Il Giornale d'Italia, 23 Dicembre 1985
Con "A noi due, signora", monologo di Grazia Scuccimarra al Piccolo Eliseo.
Nella consueta doppia veste di, autrice e attrice, Grazia Scuccimarra debutta il 30 dicembre al Piccolo Eliseo di Roma con "A noi due, signora" una satira della donna di oggi, sospesa tra passato e presente, tra due ideali femminili contrapposti, oppure simili nell'essere troppo "ideali". La formula dello spettacolo è quella già sperimentata nelle passate stagioni: "one woman show", irriverente, frizzante, divertente, senza pretese intellettuali e senza ovvietà. "Parlo del ruolo femminile - dice Grazia Scuccimarra - perché è un po' di tempo che vedo intorno a me un cambiamento di tendenza. Mi sembra che le donne, ma soprattutto le ragazze, abbiano deciso di tornare indietro, verso ruoli tradizionali, nella famiglia e nella società. È nuovamente popolare una aspirazione antica: essere madre, moglie, casalinga. E tutto ciò è spesso inteso come una scoperta meravigliosa, come una specie di ritorno all'Età dell'Oro". Ecco così che Grazia Scuccimarra presenta sulla scena una raffica di situazioni in cui la donna vive le conseguenze delle sue scelte. Una galleria di immagini quotidiane, dagli stereotipi delle campagne pubblicitarie ai problemi antichi della vita di casa, attraverso tutto lo spettro delle collocazioni disponibili per la donna nella società. Un universo multiforme di situazioni, speranze, miti, compromessi, visto con garbata ironia e senza cattiveria, soprattutto senza proporre discorsi da "donna a donna".

Il Messaggero, Giovedì 2 Gennaio 1986
"A noi due, Signora" della Scuccimarra al Piccolo Eliseo.
Da donna a donna.
Grazia Scuccimarra otto anni dopo. Dal primo spettacolo di cabaret. Successo, all'ultimo appena andato in scena, A noi due, signora, c'è stata una lenta e progressiva evoluzione del discorso sul femminismo. Il rapporto uomo-donna al quale la Scuccimarra ha sempre guardato con attenzione, ha assunto una dimensione diversa e A noi due, signora si presenta con un profilo diverso, l'altra faccia di una prospettiva mostrata finora a senso unico. Il Sessantotto è lontano, il femminismo arrabbiato si è placato e il bersaglio, stavolta, è proprio lei, la donna, dopo anni di crucifìge al maschio. Non che la Scuccimarra abbia imboccato la strada del pentitismo, per carità. Sotto sotto, con velate allusioni e sottili perifrasi, le punzecchiature a lui si fanno sempre sentire. E' mutato piuttosto lo stile dell'autrice di Verdinvidia che ai fendenti ha sostituito la stoccata e, non vorremmo apparire maligni, è probabile che la Scuccimarra abbia respirato un'aria diversa nel nuovo domicilio teatrale del "Piccolo Eliseo" dopo anni di permanenza in Trastevere. Comunque sia, i risultati non cambiano. L'attrice-autrice ha fatto tesoro della lunga esperienza di palcoscenico e per il "nuovo" pubblico ha scritto il copione, allora come adesso ricco di ironia ma su carta patinata. La donna, secondo l'autrice, è oggi ancora una volta in pericolo e il suo futuro incerto per le tempeste che si addensano sul suo capo nonostante la maturità acquisita e la maggiore consapevolezza dei propri diritti. Ha bisogno di una sferzata di energia che la Scuccimarra-attrice elargisce indossando gli abiti della consigliera. In questi panni stimola e ammonisce la ragazza d'oggi, nella fattispecie Giovanna Brava, a non commettere errori. A parte i piccoli interventi della giovane collaboratrice, più matura sul piano professionale che non qualche anno fa, il lavoro è un lungo, divertente monologo della Scuccimarra che per un'ora e mezza, in continuo crescendo e utilizzando spesso i suoi pupazzi di pezza, taglia e cuce sulla donna d'oggi. Tira in ballo la Falcucci e la commessa di negozio, Omelia Vanoni - con Gino Paoli - e le pie donne, l'incretinimento da pubblicità televisiva e la donna manager, non tralasciando un altro dei suoi cavalli di battaglia, il cantante, tappa d'obbligo delle divagazioni musicali dell'autrice. Vittima di turno è Battiato, così come l'anno scorso fu Cocciante. E bisogna dire che è tra i pezzi più gustosi, anche se appare difficile scegliere i momenti migliori in un copione ricco di piacevolezze e privo di sbavature, che la Scuccimarra porge al pubblico con elegante arguzia e vivace sarcasmo.
Mario Galdieri

Paese Sera, Giovedì 2 Gennaio 1986
Per la "cabarminista" la donna è perfetta".
Cabarettista e femminista di pari tenacia, la Scuccimarra ci costringerà, se continua così, a coniare un "cabarminista" - è tempo di sintesi e... c'est plus facilee - per indicare il suo modo di fare spettacolo. Perché, non ci sono santi, cabaret è, e dei migliori, anche se le battute non sono fredde e taglienti ma nascono da un ragionamento e il tema, e dei più appassionati, è sempre quello della condizione della donna e della lotta per l'emancipazione femminile. Lo era nel primo, nel '79, e lo è in questo ottavo lavoro di cui è ancora lei autrice del testo e delle musiche, regista e interprete, Niente di male, anzi. Il titolo del primo lavoro, "Successo", è diventato realtà tanto che la Scuccimarra può presentarsi a più importanti platee e riempirle: i suoi quattro ruoli sono perfettamente ricoperti; e la condizione femminile non e davvero diversa ne migliore anche se, come la stessa Scuccimarra dice ma senza crederci più di tanto, i tempi e le situazioni sono cambiati. Questa volta, è presa di mira la donna tra ansie antiche e dimensioni nuove, una donna che ha fatto passi avanti a prezzo di suoi doppi sacrifici in una società che tende a tornare indietro. Prendere maggiore coscienza e scuotersi di dosso le debolezze "femminili": e quanto, in scena, la donna cosciente e matura consiglia a una giovane emancipata ma svogliata e insicura, una ragazza che crede di aver progredito perché risponde "che palle" ai genitori e poi invece smania e trepida se il fidanzato non telefona. Naturalmente non si tratta di una predica né di una lezione. La Scuccimarra che prima aveva il vizio di fare conferenze, ora tiene vivaci colloqui col pubblico, allegre conversazioni, intrattenimenti veloci. Aiutata da Giovanna Brava, muta ma significativa presenza, eccola prendere in giro la donna al volante che non sa niente di motori; la signora che acquista enciclopedie se il venditore è suadente, ma lei non sa venderle; la mamma che da libertà al figlio ma poi vorrebbe una radiocronaca in diretta dalla pizzeria; la casalinga rincoglionita dal bombardamento pubblicitario in tv. Poi c'è la manager che comanda a dieci uomini ma vorrebbe ubbidire a uno solo, la dirigente d'azienda che sogna di tornare a fare il pomodoro in bottiglia. E la donna con la nevrosi della casa sempre in ordine, del lavoro a maglia, degli stracchi e rari rapporti col marito. Una galleria intensa, brillante e davvero ironica sullo sfondo di una grande foto di Marilyn Monroe divisa in due metà, una a colori l'altra in bianco e nero, simbolo di una condizione indefinita e contrastante. Infine, ci sono gli ultimi cinque minuti. La scena si fa buia e, in un fascio di luce come in un esame di coscienza, la Scuccimarra dichiara che, con tutti i difetti, "la donna è perfetta". "Che Dio mi perdoni gli ultimi cinque minuti di guerra" disse Hitler e per fortuna rimase una minaccia. La Scuccimarra non ha bisogno di perdoni perché sono troppi i meriti del suo spettacolo.
Alberto Bertini

