ridurrebbe alla versione in versi sciolti, nient'altro che una prosa italiana colta, una versione totalmente napoletana ridurrebbe moltissimo gli spazi della lingua di Shakespeare. La doppia lingua risponde invece ad un criterio di musicalità e non sfiora nemmeno l'intento di conferire verosimiglianza ad alcuni personaggi". Nei propositi, questa tappa del Bellini lungo il percorso esoterico inaugurato con "La grande magia" sosta dinanzi alla porta del rito, tra le volte misteriche del teatro. La scommessa è impegnativa, ardua. In scena una compagnia di venti attori. Le musiche originali sono di Patrizio Marrone, le scene di Scarpa, le musiche di Giustino.
And. Man.

Il Messaggero, 15 Febbraio 1991
"La tempesta" con la regia e l'interpretazione di Tato Russo, al Bellini di Napoli.
Senza nebbia né illusioni.
Una messinscena austera per il testo di Shakespeare.
Nessun sortilegio visivo o auditivo per rendere tangibile uno stato dello spirito. Le parti in versi sono rese in lingua italiana, quelle in prosa in napoletano. Bravi gli attori, belli i costumi.
Napoli - II grande gioco dell'illusione si esaurisce, nella Tempesta di Shakespeare secondo Tato Russo, in una sola scena, quella iniziale. Un mare di tela, calato dal cielo del palcoscenico fino all'orlo della vasta pedana che copre il golfo mistico e giunge alle poltrone di platea (estendendo a dismisura l'area dell'azione drammatica) si ritira fra tuoni e saette, liberando alla vista degli spettatori l'isola magica di Prospero, spodestato duca di Milano, padre della dolce Miranda, stregone, scienziato, signore di spiriti e di mostri. Una Tempesta spoglia, secca, moraleggiante e severa, questa del "Bellini" di Napoli, da pochi giorni riconosciuto "stabile privato", che, per dichiarazione dello stesso Tato Russo, regista e protagonista dell'evento, privilegia l'aspetto esoterico del testo, la ridda delle coscienze, il percorso interiore del Mago che rinuncia al proprio potere sovrannaturale per riconsegnarsi all'umanità dell'umana avventura. Effettivamente la metafora shakespeariana (rappresentata per la prima volta nel 1611 e scritta nei mesi antecedenti sulla scorta del mistero che circondava il naufragio della "Sea Venture" al largo delle Bermude), può leggersi anche - ma non solo - in chiave ontologica. La storia di Prospero, vittima di una congiura, che perde un ducato per conquistare una terra fantastica dove sottomettere Ariel, spirito dell'aria, e il bestiale Calibano, indigeno immondo, è un apologo aperto. In esso coesistono, o si elidono a vicenda, a seconda delle letture e delle inclinazioni, il senso del Meraviglioso barocco e l'inquietudine filosofica, il percorso misterico d'ispirazione medioevale e il puro esercizio della fantasia. Tutto è possibile, sull'isola shakespeariana. Gli elementi si scatenano a un cenno di bacchetta magica, i demoni cedono alla schiavitù del raziocinio, i cattivi si redimono e gli innocenti vivono per l'amore e la giustizia. Ma il demiurgo solitario di Tato Russo rinuncia ai lineamenti ludici della situazione e del personaggio. Rinuncia alle nebbie, alle rugiade di luce, ai sortilegi visivi e auditivi che rendono certe Tempeste un'orgia di incantamento teatrale. Inutile e fuori luogo ogni paragone con precedenti illustri. Qui, sul palcoscenico nero, oltremodo dilatato, vige solo una lenta austerità, resa schematica da volute geometrie del movimento, che trasmuta il dramma in sacra rappresentazione: giusto giusto una morality play, come annota Russo nella sua dichiarazione di intenti. Prospero vuol essere accompagnato in una sorta di percorso alchemico, rinuncia agli orpelli dell'evidenza (viene addirittura abolito il famoso "prologo a mare", scena iniziale solitamente fonte di eclatanti soluzioni registiche) a favore di efficace interiori, affidate alla parola e alla sua celebrazione rituale. Vuol rendere tangibile uno stato dello spirito che, sicuramente presente nel testo shakespeariano, diventa però, in questa lettura, tratto unico di una messinscena povera e monumentale al tempo stesso. Le parti in versi dell'originale sono rese in lingua italiana; quelle in prosa, destinate a Stefano e