Teatro Bellini
presenta



LA TEMPESTA
di William Shakespeare
adattamento di Tato Russo

con
TATO RUSSO

regia
Tato Russo

scene e costumi Tato Russo e Giusi Giustino
musiche Patrizio Marrone


Questa "Tempesta" metafisica e suprema, devastante e ricompositiva, che si scatena su un'isola della mente scuotendo le onde più inquiete e recondite dell'umana psiche, costituisce uno dei testi più complessi e ardui da comporre in una teatralizzazione intelliggibile e che tenga conto di tutte le complesse e contraddittorie implicazioni, delle evanescenti fragilità, della commista misterica ritualità sacra ed esoterica, del fluire delle sonorità e del tempo, che diventano imprescindibili ectoplasmi a cui dar voce e teatrale forma. Cimento stimolante che l'adattamento e la regia di Tato Russo affrontano con vigore artistico e produttivo, concentrando in questo allestimento l'impegno più coinvolgente del cartellone del Bellini. La trama de "La tempesta" è solo il pretesto per una complessa esigenza etica di espiazione, di perdono, di pacata rinunciataria armonia, espressa con i meccanismi più ingegnosi e arditi che la macchina-teatro consenta: la nave dei congiurati che hanno spodestato Prospero dal suo ducato di Milano, approda - dopo un tragico naufragio provocato dalle sue virtù magiche - alle rive deserte dell'isola su cui egli e la figlia Miranda hanno trovato scampo e su cui vivono inoltre Ariele, spirito dell'aria, e il selvaggio animalesco Calibano, coerente alla sua essenza di mostro, e perciò innocente. La catarsi dei colpevoli avverrà seguendo le strategie che le virtù magiche di Prospero hanno disegnato: egli riacquisterà il suo ducato, suo fratello Antonio e il re di Napoli, espiata la colpa verranno perdonati, e Miranda sposerà Ferdinando, figlio del re. La nave è pronta per salpare e riportare Prospero al suo ducato; ma consumata la nemesi, Prospero rinuncia spontaneamente ai suoi poteri sovrannaturali, spezza la bacchetta di mago e di "teatrante" e ritorna uomo, affidandosi alle onde dell'umana imperfezione, alle sue tenere e dubbiose fragilità, alla sua umile "religione dell'esistenza". Rimane, dall'esodo dei purificati e dei placati, la solitudine di Calibano, attanagliato al suo indebito dolore di bestia. Non è difficile concordare con quanto afferma Ben Jonson - che fu primo sensato critico di Shakespeare, il primo che vedesse le giuste proporzioni del caso letterario -: "L'opera di Shakespeare non è di una sola epoca, ma è del tempo in tutta la sua intierezza". Anche del tempo nostro, quindi, e questo allestimento di Tato Russo vuol essere tangibile testimonianza di contemporanea inquietudine, di tecnologiche estetiche, di sfrontate provocazioni alla macchina-teatro che rivela ed espone impudica le sue magiche "nudità".
Livio Galassi