Corriere della Sera, Giovedì 2 Gennaio 1986
Una donna allo specchio tanto per ridere.
"L'uomo è quello che è, lo sappiamo a memoria", si dice sin dal principio, quindi argomento del discorso diviene la donna che, prima femminista in lotta, ora preda del riflusso, non si sa più e non sa più come è e come vorrebbe essere. Cerca di capirlo, per approssimazioni e accumulo di dati, Grazia Scuccimarra al suo ottavo monologo (dal primo Successo del 1979), che propone al "Piccolo Eliseo", col titolo A noi due, signora, un "a noi due" che è rivolto sia a se stessa, sia a una donna più giovane, una ragazza imbambolata, ora con gli occhi fissi al televisore, ora persi nel vuoto per pene d'amore. Nasce un'ironica analisi della propria vita e di una generazione, che vorrebbe essere d'ammaestramento a un'altra, ma con la consapevolezza che ognuno farà le proprie esperienze e che, in genere, l'ideologia e la ragione corrono molto più velocemente del subconscio e dello stomaco, "così che ci si ritrova a fare i conti con un'unica lotta interiore, la colite spastica". La casa, il lavoro, la scuola e i figli, l'amore sono i temi di vari momenti dello spettacolo, tenuto assieme da divagazioni che si inseguono e succedono veloci, una dopo l'altra, come scintille se non di fuoco d'artificio, certo di uno di quei bastoncini d'argento che si bruciano a Natale. L'accumulo e il ritmo è tale che nel gioco entra di tutto, persino la donna al volante che mette la freccia ma va diritta, assieme a un'attenzione alla realtà odierna, e una sensibilità per il quotidiano, affrontato con l'occhio di chi usa l'intelligenza e l'umorismo come difesa e copertura. Ecco le battute stravecchie ("La scuola è come un concorso Liebig, si raccolgono punti e alla fine c'è il premio"), il problema delle corna come le portavano le donne di una volta e come si portano oggi, il gioco di prendere alla lettera i paradossi della pubblicità per descrivere la giornata folle di una famiglia, la donna che si è realizzata nel lavoro ("che si è disfatta da sé" ed è frustrata come sempre, ma per opposti motivi) con un condimento di interiezioni e esclamazioni romanesche, che mandano "a quel paese" i propri genitori come i testimoni di Geova profeti di apocalisse. C'è proprio poco di nuovo, rispetto all'ironia sul ruolo della donna di dieci e più anni fa, ma la gente ride e si diverte, funzionano le battute e le metafore, perché forse è il pubblico ad essere cambiato. Non siamo più al "Politecnico" o al "Teatro in Trastevere" dove la Scuccimarra ha iniziato a lavorare, non si tratta più di satira a muso duro, di capacità di mettersi in crisi con intelligenza, ma di un rassicurante guardarsi in uno specchio, che si sa a priori essere deformante, e sorridere assieme, tutti uniti, tutti uguali. E poi c'è la vitalità e l'energia della Scuccimarra, che riesce ad essere coinvolgente se non travolgente, appassionata e impegnata allo spasimo, allegramente, in un'ora e mezzo di palcoscenico, solo aiutata dalla presenza della giovane Giovanna Brava, meritandosi applausi molto calorosi. Restano invece sullo sfondo i contrasti veri, come la grande fotografia che giganteggia dietro al salotto che fa da scena fissa: un volto di donna tagliato verticalmente in due, da una parte Marilyn a colori e dall'altra una bella mora in bianco e nero, che quindi sembra più alludere al famoso dittico letterario e cinematografico "Gli uomini preferiscono le bionde... Ma sposano le brune", e il cerchio sembra chiudersi al punto di partenza riuscendo a contenere sempre tutto.
Paolo Petroni

La Repubblica, Venerdì 3 Gennaio 1986
Scuccimarra con tute le sue donne.
C'è in Grazia Scuccimarra, nei suoi dossier di ritratti femminili, qualcosa di popolare e liberatorio, che si prende licenza di violare il finto benessere, il tele-consenso, le emancipazioni irrazionali, i riflussi che slentano i movimenti del '60 e del '70. Però spunta fuori anche un germe conservatore, in questo suo censimento delle istanze e delle iperboli, nel senso che Bergson non ha torto quando afferma che il riso è un servomeccanismo della società, cioè un volano reintegrante. Qui, poi, si inneggia alla satira: la satira, sarà d'accordo con noi la Scuccimarra?, intesa come schiaffo mancato, come aggressione che anziché tradursi in azione si risolve in metafora. Detto ciò, siamo i primi a prender atto che il cosiddetto morbo Scuccimarra miete un numero sempre maggiore di vittime consensuali tra un pubblico che opta con entusiasmo per la corrida comica, l'one-woman-show. Una signora dietro a noi ha fermamente reclamato perché muovevamo la testa; un'altra spettatrice vicina non ha mai smesso d'applaudire. E' anche vero che lo spettacolo di Grazia Scuccimarra, A noi due, signora, ha viaggiato veloce come un treno, non concedeva tregue. Lei sempre tabulatrice, pitonessa domestica, madrina dei Sentimenti, specie di Winnie in un salotto guarnito d'un camino, frequentato pure da una discepola che è una Giovanna Brava in stile androgino-punk, esemplare al punto giusto, coi dovuti disgusti. Dimenticavamo: incombe un'idea protofemminista, con una gigantografia centrale, per una metà il volto di Marylin e per l'altra quello della Hayworth. Temi: a piacere. E' una rapsodia di donne che non sanno chiedere la fattura, donne con mani artigliate sul volante, donne che perdono il dominio di sé coi venditori ambulanti di enciclopedie, donne che maltrattato a colpi di cucchiaio il bebé mentre sul monitor c'è la fame nel mondo, donne che seguono in radiocronaca la tournée dei figli in pizzeria, donne che si fregiano di corna. Non sempre e soltanto un album di casi clinici, perché anzi ci vanno di mezzo, e pesantemente, i fenomeni di costume, ricorrendo gli ideali postumi delle manifestazioni la degenerazione della pubblicità, con relativo recupero sociale (e consumistico) degli handicap. Ma urge, si sente, il censimento delle donne borghesi di oggi, le virtuose manager, le supplenti anti-Falcucci, le commesse laureate, le creature che nutrono un dissidio tra la rosa e il preservativo. La Scuccimarra macina personaggio dopo personaggio, con furia implacabile, missando un testo che è la summa mistica - esotica della discografia intelligente. Se ne può ridere, ma lo choc umoristico più elegante lo procura quando, incidente irripetibile, cade: e si sa che quando una donna cade...
Rodolfo Di Giammarco