Trinculo, cioè i personaggi "bassi" della pièce, infingardi e ubriaconi, immagini di irrazionale vocazione alla delinquenza, vengono invece recitale in lingua napoletana. Così che la partitura verbale esce, dalla contaminatio, ben calibrata e ben rispettosa delle differenze. Tato Russo adotta, per il suo personaggio, un'encomiabile sobrietà brechtiana, che rinuncia a qualsiasi roboanza; Aurelio Gatti fa Calibano con la perizia del danzatore, uomo-pesce roso dall'astio e dalla recriminazione; Romita Losco è una dolce e diligente Miranda; Hal Yamanuchi e Gianna Beduschi danno vita a una doppia creatura, moltiplicata all'infinito tramite altri corpi nudi e bianchi, che rappresenta l'ubiquo Ariel. Bei costumi di Giusi Giustino, che splendono soprattutto nell'intermezzo musicale (le musiche sono di Patrizio Marrone) con cui Prospero intrattiene Miranda e il suo giovane sposo: chicca dello spettacolo, rutilante e raffinato sogno barocco, ci lascia intendere che Russo, al posto della sua missa sollemnis, avrebbe anche potuto scatenare un'altra Tempesta.
Rita Sala

La Repubblica, 17 Febbraio 1991
Shakespeare secondo Lina Sastri e Tato Russo.
Tempesta napoletana.
Il gran respiro della Tempesta gonfia il solenne sipario del Teatro Bellini, dove l'altra sera ha debuttato in prima nazionale la pièce shakespeariana "tradotta e riscritta" da Tato Russo. Il quale prende ovviamente per sé il ruolo di Prospero, un tempo duca di Milano, ma ora padrone assoluto di un'isola i cui unici abitanti umani sono sua figlia, Miranda, tenera adolescente, e l'assai selvatico Calibano, schiavo deforme di corpo e deviato di mente. Nella sua silvestre solitudine, Prospero - un Tato Russo scaruffato, che gioca il suo personaggio tra il bianco della chioma e il nero della tunica - si applica a studi di magia, aiutato e servito dal fedelissimo Ariel, spirito dell'aria. E la vita procede tranquilla, sul filo dell'idillio padre-figlia, tra un'evocazione di spiriti ed un sortilegio meteorologico, finché un giorno accade l'inevitabile. La Tempesta scaraventa sulla riva dell'isola i viaggiatori di una nave che ha fatto naufragio. Si tratta di Alonso re di Napoli con relativo seguito. E' il Principio di Realtà che irrompe nell'isola felice, sono le tentazioni mondane che seducono la terra del Sogno. E va a finire (è storia nota) che Prospero smette i panni del mago per indossare quelli dell'uomo di potere. E tutti insieme si ritorna nel mondo reale, meno incantevole ma tanto più concreto, in concordia ed amore. Tato Russo, traduttore-regista-scenografo-protagonista, cede al fascino di Prospero, se ne fa conquistare. Perché Prospero volge a suo favore le forze della natura, decide (è il caso di dirlo) il bello e il cattivo tempo. E' il mito dell'attore/sciamano, propiziatore di ogni rito, tramite di ogni magia. E come Prospero domina nella sua isola, Tato Russo domina nella super elegante sala di via Conte di Ruvo, evocando e realizzando allestimenti magniloquenti, un po' enfatici, ma sempre di grande effetto. Lo spettacolo dura tre ore, intervalli compresi, l'unica scena è costituita da un grande piano inclinato che alla fine viene tirato su per mezzo di funi e carrucole, a chiudere lo spazio del sogno. Con il senso, forse, di invitare lo spettatore a riprendere possesso della realtà, esattamente come il protagonista della vicenda. Le macchine che producono gli incantesimi sonori e visivi sono a vista, montate su imponenti impalcature: la finzione svela i suoi meccanismi, l'illusione teatrale si rivela per ciò che è. Fra gli attori si distinguono Ernesto Mahieux e Massimo Sorrentino, i due personaggi "sottoproletari" che si esprimono felicemente in dialetto napoletano, una bella idea di traduzione. Da tener d'occhio la giovanissima Romita Losco, nei panni di Miranda. Ma il vero punto di forza dello spettacolo è nei movimenti coreografici di Aurelio Gatti, che è a sua volta un Calibano perfetto, viscido e verde come un granchio. Hal Yamanouchi e Gianna Beduschi, che si muovono a incastro come nel mito antico che vuole l'uomo e la donna come un corpo unico, sono entrambi Ariel, seminudi e dipinti di bianco come nel teatro Butho.