Note per la messiscena. Ovvero "Come convogliare un mare di sensazioni tempestose in un ordinato scritto".
La grande Nave del Teatro veleggia verso l'isola della Coscienza. Questo forse il senso conclusivo di questo mio spettacolo e il fondamento e il segno di questa messinscena. E la Tempesta diventa così: Grande Rito dell'Espiazione. Cerimoniale del Perdono. Mistica e finale riflessione sugli strumenti e i percorsi della vita, decisivo ripiegamento su se stessi, voluttuoso e tragico abbandono dell'anima, esoterica e propiziatoria funzione di rosa-crociana memoria, attraversamento prodigioso verso il giudizio, aspirazione alla palingenesi apologo poetico e teleologico che, accompagnato da uno straordinario, e sconosciuto in Shakespeare, fervore religioso e da un incommensurabile desiderio di purezza infinita in prossimità della morte, prende il gusto e il piglio nella rappresentazione d'un "Mystero" nella sua medievale accezione, mentre la messinscena, perdendo quel gusto di favola pastorale intrisa di spunti d'Arcadia e di Commedia dell'Arte, e evadendo da quel compiacimento molto elisabettiano e barocco di rappresentare il gran sentimento del meraviglioso, rende l'opera assimilabile ai frammenti d'una di quelle "moralities" che il teatro inglese ben conobbe. L'aspetto profetico e messianico dell'opera tante volte sotteso o tralasciato al fine d'evidenziare nella Tempesta altri già consumati "esperimenti" di teatro, prende il sopravvento sull'illusionismo della vicenda, sul gioco del teatro nel teatro, che pur qui è sempre presente e a vista continua, e nel percorso della rappresentazione diventa lo stile della messinscena. La ricerca di tipi di attori particolari, di diversa estrazione, proveniente da esperienze le più distanti tra loro, ma tutti individualmente riconducibili a questo pathos dell'anima, a questo lavorio dello spirito, avvantaggia l'indirizzo della rappresentazione. Magia nella magia, il livello della recita si innalza e i movimenti a cerchio, a triangolo, come a seguire le grandi ore del grande orologio alchemico, convergono a dare la sensazione che il gran cerimoniale del macabro sia invece colmo o stracarico di poesia e indirizzato al fine unico d'una grandezza morale autentica. Questo andamento critico e questo sviluppo ottico risulta certamente assai favorito dalla eliminazione dell'intera scena iniziale del dramma originale. L'amputazione del famoso e accorsatissimo "prologo a mare" che da sempre ha stuzzicato la fantasia d'ogni regista, a detrimento dello spessore tragico complessivo dell'opera, si rivela di fondamentale rilievo per l'affinamento del punto di vista. La soppressione degli "avvenimenti a mare" favorisce infatti l'interiorizzazione della Tempesta, la quale, perduto il carattere d'un accadimento esterno e reale, prende subito l'aspetto o il senso d'un evento metafisico, emotivo, d'una grande turbativa della coscienza, vortice e turbinio della memoria, mentre l'isola acquista il sapore d'un "isola-che-non-c'è" se non nell'anima o negli incubi dei personaggi, appare e scompare in modo da rendere ogni accadimento come una proiezione esclusiva dell'interior spiriti. Saltato il "coûpe de theatre", "improvvidamente" consumato tutto all'inizio, la tempesta si dilata fino ad essere avvenimento costante dell'opera, misura della coscienza, evento non naturale, ma metafisico, mentre maggior vigore drammatico acquistano le azioni e i personaggi diventati quasi esemplificazione d'un caso della coscienza sul quale dibattere poeticamente. E così mentre i personaggi vanno configurandosi come tipi enunciati d'un dramma di cui non va vissuta ne la fine ne il principio, il racconto diventa quasi una riflessione morale "a posteriori", e una resa finale dell'anima dinanzi alla morte. Da qui il ruolo del teatro come indicatore della coscienza, schermo dei problemi, moltiplicatore degli avvenimenti, spazio di coinvolgimento emotivo dello spettatore. Vissuta come prologo nel lenzuolo bianco e negli incubi di una bambina, ripetuta nei cuori d'ogni altro, fino all'ultimo negli stracci di Caliban, la tempesta invaderà propiziatoria il buio della sala e gli spettatori, che vollero a tale liturgia di spettacolo partecipare, avranno, anche essi, maturato il fine di una riappropriazione della loro coscienza e della loro emotività. La esposizione della colpa, ripetuta e continua, e riaffermata come un caso ai vari livelli dell'inconscio collettivo e individuale, resa violenta e spasmodica l'aspirazione alla catarsi, coinvolgerà ogni mente e spezzerà ogni nebbia della coscienza anche negli spettatori. E' questo il senso dell'andamento e del ritmo "grandinate" di questo spettacolo. Nello stesso tempo, sotto altro aspetto, la messinscena prende il tono d'una grande Liturgia della Poesia e della Messinscena, d'una grande "Missa solennis" del Teatro, d'un trattato barocco sull'amore, sulla virtù e gli infiniti del palcoscenico, rito fascinoso per chi quell'amore offizia volta per volta sulla scena, rito del rinnovamento, della frenesia della creazione poetica, della fantasia sfrenata dell'autore-regista-padrone-creatore assoluto, vecchio sempre e sempre bambino, risoluto demiurgo della scena e dei personaggi, poeta della creazione. E ritoma così, anche qui, il gusto del doppio piano, della doppia illusione "vita-teatro", della parabola dei due sogni paralleli e intercorrenti, del riflettente e del riflesso nel magico specchio alchemico dell'Arte. E qui, come in nessun altra opera, le direzioni in cui opera la vicenda risultano contemporaneamente percorribili fino in fondo e ad un livello molto alto risultando l'opera, nell'una, una grande allusione sulla vita, nell'altra, un grande apologo sul teatro. E mentre i lari del teatro e gli strumenti d'esso diventano gli spiriti della magia officiata, l'intera opera sembra correre dietro l'espressione d'un sacramento d'Arte, propinato allo stremo della propria creazione artistica e del proprio fervore poetico.