Il Tempo, Venerdì 3 Gennaio 1986
Con Grazia Scuccimarra al Piccolo Eliseo modi d'intrattenimento aspeddando la comemdia.
La Resistenza sta a Franca Valeri così come il Sessantotto sta a Grazia Scuccimarra. L'equazione non è soltanto, come può sembrare, una boutade ma è la differenza e, allo stesso tempo, il parallelismo che hanno, quasi al di là della loro volontà, queste due attrici-autrici. Tutto quello che c'era nel grande, collettivo momento storico della guerra, della liberazione, della scoperta della democrazia stava, in continuo sottofondo, nell'apparente leggerezza e vacuità della signorina snob della Valeri che, guarda caso, appariva sulle scene alla stessa distanza di tempo in cui, oggi, Grazia Scuccimarra vi colloca i suoi personaggi di ex sessantottina scontenta che, da una rivoluzione abortita ed elitaria, ha, almeno, saputo tirar fuori l'autoironia di guardare se stessa. "Con l'aria di subire i soprusi dei suoi fedeli e le loro manie e debolezze, essa non fa che imporre a tutti 1'enorme sopruso della sua enorme, garrula indiscrezione e del suo leggendario cattivo gusto, come dire del suo inflessibile snobismo": sembrerebbe scritto per la Scuccimarra e, invece, lo disse Sandro De Feo, a proposito proprio della Valeri, nel 1962. Ma la signora Scuccimarra - "signora" attenzione, non "signorina" - si aggrappa, sempre più disperatamente, alla struttura dell'intrattenimento, forse perché in lei le deformazioni della presenza di quella TV onnivora che tanto spazio prende nei suoi testi, sono più rimarchevoli. Ed è un peccato perché i suoi spettacoli se si sintetizzano e si essiccano nel linguaggio, nell'impasto prosa e canzoni, finiscono, inevitabilmente, con lo stanziare nella piacevole serata che una "signora bene" come lei può anche fare ad un riservatissimo pubblico di amici nel proprio salotto. Dopo una serie di successi ormai consacrati, dopo essere stata definita "fenomeno teatrale", con la indiscussa carica di simpatia e comunicatività che possiede ormai dovrebbe cambiare registro e andare avanti. Le sue battute sono diventate più fulminanti e recepibili e riversibili subito. Franca Valeri, un giorno, capì che la "signorina snob" era troppo poco e nacquero le sue commedie, dotate di trame e di personaggi: "Questa qui, quello là", "Le catacombe", "Lina e il Cavaliere", "Meno storie anche se, poi, doveva tornare ai monologhi. Come autrice e come attrice - oltre che come regista e, con il maestro Pino Cangialosi, musicista - Grazia Scuccimarra ha già raggiunto la maturità farlo e, per il suo prossimo spettacolo, ci augurimao vederla alle prese con una sua commedia di cui sia non l'assoluta mattatrice ma una funzionale, fondamentale componente. Ad essa siamo sicuri andranno tutti gli applausi, le risate e i festeggiamenti che hanno accolto, l'altra sera, lo spettacolo del Piccolo.
L.R.

La Stampa, Venerdì 3 Gennaio 1986
Al Piccolo Eliseo di Roma "A noi due signora", monologhi di Grazia Scuccimarra.
Una donna in scena, pensando al riflusso.
Per la prima volta l'attrice non parla di uomini in modo diretto - in realtà li coivolge ugualmente.
Roma - Le donne di Grazia Scuccimarra: dopo essersi a lungo occupata di uomini, questa singolare autrice di monologhi teatrali, divisa tra il mestiere di insegnante e quello del palcoscenico, quest'anno ha deciso di occuparsi di donne. La donna al volante che confonde lo spinterogeno con una zona sessuale particolarmente erotica; la donna alle prese con le tasse che scambia la fattura commerciale con il malocchio della fattucchiera; la donna emancipata che lascia libero il figlio d'andare dove vuole a patto di poterlo seguire via radio; la donna manager che comanda a dieci uomini sognando però di poter ubbidire a uno solo; la donna vittima della pubblicità che consuma un prodotto dietro l'altro mentre il marito si limita a bere bourbon. A noi due signora è il titolo dello spettacolo con il quale la Scuccimarra ha debuttato l'ultima sera dell'anno al teatro Piccolo Eliseo, alla presenza muta ma essenziale di Giovanna Brava, che fa da contrappunto al suo travolgente gran parlare. Il pretesto per questo discorrere intorno all'universo della donna Anni Ottanta è l'incontro-scontro tra una quarantenne madre, amica, sorella maggiore che ha fatto tutto il suo percorso per arrivare alla liberazione e una ventenne figlia, amica, sorella minore, che questo percorso non lo ha fatto e non ha nessuna intenzione di farlo. Mentre l'una, la più giovane, si trucca, fa ginnastica, si abbellisce, si innamora, soffre, piange ma soprattutto attende passiva l'arrivo del principe azzurro, l'altra, la più vecchia, ricorda, recrimina, ammonisce, consiglia, sbraita, mette in guardia, rimpiange, combatte. Bersaglio di questa ora e mezzo di parole è il riflusso, che pare aver incapsulato la donna in una dimensione che se non è più quella degli Anni Cinquanta, non è neanche quella sognata nei Settanta. E l'uomo? L'uomo, grande assente di questo spettacolo, finisce per essere presente anche lui, non più come oggetto di desiderio da invidiare più che da possedere, in quanto ancora e sempre padrone. Tant'è: nonostante A noi due signora sia il primo spettacolo della Scuccimarra in cui ufficialmente non si parla di uomini, in realtà questo somiglia a tutti gli altri suoi monologhi. Dal primo, Successo, del 79 a Verdindinvidia, dell'anno scorso. Si ride molto, anche se non si ride nuovo come nel cabaret. Ma forse questo è proprio il cabaret dei nostri tempi che finisce per installarsi nei teatri con poltrone, sipario e palcoscenico.
si. ro.

Avanti, Venerdì 3 Gennaio 1986
Storie di donne tra ironie e anche caricature.
Puntuale ogni anno all'appuntamento con il suo pubblico, ritorna - stavolta al Piccolo Eliseo di Roma - la "solista" Grazia Scuccimarra a raccontare storie di donne: stemperate in ironia o addirittura in caricatura, le vampate del femminismo di allora, la Scuccimarra (autrice, interprete e regista di se stessa) si presenta adesso con A noi due, signora, monologo in due tempi cui fa da punto di riferimento - muta ma non sempre - una graziosa ragazza, Giovanna Brava, bionda e levigata come da codice di mass media. Ed e appunto a tale genere di donna che spassosi si indirizzano gli strali della commedia: lotte per l'emancipazione, maggiore libertà sessuale scalata meno difficoltosa alle "stanze dei bottoni", d'accordo tutto vero, ma è davvero nata una nuova condizione femminile? Su questa domanda e sulle molteplici risposte, la Scuccimarra sviluppa il suo discorso proponendo alla sua giovane "spalla" una serie di ritratti: casalinghe travolte dalla pubblicità televisiva, inguaribili insopportabili sentimentali, madri ossessive, dirigenti nevrotiche, eccetera. Anche qualche guizzo di pietà, certo, in una così crudele galleria, ma la rappresentazione volge decisamente al comico; come dire "signore mie, infinite sono le colpe del maschilismo ma pure voi datevi una svegliata e smettetela di trascinarvi dietro, nel nuovo corso, gli stessi isterismi delle vostre nonne". Risate e applausi premiano lo spettacolo.
Ghigo De Chiara