Antonio Tricomi

Il Mattino, 18 Febbraio 1991
Vivissimo successo al Bellini per il suggestivo allestimento de "La tempesta" di William Shakespeare che la regia, le scene e l'interpretazione di Tato Russo orientano con intelligenza verso lo scarto fra la forza invincibile della vita con la sua unica verità e l'impotenza del teatro con le sue mille finzioni.
Il naufragio della magia.
E sull'isola incantata di Prospero l'attore cede il passo all'uomo.
Napoli - "La vera poesia è l'arcanum che ci congiunge alla vita, che dalla vita ci separa. Il separare - soltanto se separiamo noi viviamo veramente - se noi separiamo anche la morte è sopportabile, solo quello che o mischiato è orribile". È un frammento di "Andrea o I ricongiunti", il romanzo incompiuto di Hofmannsthal. E mi ritorna in mente ogni volta che rileggo "La tempesta" di Shakespeare o ne vedo un nuovo allestimento. Ad esempio, proprio di fronte a una separazione" (fra la vita e la morte o, meglio, fra una certa vita e un'altra a venire, forse fondata sulla morale, forse sulla religione) ci trovammo con in versione di quella commedia firmata nell'86 da Leo De Berardinis. E intatti, la "trama" appariva riferita a qualcosa di già avvenuto: tanto che nella sequenza iniziale, tagliato via il celeberrimo prologo in mare, l'equipaggio della nave naufragata sugli scogli dell'isola di Prospero avanzava dal fondo del palcoscenico verso la ribalta come se si trattasse di un drappello di "zombies", per giunta con la testa e le mani infagottate in bende da lebbrosi. De Berardinis, in altri termini, sottolineava 1'unica "separazione" che - per dirla giusto con Hofmannsthal - possa trasformare l'inevitabile momento del distacco dall'esistenza fisica e dall'arte in una nuova e più perfetta simbiosi fra il pensiero e la sua estensione nel tempo. Non a caso, del resto, Gabriele Baldini osservò acutamente che ne "La tempesta" - compresa fra i "romances" che caratterizzarono l'ultima fase creativa di Shakespeare (connotata, e specialmente in questo che fu il suo testo conclusivo, da perduranti allegorie e dalla fuga in un mondo superumano) - la poesia nasce proprio e unicamente dalla "condizione di disperato aggrappamento a una facoltà sul punto di spegnersi". E Prospero, in effetti, raggiunge la saggezza solo quando si vede costretto, per l'appunto, a separare la magia (l'illusione) dalla vita (la realtà). Dal canto suo, Strehler, regista di un altro dei più notevoli allestimenti moderni de "La tempesta", mescolava la suggestione delle immagini (valga per tutte quella di Ariel che scendeva dal cielo) con lo scatenamento della fantasia e, infine, con la confessione dell'inesorabile e insormontabile debolezza del teatro nei confronti, giusto, della forza e dell'imprevedibilità della vita. E questo in linea con la decisiva analisi di Jan Kott: "L'estremo fallimento di Prospero è l'impotenza del teatro. La conclusione della "Tempesta" è anche la fine della tragedia elisabettiana. Il teatro non può cambiare il mondo". Ebbene, l'edizione della commedia che adesso Tato Russo presenta al Bellini si colloca a metà strada fra De Berardinis e Strehler: giacché, anche qui, da un lato viene tagliato via il prologo in mare e, dall'altro, si esalta la capacità di "stupire" del teatro ma, contemporaneamente, se ne denunciano i trucchi e i limiti. E così, tanto per fare qualche