L'isola
Abbandonati i connotati di un'isola arcadica da vecchio scenario seicentesco, del tipo "II gran mago" o "l'isola incantata" o "II selvaggio nell'isola", saltato il gusto dei racconti d'oltremare, l'isola diventa l'approdo della coscienza, il luogo del processo al gran broglio europeo, spazio fuori del tempo, non geografico bensì metafisico. E' la rada del poeta, il porto della fantasia e dell'immaginario dell'artista Shakespeare, lo spazio della ragione e della morale, il luogo d'esposizione dei problemi, il tribunale dei delitti connessi alla frenesia del potere, delitti già compiuti e riproposti alla coscienza col meccanismo analogico e ripresentati, nelle azioni e non negli esiti, da personaggi per natura diversi, in modo da esemplificarne i contenuti fin alla maniera della farsa, che anch'essa, al livello più basso dei personaggi più bassi della commedia, diventa un ultimo metodo per un segnale di giudizio.

I Personaggi
Prospero è il gran mago del teatro, il gran regista della cabala, poeta e deus ex machina, giudice e demiurgo, attore carismatico e santo, dio vendicativo e benefico, grande alchimista della messinscena della vita. Sa e prevede tutto e sembra per questo riproporre anche il clima e il tema della tragedia della predestinazione. Dio di cristiana memoria, egli è il padrone della fantasia, il signore del Pensiero reso Ariel, è il principe degli effetti, il governatore dei fulmini e dei tuoni teatrali, è il miscelatore delle possibilità di spettacolo. Il Teatro, più che il granducato di Milano, è certamente il suo regno e la musica, il canto, la poesia e il suono le sue armi. Ma è anche il signore del soprannaturale, il mago di bruniana memoria, legato ai viluppi della magia occidentale non violenta ma liturgica e catalizzatrice. I suoi Ariel non sono spiriti dell'aria, bensì spiriti, pensieri, presenze, idee della testa, sono i lari del teatro, che alla maniera del grande "aum" panteistico s'alimentano del respiro dell'universo. Essi sono parte di Prospero, "sono" Prospero. E, nella sua fantasia imprigionati, sono il pensiero di lui e la simultanea e perfetta realizzazione. Ariel, non essere diverso, non uccello in gabbia, bensì pensiero, molteplice e onnipresente nella mente di Prospero, di questi esprime la poesia, la ricerca dell'infinito, l'aëre e la linfa, va in cerca di libertà ma muore con la morte poetica di Prospero, col ritorno di lui all'umano, con le dismissioni dello spirito e delle arti magiche. Spazzato via lui, con tutti gli altri, da un tuono ora vero, e da una vera pioggia purificatrice, lui, simbolo della compressione dello spirito nella carne, muore sotto la grandine della redenzione. Ariele, multiforme e trasformista, scherzo della fantasia, gioco della mente, essere "ubicumque", uno e molteplice, è l'arte della creazione resa in concreto. Ora voce, ora canto, ora danza, ora musica, ora illusione, ora uomo, ora danza, è il perfetto abitatore di un'isola che è l'isola della mente. E' l'angelo alchemico. Lo spirito dell'isola, parto della fantasia di Prospero e morte della fantasia di Prospero. Ed è anche il gran direttore di scena del teatro di Prospero, il grande attrezzista addetto alla macchina degli effetti teatrali, servo di scena del primo attore Prospero. Egli è tutti i lari del teatro di cui Prospero è