L'Unità, Martedì 7 Gennaio 1986
Un nuovo ironico spettacolo di Grazia Scuccimarra.
Le signorine del riflusso.
C'è senza dubbio una qualità innegabile nel lavoro di Grazia Scuccimarra: quella di non scontentare mai nessuno senza, peraltro, accontentare tutti. Una qualità, perché permette all'autrice, attrice, regista di presentare le sue argomentazioni in completa libertà e questo aiuta lo spettacolo a mantenersi sempre vivo, fresco, accattivante. Chi prenderà di mira adesso? Quale cattiveria o giustificazione verso il chiarissimo oggetto di vituperio? Ma di quale donna va cianciando? E di quale uomo? Se in Noi le ragazze degli anni 60, il bersaglio era camuffato da monito ("Attente, donne, quegli anni 60 non erano affatto favolosi per noi!"), in questa nuova fatica è certamente la donna a fare le spese della satira dirompente della Scuccimarra, che non risparmia critiche e autocritiche, fondatissime, lo ammettiamo. Come per esempio il disastroso rapporto che il sesso femminile intrattiene con le automobili. Non tanto per l'incapacità di distinguere uno spinterogeno da un ammortizzatore (ce ne sono tanti di uomini a non saperlo), quanto per la tecnica di guida, tutta affidata ad "intuizioni momentanee", dal che non è detto che la freccia comporti inevitabilmente una svolta o che il centro della carreggiata non possa improvvisamente piegare a sinistra senza avvertire nessuno. Le battute scivolano tranquille per tutti i due tempi dello spettacolo e non esageriamo nell'affermare che il pubblico ride sempre, perché a settori. Per esempio un certo tipo di battute molto "femministe", che colpiscono direttamente l'uomo e le sue debolezze, eccitano il pubblico femminile (e quello maschile è più rassegnato) coevo alla attrice e alle sue idee; altre più veritiere e generali (la donna soffre più per amore, non sa dire di no, in fondo è sempre una mamma, ecc.) piacciono alle moderate che hanno sempre avuto un buon rapporto con il marito. Altre ancora fanno ridere tutti e l'esempio più eclatante ed esilarante è quello dedicato a Battiato e ai testi delle sue canzoni, in cui la risata è generale e a gran voce. Perché poi non si capisce, visto che è sin troppo ovvio far ridere dei testi supercolti, criptici dell'autore di "Un centro di gravita permanente", ma la Scuccimarra mette le cose in modo tale che anche i fan di Battiato non possono fare a meno di sghignazzare sul loro idolo e sulle sue passeggiate tra gli atomi. Nell'Insieme, comunque, si capisce che non si vogliono proporre soluzioni e meno che mal prendere posizioni sul "problema della donna". Quello che viene offerto è un panorama dei "tipi" che si trovano oggi, dalla immancabile casalinga, alla nuova donna-manager, un crogiuolo di implicazioni poco chiare tra l'essere e il divenire - ci è sembrato - della donna. In un'epoca in cui trovare un'identità precisa è difficile per ogni essere, umano e no. Tra il vecchio e il nuovo, chi ne fa le spese è probabilmente la ragazza di oggi, che torna su vecchie posizioni e su vecchi "disinteressi": si riavvicina a valori dimenticati, ma nello stesso tempo ha racchiuso nell'età giovane il germe del nuovo (o almeno così dovrebbe essere) e probabilmente, se ne deduce, non sa che pesci prendere. Tornare indietro non si può, andare avanti, ma dove: questo il dilemma, ma alla fin fine chi se lo pone? La ragazza di oggi o quella degli anni 60? Giovanna Brava si presta a fare da contraltare alle sfuriate di Grazia Scuccimarra e la sua arietta tranquilla e vaga, stufa e svogliata, i suoi colori "darkeggianti", convincono che quel dilemma, per ora, è ancora argomento poco interessante di cui parlare. In sostanza, la donna è donna. Che vogliamo fare?
Antonella Marrone

Avvenire, Martedì 7 Gennaio 1986
Una satira al femminile.
Roma - Nelle note che Grazia Scuccimarra premette alla sua novità '85-'86, "A noi due signora" al Piccolo Eliseo, c'è una sorpresa: i suoi strali satirici stavolta sono diretti alla donna, al "ruolo femminile" non a quello maschile di tiranno privilegiato. Man mano però che lo spettacolo procede spunta l'ironia di questa scelta, la donna incarnata dall'attrice-autrice colleziona errori, è madre e moglie inesorabilmente "out" ma si nota che le sue cadute sono effetto insieme di vecchie frustrazioni e di esasperate emancipazioni. Si indovina dietro le quinte un lui che se la ride per tanto sconquasso. La comicità scatta puntualmente e gli applausi a scena a aperta si succedono. Si direbbe che l'inventiva della Scuccimarra ha qui una marcia in più del passato ed è più raffinata l'articolazione dialettica. Ritroviamo "spalla" avvenente, discreta ed efficace Giovanna Brava, nei panni di figlia su cui la madre-prototipo rovescia valanghe di consigli nati dalla vita formule pronte per tutti i problemi di gioventù, ma i problemi la consigliera se li scopre addosso perché un sistema nato apparentemente a misura della donna pare organizzato per demolirne l'autonomia: e va citato il pezzo di bravura della Scuccimarra in cui il tormentone della pubblicità televisiva è una girandola di immagini da cui la corteggiatissima casalinga esce a brandelli, mentre "lui" sorseggia il suo ennesimo wisky. Ce n'è per tutte in questa satira sottile e mai smodata, la donna automobilista maldestra, l'insegnante tuttofare, la manager nostalgica del focolare. Più che una morale, che sarebbe fuori luogo pretendere, c'è dichiaratamente un interrogativo sotteso al gioco di ritratti del segno rapido e incisivo e ad alcuni graziosi couplets composti dall'attrice con Pino Cangialosi: è una donna cambiata questa che tocca l'anno duemila in un mondo in trasformazione o è inguaribilmente sesso debole con la resistenza agli urti che forse è la sua vera forza? La risposta fra le risate è difficile ma la domanda si insinua, e da quel sapore di amarognolo che fa di Grazia Scuccimarra uno dei talenti migliori nella commedia, cui ormai sta un po' stretta la tradizionale divisa del cabaret.
Antonio Colotta