esempio in merito a quest'ultimo punto, ecco Ariel ed altre presenze fantasmatiche che si materializzano calando dall'alto, ecco che lo stesso Ariel va a piazzare sotto l'apparizione di Cerere, Iride e Giunone - un eclatante effetto da "trompe-l'oeil" d'inconfondibile sapore barocco - le coppe rifrangenti entro cui i si collocavano i lumi della ribalta di una volta: mentre, di pari passo, vengono ostentatamente mostrati al pubblico i più emblematici marchingegni della scenotecnica, dal ventilatore agli argani, dalla macchina del fumo alla cesta dei costumi, dalle lamiere per imitare il tuono al rullo per imitare il vento. Non per pura coincidenza, però, Tato Russo riveste in quest'allestimento il ruolo di scenografo oltre che di regista e, naturalmente, di protagonista. Perché proprio e soprattutto sul piano visivo tocca l'apice di una creatività significativa ed autonoma: e basta considerare, al riguardo, l'inizio e la fine dello spettacolo, contrassegnati, rispettivamente, da una piattaforma nera inclinata che prolunga il palcoscenico in platea (siamo ancora alla "confusione" tra teatro e vita) e dal sollevarsi del piano del palcoscenico medesimo sino ad inghiottire - in sintonia con il congedo di Prospero: "Ora i miei incanti son tutti spezzati, e quella forza che ho è mia soltanto e assai debole" - tutti i personaggi meno Caliban (e siamo, con ciò, per l'appunto alla sconfitta del teatro da parte della vita, simboleggiata giusto dall'innocenza naturale dello "schiavo selvaggio e deforme"). Attraverso gli esempi citati, peraltro, s'è detto implicitamente anche dei connotati di grande suggestione che spesso presenta questo spettacolo: come, poniamo, nel caso dei nobili che sgusciano dai loro sontuosi costumi (che restano dritti e rigidi, emblemi di un inutile potere) in spoglie tuniche da penitenti; della processione-danza degli strumenti musicali sul finale del primo tempo; e, specialmente, di quell'Ariel - un'idea davvero splendida - che risulta individuato quale proiezione della mente e degli incubi di Prospero, e dunque appare doppio, multiforme e androgino. E simili notazioni, dunque, attengono pure al notevole livello dei costumi di Giusi Giustino, delle musiche di Patrizio Marrone (un'affascinante commistione di aeree volute sinfoniche e gelide sonorità elettroniche) e dei movimenti coreografici di Aurelio Gatti. In quanto interprete, poi, Tato Russo - a parte il saio e i sandali da frate francescano, in linea con la sua ipotesi di lettura del testo in chiave di rito d'espiazione (un'ipotesi che non mi convince e che, d'altronde, risulta piuttosto "esterna" e marginale rispetto al complesso della messinscena) - adotta una recitazione sommessa, quasi da basso continuo, che raggiunge toni di gran classe e, a tratti, si rivela addirittura commovente. Pesante, quindi, appare il divario fra il suo "straniamento" e il naturalismo scolastico degli altri, fra i quali - a parte Hal Yamamouchi e Gianna Beduschi (l'Ariel androgino) - i migliori mi paiono lo stesso Gatti (Caliban), Ernesto Mahieux (Trinculo), Massimo Sorrentino (Stefano) e Antonio Ferrante (Gonzalo). Successo vivissimo, con reiterati applausi a scena aperta e autentiche ovazioni al termine. E così, il Bellini festeggia e onora come meglio non si potrebbe la qualifica di "Stabile privato" appena ottenuta dal Ministero dello Spettacolo.