il gran demone. E' anche il contraltare spirituale della gran serie di esseri animali che sono i mostri del racconto. Stefano e Trinculo delinquenti e assassini (ovvero il livello più basso della corsa al potere) non più stereotipi cialtroni e comici dell'Arte di portata esteriore, non hanno qui molta consuetudine con la razza dei pulcinella e degli arlecchini, anche se dagli scenari dell'Arte prendono spunto. Carichi di odio come sono, diventano la vera esemplificazione della brutale voglia di delinquere. Essi sono il delitto consumato al livello più basso. Sono i veri mostri che fanno da contrappunto al "supposto-mostro" che è Caliban, più figlio e anagramma della cabala che cannibale, indigeno e mostruoso figlio di strega, detentore dei misteri dell'esoterico, non "povero negro" certamente, ma selvatico, uomo e pesce, deforme e diverso in qualsiasi modo. Lui l'indigeno dalla natura magica e dalle strane forme, che incarna da gran protagonista il sogno non solo elisabettiano del romanzo d'avventura e il gusto di narrare l'esotico e il meraviglioso, è il vero nascosto protagonista dell'opera. E tutta sua è la tragedia di rimanere sull'isola infine, ricco di tutto, reso umano e cosciente d'una solitudine ormai definitiva e prima sconosciuta. Vittima vera e unico perdente, non rappresenta la tragedia del colonizzato bensì il dolore del diverso, che della sua diversità ha ormai la più amara coscienza.

La traduzione
La ricostruzione del testo è a mio avviso la più fedele al contrappunto linguistico dell'opera originale. L'uso del dialetto, come già nel "mio" Sogno di mezza estate, è sostitutivo della prosa shakespeariana originaria, laddove invece la lingua italiana prende il posto della scrittura in versi. La contrapposizione shakespeariana tra verso (degli eroi e delle classi di comando) e prosa (dei subalterni) pretende a mio avviso, perché sia rispettato il gusto complessivo della rappresentazione, che la traduzione ribadisca i due mondi letterali e la ricerca di musicalità e di espressività diverse che le narrazioni parallele richiedono. Per la perfetta resa musicale del pentagramma linguistico di Shakespeare, l'uso della doppia lingua mi sembra insomma indispensabile. Ricondotto alla sola lingua italiana, il testo si ridurrebbe ad una versione in versi sciolti, che diventerebbe nient'altro che una prosa italiana colta che non potrebbe più, ridotta a scansione recitativa dell'attore, esser contrapposta al linguaggio da "slang" degli altri personaggi. Ricondotto, all'opposto, ad una versione totalmente napoletana si ridurrebbero di moltissimo gli spazi poetici della lingua di Shakespeare, il suo respiro si farebbe più breve, e tutto il clima messianico, mistico e misterico si ridurrebbe tragicamente. Tutto prenderebbe l'aspetto di una tavoletta boschereccia del tipo Cantata dei Pastori, con tanto di madama Eco, e tanto di Razzullo e Sarchiapone. La doppia lingua invece restituisce alla rappresentazione il clima musicale e l'andamento voluto dall'autore. Cos'altro raccontare? Il resto allo spettatore che ci seguirà in questo ulteriore e straordinario sforzo produttivo che è ancora una volta il segno d'un amore travolgente per una città e un metodo per interpretare l'universo poetico teatrale che solo dalla cultura di questa città può provenire.
Tato Russo