SiparioProsa, Gennaio 1986
Grazia Scuccimarra: A noi due, Signora.
L'autrice e interprete dello spettacolo, andato in scena al Teatro Piccolo Eliseo di Roma, presenta una raffica di situazioni dove la donna, protagonista delle sue scelte, ne vive le conseguenze.
Innanzi tutto bisogna dire che lo spettacolo è, come sempre, divertente. È quasi una sottolineatura ovvia, visto che, ormai, dopo sette stagioni teatrali in crescendo e svariate apparizioni in TV, gli spettacoli di Grazia Scuccimarra non hanno bisogno di presentazioni, e i pezzi di bravura dei suoi "one woman show" sono noti più o meno a tutti. Quest'anno si parla di donne. "È un po' di tempo che vedo intorno a me un cambiamento di tendenza - dice Grazia Scuccimarra -. Mi sembra che le donne, ma soprattutto le ragazze, abbiano deciso di tornare indietro, verso ruoli tradizionali, sia nella famiglia che nella società. È nuovamente popolare un'aspirazione antica: essere madre, moglie, casalinga. E tutto ciò è spesso inteso come una scoperta meravigliosa, come una specie di ritorno all'Età dell'Oro. Credo, invece, che questa "nuova" impostazione della figura femminile si risolva nella confusione della donna: incerta sui modelli da imitare, tra il vecchio e il nuovo. Anche perché - prosegue l'autrice - non si può tornare completamente indietro, e cancellare gli ultimi venti anni di storia". Ecco così che Grazia Scuccimarra presenta sulla scena una raffica di situazioni dove la donna, protagonista delle sue scelte, ne vive le conseguenze. Una galleria di immagini quotidiane, dagli stereotipi luccicanti delle campagne pubblicitarie ai problemi antichi della vita di casa, passando attraverso tutte le collocazioni disponibili per la donna nella società. Un universo multiforme di situazioni, speranze, miti e compromessi, visto con garbata ironia e senza cattiveria, soprattutto senza proporre discorsi 'da donna a donna'. "Quello che ho voluto fare con lo spettacolo di quest'anno - dice la Scuccimarra - è stato smascherare la tanta retorica, fatta e ancora da fare, sul ruolo e la dimensione della donna, intesi prima come emancipazione e conquista, e oggi come felice riscoperta di situazioni antiche". Il pubblico applaude, ride, condivide e apprezza. Risultato raggiunto, quindi. Ad accompagnare sulla scena l'incontenibile Grazia Scuccimarra c'è la giovane e valida Giovanna Brava. Le musiche sono dell'autrice e di Pino Cangialosi, il quale ha curato anche gli arrangiamenti.
F.D.P.

La Nazione, 12 Febbraio 1987
Il recital "A noi due signora" sul palcoscenico del Variety.
Femminista? Non più. Ritratto di donna anni '80,
Successo e applausi per il debutto fiorentino di Grazia Scuccimarra.
Una satira pungente e spiritosa.
Debutto fiorentino, dopo tanti anni di successi , dell'autriceattrice Grazia Scuccimarra, in scena sino a domenica prossima al Variety con "A noi due signora". E che per lei era un appuntamento importante lo si è capito dall'emozione che è sembrata attanagliarla per gran parte dello spettacolo: in maniera che i passaggi da una scena e da una chiacchierata all'altra sono parsi spesso meno naturali e disinvolti del previsto. Non tutto, insomma, è sembrato filare liscio, e la Scuccimarra è parsa faticata più del dovuto ad ingranare e a ripulire i suoi monologhi da una certa imbarazzata freddezza. Ma forse è colpa anche e soprattutto dello spazio troppo grande e 'ufficiale' del Variety, poco adatto alla dimensione colloquiale ed amichevole - di impronta cabarettistica - del fare spettacolo della Scuccimarra; che tende a stabilire, sin dall'inizio, un rapporto di spiritosa ed accattivante complicità con il pubblico. La sua abilità di pungente ed amichevole intrattenitrice si adatta meglio, senz'altro, a degli spazi 'familiari' e ristretti quali quelli dei teatri di Roma in cui la Scuccimarra (che ha cominciato come autrice-attrice femminista) si è conquistata nel corso degli anni fama e consensi. Tuttavia, al di là di questi problemi, e di qualche tocco datato o comunque meno attuale che contrassegna il suo discorso satirico, la Scuccimarra ha saputo conquistarsi presto il pubblico (sempre numeroso) del Variety: con garbo, con uno stile caratteristico che non aggredisce subito, ma prende e convince piano piano in maniera sorridente e simpatica. Certo, la satira della Scuccimarra non manca di muoversi indifferentemente su tutti i terreni senza curarsi troppo di una raffinata eleganza stilistica: tuttavia moltissime sue battute centrano in maniera impeccabile il bersaglio, facendo ammirare in lei un'efficace capacità di cogliere e di mettere in luce le demenziali assurdità della vita di tutti i giorni e dell'universo aureo e bugiardo della tv. Ma più di tutto la Scuccimarra ci piace in quei frenetici e irresistibili assoli in cui si abbandona a un'accumulazione irrefrenabile di parole, come accade nel lungo monologo-pezzo di bravura dedicato alle seduzioni della pubblicità. S'è detto che la Scuccimarra - che trova, fra l'altro, anche l'opportunità per far intravedere ottime doti di interprete - spazia liberamente nella sua satira (metà chiacchierata, metà recital), dalla presa di giro dei personaggi tv e della canzone a pungenti frecciate sulle condizione della donna anni ottanta, su come sono cambiati il ruolo della mamma e della moglie, il rapporto con l'uomo e con i (malcapitati) figli. Ed è qui che la Scuccimarra ci fa ridere in maniera forse meno fragorosa ma più intelligente: anche se la satira non è quasi mai aggressiva, feroce, ma preferisce basarsi su una spiritosa acutezza di osservazione, e sudi una verve brillante e caratteristica. Ora sbracata ora premurosa, ora piagnucolosa ora complessata, ora nevrotica ora prodiga di consigli mai richiesti dalla 'figlia' Giovanna Brava, partner pressoché silenziosa in scena), la "signora" della Scuccimarra mette accanto echi del riflusso e nostalgie del Sessantotto, miti provenienti dal passato e frutti di ingannevoli 'liberazioni'. E tutto con davanti agli occhi la prospettiva di un futuro al femminile simboleggiato dall'amorfa figura della figlia: una prospettiva, per ora, davvero poco confortante. E l'uomo, protagonista fin qui di tutti gli spettacoli della Scuccimarra? E' solo un pupazzo messo da parte ed appoggiato a una parete, presenza silenziosa e negata ma sempre sotterraneamente dominatrice: da blandire e da ammansire, idealizzare e adorare. Applausi calorosi ed entusiastici da un pubblico che ha riso davvero tanto.
Francesco Tei