Enrico Fiore

Il Giorno, Mercoledì 20 Febbraio 1991
"La tempesta" di Shakespeare secondo Tato Russo a Napoli.
Naufragio nella memoria.
Spettacolo scenicamente inventivo ma anche austero e monumentale.
Doppia recitazione, dal vivo e registrata, del protagonista.
Una "grande magia".
Napoli - Non esiste più, se mai è esistito, un codice obbligato per rappresentare Shakespeare. Ed è giusto, perché il teatro è libertà, che ci si possa sempre misurare con "La Tempesta", anche se con questo testo si sono cimentati, da noi, uomini di teatro come Eduardo, traducendola, Strehler e De Berardinis. Nessuna obiezione di principio, perciò, per questo allestimento al restaurato, splendido Bellini. E nessuna obiezione nel merito, visto che lo spettacolo è coerentemente pensato, solidamente strutturato, scenicamente inventivo. I suoi pregi? Un approccio non convenzionale, una struttura allegorico-poetica al centro della quale - riferisco le intenzioni di Tato Russo - la grande nave del Teatro veleggia verso un'isola-che-non-c'è, se non nella coscienza del poeta e del pubblico. E così la feérie avventurosa, ispirata al vecchio William dal naufragio del Sea Venture alle Bermude e dalla lettura del libro di Montaigne sui cannibali, diventa morality play, anzi Mistero medioevale. II "prologo a mare", pezzo di bravura della seconda edizione strehleriana, è soltanto l'agitarsi di un velario; sono sparite le intrusioni della Commedia dell'Arte (anche se è resa in napoletano la lingua bassa di Stefano e Trinculo). La "Tempesta" esplode dopo il naufragio, interiorizzata: evento metafisico supremo, vortice della memoria e turbamento, appunto, della coscienza. E se l'isola è lo spazio della ragione e della morale, Prospero, come lo rappresenta Russo, è più signore del Pensiero e dio di cristiana memoria che gran mago di eventi arcadici: ordina l'attività dello spirito (Ariel è un doppio, uomo-donna, e si riproduce per manovrare le macchine dei rumori su tralicci ai lati del palcoscenico proteso in pedana verso la platea), e alla ragione sottomette il mostruoso uomo-pesce Caliban, figlio delle tenebre. Ne viene uno spettacolo epico-didattico, austero, monumentale e - engagement ideologico a parte - dalle risonanze brechtiane, che sarebbe piaciuto a Copeau o a Vilar. E se c'è qualche tempo lungo e qualche enfasi recitativa (lo spettacolo, che spero sia portato al Nord, è in rodaggio), le invenzioni registiche sono numerose, plausibili e suggestive. Oltre al gioco linguistico, alle suggestioni coreografiche di un Ariel che si muove come un androgino bianco e polimorfo e si moltiplica all'infinito, noterò tra gli effetti di presa sul pubblico - prima attento, poi calorosamente consenziente - la doppia recitazione dal vivo e registrata, alla Carmelo Bene, di Tato Russo, le clownerie delle tavole imbandite per i naufraghi, la loro apparizione come manichini del potere nei costumi elisabettiani di Giustino, il teatrino barocco evocato da Prospero e sospeso in aria dove si cantano arie pastorali, la calata dal graticcio di un organo e di grandi ali bianche nella scena del perdono concesso ai nobili malvagi, il finale del ritorno per mare con una quinta che diventa vela e la pedana della rappresentazione che si alza come il portellone di una nave. Molto efficace anche la rumoristica a vista, con le macchine azionate dagli Ariel biancovestiti: e qui bisogna elogiare l'esordiente Patrizio Marrone per l'ingegnosa integrazione delle sonori, in un recupero gregoriano, dell'opera rocca e di melodie d'epoca destrutturati e ricomposti con le tecnologie elettroniche. E dunque, preso atto che lo spettacolo ha una forte presa sul pubblico, quasi che la "grande magia" del Prospero grave e sereno di Russo avesse virtù sciamaniche, credo di poter definire questa "Tempesta" un'operazione non solo lecita, ma illuminante e stimolante, che onora la scena napoletana.