Il Messaggero, Domenica 15 Febbraio 1987
Grazia Scuccimarra al Circus Visioni.
Una "prima" di tutto rispetto per l'attrice teramana che porta il suo "A noi due Signora": un teatro tra il grottesco e il paradossale, quasi irresistibile.
Il graffio della Signora.
Un sorriso e una graffiata. Un ammiccamento complice ed uno sberleffo, e l'effetto è sempre quello di una comicità irresistibile. E' questo il teatro di Grazia Scuccirnarra, attrice ternana di nascita e romana d'adozione, che sarà a Pescara il 19 a portare al Circus il suo spettacolo, "A noi due Signora", successo della scorsa stagione. Un teatro che predilige il grottesco ed il paradossale, che fa della follia di tutti i giorni, quella delle tante piccole nevrosi dalle quali siamo tutti più o meno accomunati, l'argomento preferito su cui esercitare il suo humour piccante, la sua ironia gustosa e penetrante. L'esibizione a Pescara del 19 costituirà una "prima" per la nostra città, una prima di tutto rispetto con uno spettacolo che si è imposto alla critica e al favore del pubblico. Descriviamolo. Essenziale la scenografia: un interno anonimo, un interno come tanti arredato con quel minimo indisponibile che possa dare l'idea di un ambiente domestico. Unico elemento importante un caminetto davanti al quale sta una ragazza giovane, l'attrice Giovanna Brava, con cui una donna più anziana, la Scuccirnarra, dialoga. Il cammino ha un significato simbolico. Rappresenta il privato, la domesticità, e la donna più giovane gli sta significativamente accanto ad incarnare la figura di angelo del focolare, di custode dei valori domestici. Lo spettacolo vuole infatti essere un confronto fra generazioni, quella della ragazza giovane che sembra essere paurosamente tornata indietro come mentalità e comportamenti e quella della quarantenne d'oggi, ex sessantottina (quale sono anch'io) che vede gettata via tutta un'eredità, vanificati tutti gli sforzi e le conquiste che la rivede impegnata nella sua giovinezza". Uno spettacolo dunque che ripropone il tema del "riflusso", di questo viaggio all'indietro delle nuove generazioni e dell'amarezza di chi pensava di aver posto le basi per un diverso futuro. "Si, e lo spettacolo vuole essere una tirata d'orecchio a queste ragazze per le quali sembra che sia tornata ad sere importante solo il privato. E che privato! Quello più retrivo e più dannose fatto di remissione, docilità e sottomissione. Quello che fa del conservarsi l'eventuale conquista e del piacere l'unica preoccupazione. Niente di più gradito per l'uomo, niente che riesca a far correre meglio alle donne il rischio di veder riaffiorare l'antica protervia maschile. Rischio che è maggiore laddove da parte dell'uomo c'è maggiore disonestà, la volontà attenta ed astuta ad approfittarne. Basti pensare con quale soddisfazione si parla oggi di "stanchezza" del movimento femminista...". Eppure, per la ragazza giovane alla quale tu ti rivolgi nello spettacolo, di "stanchezza" certo non si può parlare. E allora, secondo te, qual è per le nuove generazioni il motivo di questo ripiegamento sul passato, di questa rinuncia e remissione? "La nostra stessa stanchezza. La stanchezza di noi donne adulte. E' essa a metterlo in guardia verso un compito che avremmo voluto diventasse anche il loro e che a loro appare troppo arduo e troppo sacrificante. L'eredità che abbiamo lasciato è pesante, è fatta si di vittorie ma anche di tante sconfitte personali".
Rita Gambescia

Il Centro, Martedì 17 Febbraio 1987
Grazia Scuccimarra parla dello spettacolo "A noi due Signora", giovedì a Pescara.
Le donne nella rete del riflusso.
"Mi preoccupano le giovani, interessate solo alla bellezza".
Pescara - Di scena giovedì al "Circus" di Pescara (appuntamento alle 21,15) Grazia Scuccimarra con A noi due signora. Assieme all'attrice teramana, che è anche autrice e regista della commedia, salirà sul palco Giovanna Brava. Le musiche sono state curate dalla Scuccimarra stessa in collaborazione con Pino Cangialosi. Già autrice e interprete di otto spettacoli, vincitrice di molti premi - l'ultimo l'anno scorso come migliore attrice comico-satirica della stagione - la Scuccimarra si presenta per la prima volta al pubblico pescarese con una commedia tutta incentrata sul ruolo della donna. "Prima adulta e corteggiata - si legge sulla locandina oggetto del desiderio e dell'inganno, poi stufa di essere oggetto, decisa a prendere coscienza, poi imbrigliata dal riflusso e romantica di nuovo: com'è la donna oggi, e come sarà domani?". Queste le domande che si pone l'attrice, impersonando una donna matura che consiglia e ammonisce una ragazza di oggi affinché non si lasci sopraffare da un pericoloso riflusso che tende a far perdere alla donna le posizioni acquistate a caro prezzo. Ma c'è davvero questo rischio? "Direi proprio di si", risponde la Scuccimarra. "Chi mi preoccupa di più sono le ragazze al di sotto dei 20 anni. Sono tutte graziose, molto attente all'estetica, ma spesso dimentiche dell'uso che deve essere fatto dell'intelligenza. Hanno la tendenza a voler conquistare posizione nella società attraverso la bellezza e in questo sono molto influenzate dai mess-media. Basti pensare ad uno show televisivo come "Drive in" che propone un valore quale la remissività, e a una moda che ha il suo prototipo negli anni '50. Anche la ripresa dei concorsi di bellezza è un sintomo di questo riflusso. La mia intenzione è quindi quella di dare una tiratina di orecchie a queste ragazze che vogliono bruciare le tappe". "In loro - continua l'attrice - mi sembra di trovare anche una certa furbizia e una certa intenzione, ma soltanto più in là nel tempo si potrà capire fino a che punto sono consapevoli del loro comportamento. Sicuramente oggi sono più coscienti di quanto non lo fossimo noi alla loro età, ma questo fatto può rivelarsi anche un'arma a doppio taglio perché può portare a nascondersi, a smorzare la voglia di fare da soli, ad avere paura di affrontare i sacrifici". Questa volta sotto il bersaglio della satira della Scuccimarra è la donna, ma dell'uomo l'attrice se ne è dimenticata? "No, nella mie opere teatrali l'uomo è sempre al centro dell'attenzione. Lo attacco per il modo in cui si pone nei confronti dell'altro sesso. Questo non significa che l'ho in antipatia, anzi, la mia polemica nasce dall'affetto e dalla consapevolezza dell'importanza del rapporto uomo-donna. In teatro posso dire quello che penso: la platea e le due ore in mia compagnia passano indolori".
Olga Capobianchi

Il Resto del Carlino, Giovedì 26 Marzo 1987
Scuccimarra, stavolta parliamo di donne.
Al suo debutto bolognese, Grazia Scuccimarra si rivolge alla platea (di schiacciante maggioranza femminile) col suo sorriso familiare che invita alla complicità, e diplomaticamente avvisa: sono otto anni che parliamo di uomini. Ora, basta. Si corregge dunque il tiro, perlomeno in apparenza, rispetto ai precedenti spettacoli dell'autrice - attrice - regista, che facevano oggetto di satira proprio dell'uomo, dei suoi vizi privati e sociali, delle sue disarmanti pretese e dei suoi sorprendenti egoismi. Se permettete, stavolta parliamo di donne: e allora "A noi due, signora", due tempi firmati ed interpretati da Grazia Scuccimarra (affiancata sulla scena dalla giovane Giovanna Brava), stasera in ultima replica al Teatro Testoni. E' un lungo monologo che vorrebbe tentare un'indagine, condotta con scoperta indulgenza: quanto sono cambiate le donne, dopo gli anni dell'impegno, gli anni dei disincanti femministi, gli anni della (finalmente?) conquistata indipendenza emotiva? In una serie di quadretti, cuciti insieme da un estro di parlatrice che a volte inciampa nelle sue stesse parole ma si risolleva in scioltezza, Grazia Scuccimarra ci scopre ancora una volta innamorate trepidanti sul filo della perdita di dignità, madri iperansiose e rompiscatole, impacciate al volante, incapaci di districarci dall'invadenza di un venditore porta a porta. Donne che sferruzzano (mani d'oro, e il resto di piombo), donne che conquistano un lavoro fuori casa e si ritrovano poi, supplenti a vita, a scorrazzare di qua e di là agli ordini del primo preside che chiama al telefono. Donne allo sbando senza un uomo, donne allo sbando con troppi uomini. Qualche volta si ha l'impressione che l'irrisione affettuosa attinga un po' troppo al luogo comune, che queste "nuove donne" Grazia Scuccimarra le faccia un po' più vecchie di quanto in realtà non siano; ma questa fenomenologia minima dello spirito femminile ha davvero i suoi momenti indovinati, e delicati; le angosce mattutine davanti ai test rivelatori di gravidanza, o le amarezze autentiche delle "solitudini da carriera". Acido satirico, ma sparso a gocce, su di un palcoscenico arredato sommariamente, in maniera molto casalinga: Grazia Scuccimarra organizza la sua performance come parabola della donna (forse) cambiata, ad uso della sua giovane interlocutrice, una biondina silenziosa che sembra un po' Annie Lennox e dovrebbe essere l'immagine delle ventenni di oggi.
Paola Cristalli

Il Giorno, 1 Maggio 1987
"A noi due, singnora", ironico recital di Grazia Scuccimarra.
Utili consigli ad una ragazza un pò confusa e frastornata.
Milano - A te, ragazzina piena di pizzi e ombretti, sempre immersa in letture edificanti di riviste di moda e di manuali di ginnastica più o meno aerobica, a te che sogni la conquista di un caldo focolare, completo di fiori d'arancio, maritino manager e bambini paffutelli, a te donna incerta sui modelli da seguire, ieri alla caccia di una libertà da conquistare, oggi affascinata dalla riscoperta di situazioni antiche, proprio a te è ora di fare un bel discorsetto. Questo è l'invito che Grazia Scuccimarra rivolge al suo pubblico nel divertentissimo spettacolo "A noi due, signora" in scena al Teatro Filodrammatici nell'ambito della rassegna "Teatroattore 87". Un invito garbato e intelligente, lontano dai discorsi "da donna a donna", ironico e penetrante che lascia nel cuore tanta voglia di ridere e il desiderio di pensare. Grazia Scuccimarra si tuffa nel mare delle speranze, dei miti, dei compromessi dell'universo femminile con grazia irriverente e divertente misura, facendo vivere sul palcoscenico mille "lei", tenere, sconcertate, sicure, sciocche, infelici, appagate, contraddittorie, affascinanti e vitali, mentre una bella ragazza bionda, l'attrice Giovanna Brava, assiste ora coinvolta, ora meno, a questo fuoco d'artificio dissacrante e liberatorio. Accanto alla madre iperprotettiva si affaccia lo stereotipo di donna offerto dalla pubblicità televisiva, accanto alla figura mitica della commessa super raffinata della boutique di grido, la frustrata insegnante supplente alla caccia di un ruolo, la madre socialmente impegnata tutta sublimazione e apprensione repressa, l'amante liberata, sì, ma in una ragnatela di sofferenze e la super-manager che si è "disfatta" da sé. Ragazze datevi una regolata, sembra dire la Scuccimarra, e cercate di credere un po' meno anche a quei fenomeni "cultural-spettacolari" come Franco Battiato, alla cui opera l'attrice dedica dieci minuti di analisi struttural-semiologica semplicemente esilaranti. Ma soprattutto smettete di pensare che tornare al ruolo di "custode del focolare" sia una riscoperta meravigliosa. La cucina non è il migliore dei regni.
Magda Poli

Il Piccolo, 7 Maggio 1987
Come sei diversa, donna.
"A noi due, signora": il post-femminismo di Grazia Scuccimarra
Roma - Dalle pagine di "Tango" (supplemento satirico dell'Unità), più o meno settimanalmente, la ricciuta Erna di Patrizia Carrano s'interroga sui modi della convivenza nel macrocosmo sociale e nel microcosmo della coppia. Da un anno a questa parte, da quando, cioè, la rubrica ha avuto inizio, il tono ha subito alcune modificazioni. Dopo aver stigmatizzato debolezze ed insipienze dell'uomo, Erna ha avuto un ripensamento sul proprio ruolo. Non era difficile immaginarla: ricciuta, politicamente impegnata, abbigliata in modo comodo e "casual", stizzosamente contraria a tutti gli allettamenti della moda e dell'effimero edonismo. Ebbene, da qualche settimana Erna ha deciso di riconsiderare la propria immagine. Che significa ciò, quando anche le ultime Erna del femminismo buttano a mare il collant per darsi alla calza autoreggente e al tacco alto? Che sia giunto il momento di modificare il ruolo della donna, o per lo meno l'immagine che hanno di se stesse? Anche Grazia Scuccimarra, parla di donne, dopo aver parlato di uomini per sei stagioni teatrali, trascorse a far ridere e sorridere su schematismi, debolezze, tradimenti e soprusi maschili. Con questo "A noi due, signora", di ritorno a Roma al Piccolo Eliseo, dopo un fortunata permanenza a Milano, la ricciuta Scuccimarra (che ci sia una parentela con Erna?) prende a pretesto l'educazione di una giovane amica ai suoi primi passi nell'universo dei rapporti sociali. Ma, ahimè, la ragazza pare alquanto sorda all'esperienza e ai consigli della più matura maestra. L'odierno esemplare femminile può contare su due decenni di battaglie, sulle eredità del mitico Sessantotto (che ricompare a mo' di tormentone lungo tutto lo spettacolo), ma anche su una confusione dei ruoli, a esempio in famiglia, che la rendono inequivocabilmente diversa e anche impermeabile a tutta una serie di esigenze che, invece, le sue sfortunate colleghe di un tempo sentivano con prepotente urgenza. "A noi due signora" è molto divertente, grazie alla verve luciferina della Scuccimarra, ma conserva un fondo, di amarezza. Dalle scenette che scorrono velocissime si costruisce un ritratto di donna che, solo in apparenza, è forte e autonoma. Prendiamo, ad esempio, la donna/manager: dura, inflessibile, antipatica a tutti i colleghi, ma disperatamente sola. O la donna sentimentalmente oppressiva e poco comprensiva che, nel privato delle quattro mura, vive attaccata al telefono in attesa del solito "lui", egoista e menefreghista tanto quanto prima. Nasce il sospetto, quindi, che la donna sia mutata solamente per quanto riguarda la propria rappresentazione e che il cammino sia ancora lungo prima che il mondo esterno si accorga di tale mutamento. Una prova? Esaminiamo la donna attraverso gli spot pubblicitari (ed è fra i brani più divertenti dello spettacolo): una semi deficiente in bilico tra i ruoli della donna/oggetto e della casalinga inquieta, abbandonata a se stessa. Attente, però, sembra avvertire la Scuccimarra con la sua vocina da grillo parlante: la strada è lunga e irta di pericoli, pericoli che nascono da voi stesse. Ridete e meditate.
Chiara Vatteroni