I
Ugo Ronfani

Paese Sera Domeni 9 e Lunedì 10 Febbraio 1992
"La tempesta", di Shakespeare in scena al Valle con il Bellini di Napoli.
Noi, come i nostir sogni.
RIcco e ben orchestrato il lavoro diretto da Tato Russo.
Una messinscena originale e un cast di ottima levatura.
Scritta probabilmente nel 1612, La Tempesta - fino a domenica in scena al Valle - è l'ultimo grande dramma shakespeariano, il coronamento di quella serie di opere in cui predomina l'elemento magico ricco di fate e di elmi, dove il mondo meraviglioso si fonde con le avventure umane. In un'isola deserta nel Mediterraneo (forse Malta, forse Pantelleria) vive Prospero, duca di Milano, spodestato dal fratello Antonio e attorniato da una strega e da alcuni spiriti al suo servizio. E proprio in quell'isola, 12 anni dopo, Prospero riesce a far naufragare, con arti magiche, il battello che trasporta il fratello Antonio, il re di Napoli Alonso, suo figlio Ferdmando. Ne nasce una vicenda di morte e resurrezione, in quanto i passeggeri della nave naufragata, dispersi e apparentemente morti gli uni per gli altri, subiranno una fase di prova e di sofferenza attraverso la quale si consuma la loro purificazione. Saranno sottoposti nell'isola, con il magistero di Prospero, ad un processo che li conduce ad un livello superiore, un livello che tuttavia non è, di per se stesso, il livello più adatto a "spendere" la vita. Prospero aiuta i suoi vecchi nemici a superare la bassezza della loro antica condizione, ma si rende conto lui stesso che in quell'isola dominata dalla natura e dagli impulsi bestiali e selvaggi non può essere raggiunta la normale condizione umana. Così Prospero spezza la verga fatata, rinuncia ai magici incanti e si imbarca con tutti gli altri verso il vecchio mondo degli uomini, quella società concreta che gli consentirà di raggiungere l'integrità completa dell'io. Gli spiriti si dissolvono nell'aria senza lasciare la minima traccia, "così come i nostri sogni, come la nostra vita - recita Prospero -. E non siamo noi fatti forse della stessa sostanza di cui son fatti sogni? E la nostra vita, non la viviamo come in un sonno breve?". La Tempesta diventa il dramma delle illusioni perdute e dell'amara saggezza. Rivivono in essa i grandi temi rinascimentali - ha scritto Jan Kott - "l'utopia filosofica, i confini del sapere umano, l'unità tra uomo e natura, il dominio della natura, l'ordine morale in pericolo". Ritroviamo il mondo dei grandi viaggi, delle terre appena scoperte, delle isole misteriose, degli elfi è dei mostri, degli spiriti e del peccato, dove l'elemento marino è usato in chiave ritualistica e simbolica... Tato Russo, direttore artistico del Bellini di Napoli, ha tradotto e rielaborato il testo shakespeariano offrendoci uno spettacolo (2 ore e mezzo compreso un intervallo) ricco, bene orchestrato, forse più attento all'intreccio, al plot narrativo che al significato profondo dell'opera, sempre presente non solo per la buona recitazione di una trentina d'attori ma grazie ad una messinscena semplice ed originale dove tutto appare necessario nella sua nuda semplicità. E quando, alla fine, la parte estrema del palcoscenico si solleva, stanno per calarsi le vele e la scena si trasforma in una nave, l'applauso del pubblico premia non solo Tato Russo ma tutti gli altri bravissimi attori che hanno portato a termine la non facile impresa: Luciano Nozzolillo, Letizia Netti, Franco D'Amato, Antonio Ferrante, Claudio Mazzenga, Graziano Giusti, Tino Cervi, Francesco Ruotolo, Aurelio Gatti, Hal Yamanouchi, Gianna Beduschi, Ernesto Mahieux, Massimo Sorrentino, Pepe Calvagna, Mario Aterrano, Donatella De Felice, Fiammetta Gianani, Gioshiana Pizzardo, Carmine De Francesco, Simonetta Dadamo, Guido Silveri, Nadia Finicelli, Massimo Camilloni, Fulvio Romeo, Raffaele Iliceto, Tiziana D'angelo. Buone le musiche di Patrizio Marrone che bene interpretano: magia, teatro, finzione.
Adolfo Chiesa

Il Giornale, Martedì 11 Febbraio 1192
Shakespeare parla napoletano.
Roma - Non bisognerebbe mai dare retta ai registi teatrali quando, in quelle righe pericolosamente sapute che chiamano "note di regia", spiegano per iscritto ciò che dovrebbe spiegarsi da sé in scena, finendo magari per contraddirlo. All'incauto spettatore che - prima di assistere ad un'applauditissima "Tempesta" shakespeariana, riscritta dal napoletano Tato Russo e ora al Valle di Roma - s'impegolasse nelle "note di regia" del medesimo, consigliamo di non spaventarsi: l'inquietante elenco di minacce qui pronunciate (questa "Tempesta" dovrebbe essere: "Grande Rito dell'Espiazione, Cerimoniale del Perdono, Voluttuoso e Tragico Abbandono dell'anima, Esoterica e Propiziatoria funzione di rosacrociana memoria. Attraversamento prodigioso verso il Giudizio, Aspirazione alla Palingenesi, Apologo poetico e teleologico") non corrisponde che in parte alla realtà. E nonostante tante temibili premesse (se non in loro aperta contraddizione) lo spettacolo di Russo è soprattutto ciò che gli applausi finali decretano: un bello spettacolo. Deciso l'intervento del regista: riscrittura dell'originale. in italiano corrente, taglio o sfrondamento di varie scene, libera traduzione in napoletano delle parti dei servi (napoletani solo di nome, e parlanti in prosa); tutto per semplificare la magia del "meraviglioso" e l'affascinante metafora del "teatro nel teatro" con cui di solito si legge quest'opera, dichiara Russo (ahi Strehler: che ingombrante precedente!), a favore di una maggiore interiorizzazione metafisica. E invece come va a finire? Che proprio l'aumentata intimità, unita alla fertile fantasia figurativa del regista, finiscono per conferire allo spettacolo una magia indiscutibile, tanto più teatrale quanto più semplificata. Così Prospero lo stesso Russo) è proprio quel regista-demiurgo, tirannico padrone ma stregone benevolo, che ci aspetteremmo; la moltiplicazione di Ariel, spirito dell'aria, in dieci mimi bianchi e seminudi alla Lindsay Kemp, è d'una fisicità terrestre assolutamente fatata; quell'omino in frac e cilindro bianchi che galleggia nell'aria come nelle tempere di Chagall, il "divertissement" barocco delle deità da melodramma coronate di nuvole e puttini; una cert'aria da baraccone di Commedia del l'Arte; perfino la rappresentazione esplicitamente "teatrale" dei sortilegi (effettuati con macchine del vento e lamiere lancia-fulmini manovrate a vista): tutto fa di questo spettacolo un seducente, avviluppante e amoroso omaggio all'"incantesimo" della scena. E così l'intende il pubblico: che applaude ad ogni cambioscena e infine premia, fra circa trenta interpreti, soprattutto i mimiYamanouchi e Bedeschi, i bravi Letizia Netti e Claudio Mazzenga (teneri innamorati), l'umanissimo Gonzalo di Graziano Giusti, il luciferino Calibano di Aurelio Gatti, i buffoneschi Stefano e Trinculo di Ernesto Mahieux e Massimo Sorrentino.
p.s.

































 

 

 
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