L'Umanità, 14 Maggio 1987
"A noi due signora" al Piccolo Eliseo.
La donna senza 'ismi' della Scuccimarra.
Ironica, sarcastica, polemica, aggressiva. Grazia Scuccimarra ha riproposto ad un pubblico divertito che, come sempre, l'ha applaudita con calore ed entusiasmo, A noi due, signora, lo spettacolo di cui è autrice, regista e protagonista, dal 5 maggio al Piccolo Eliseo. Sulla scena - un salotto illuminato dalla luce rossa di un camino - troneggia una gigantografia di Marilyn Monroe metà a colori, metà in bianco e nero, simbolo di una femminilità contraddittoria, di un'identità incerta, confusa. Il bersaglio della graffiante ironia della Scuccimarra in questo spettacolo è infatti la donna ed i suoi ruoli. Come l'attrice più volte ripete, l'uomo, si sa, è quello che è e non cambierà mai, mentre la donna con i suoi conflitti, la sua interiorità, la sua frustrazione antica, il suo desiderio di cambiamento offre molti più interessanti e sottili spunti di riflessione, di critica, di dissacrazione. Com'è la donna oggi? Come sarà domani? Prima adulata e corteggiata, oggetto di desiderio e di inganno, poi ribelle, decisa a prendere coraggio e coscienza, poi paralizzata dal riflusso e nuovamente romantica. la donna vive in un universo di contraddizioni, ha perso la sua fisionomia tradizionale, ma non ha ancora trovato un'identità precisa che la preservi da nuove ricadute, da nuovi pericoli e nuove frustrazioni. La protagonista sulla scena è la donna matura e consapevole che consiglia la giovane d'oggi, la spigliata ed efficace Giovanna Brava, le apre gli occhi sulle conseguenze di scelte dettate dall'emotività e dall'indecisione. La satira della Scuccimarra aggredisce e colpisce senza indulgenza ogni "tipo" e comportamento femminile. È di scena la casalinga, oppressa dalla proprie frustrazioni, chiusa in un mondo fuori dalla realtà, la donna goffa, maldestra, impacciata che guida con il volante in castrato sul diaframma, che si aggiusta i capelli ed il trucco guardandosi allo specchietto retrovisore, che in caso di incidente non conosce resistenza dell'assicurazione e, paradossalmente, neanche del numero di targa. Poi è la volta della donna-madre, la falsa amica dei figli, colei che li esaspera di parole, di moine, di consigli fingendo un'assoluta apertura e modernità di vedute. "Non fate le insegnanti", implora la Scuccimarra, qualsiasi altro mestiere ma non l'insegnante. E la sua ironia mette a nudo l'angosciosa vita della supplente, aggrappata al telefono in attesa della chiamata del Preside, felice di fare da "tappabuchi", di guadagnare i famosi "punti", come per un concorso Liebig. Esilarantissimo è il monologo che chiude il primo atto, dedicato alla giornata "tipo" della casalinga così come emerge dalla pubblicità: mentre l'uomo non fa che bere bicchieri di scotch, la donna al mattino è disperata perché in casa sono finiti i "gioppini", si perde al supermercato fra prodotti per la cucina. "Svelto". "Stira e ammira", "Benissimo", in grado di rendere, a lei che è inetta e "deficiente", tutto semplice e meraviglioso, è bersagliata da pannolini di ogni formato e per ogni uso, è catturata dal sorriso disgustoso dei sofficini, ed infine, una volta al letto, è svegliata dall'arrivo della "carie", che di notte divora i denti. E in amore? Anche l'amore è per la donna una lotta che la vede perdente o comunque insoddisfatta. Ogni situazione in cui la donna viva o sia coinvolta le ripropone antichi conflitti ed alimenta nuove ansie. Non esistono formule vincenti, non esistono ruoli, né quello della donna emancipata, né quello della casalinga, né della madre, né della mangiatrice di uomini, che resistano o siano risparmiati dalla pungente satira di chi osserva senza incanto, senza illusioni. Le nuove donne sono nuove davvero? Si chiede la Scuccimarra e la risposta è senz'altro negativa, nulla in sostanza è cambiato. L'ideale di una donna che anziché reagire, agisca è ancora molto lontano. Eppure, l'ultima battuta dello spettacolo, anch'essa piena di sarcasmo ed ironia, recita che la donna, nonostante tutti i difetti sui quali si è scherzato e riso, è "perfetta".
Mara Pannone

Il Mattino, Domenica 28 Gennaio 1990
Piace al Teatro Corso "A noi due signora" di Grazia Scuccimarra.
Frizzanti monologhi per mettere alla berlina l'universo femminile.
In un mondo di donne simpatiche e nevrotiche.
Napoli - Donne sull'orlo di una crisi di nervi. Oppure: sull'orlo di una crisi d'identità, o di astinenza, donne "dalle mani d'oro e dal resto di piombo", donne perennemente in bilico tra antico e moderno, tra margherite e profilattici: sono le protagoniste dello spettacolo "A noi due signora", scritto e interpretato da Grazia Scuccimarra, in scena stasera al Teatro Corso per l'ultima replica napoletana. Grazia Scuccimurra dopo un inizio in sordina è riuscita a conquistare un proprio pubblico di estimatori grazie a una cifra stilistica che le permette di parlare dei malanni contemporanei con una genuina dose di autoironia. Tratto comune a molti performer solitari è il desiderio di deridere il mondo irridendolo, sfoderando più garbo che rabbia. Lo spettacolo in scena al Corso, pur presentato dalla Scuccimarra nell'85, conserva intatta la capacità di divertire mettendo alla berlina non soltanto donne con voglia di tenerezze, ma anche vizi e virtù di una vecchia civiltà prossima al Duemila. E se certo suscita simpatia la donna convinta che lo spinterogeno sia una zona erogena dell'uomo, la donna manager che si è "disfatta" da sola, nostalgica delle bottiglie di pomodori fatte in casa, impedisce per fortuna una scelta di campo. Gli artigli satirici della Scuccimarra non risparmiano nulla e nessuno: stupori per i moderni test di gravidanza (capaci di dare risposte certe "il giorno prima del rapporto"), testimoni di Geova e mariti nervosi come api; uomini che battono le donne, e donne che "battono" i marciapiedi; maschi che in televisione non fanno altro che trangugiare scotch, mentre casalinghe maniache di pulizie lanciano dalle finestre scope e lavatrici nell'era del dopo-Baudo. Ma uno dei momenti più felici dello spettacolo è quello dedicato all'ex ministro della Pubblica istruzione, Falcucci, e al sistema scolastico italiano simile al concorso Liebig: in un sistema del genere può capitare che un supplente deve passare la vita a raccogliere "punti" per ritirare al Provveditorato "un servizio di cocci per sei". Le donne abbozzate dalla Scuccimarra sono davvero miniere per i psicanalisti in cerca di traumi, e mine vaganti per mariti aspiranti a talami tranquilli. Si ride spesso, e non sempre a cuor leggero. L'allestimento - come spesso accade in questi casi - è scarno: un divano, un tavolo, una libreria rigorosamente spaiati e senza stile. Complice in scena della Scuccimarra, nell'offrire di volta in volta ancestrali ansie e fremiti di cambiamento alle giovani donne di ieri e di oggi bisognose di consigli, è Alessandra Menichincheri. Le musiche, anche esse divertenti, sono firmate dalla stessa Scuccimarra con Pino Cangialosi. Un bel successo non soltanto di solidarietà per questo spettacolo su come eravamo, e su come, probabilmente, continueremo ad essere. Per la Scuccimarra "anche l'uomo è un essere umano" e la donna "è perfetta". Questi, in fondo, i loro limiti.
Giuseppe Sollazzo

Gazzetta del Sud, Sabato 14 Aprile 1990
"A noi due signora" fino a domani al Teatro in Fiera.
Ex sessantottina veterofemminista indaga su quel che avviene alla giovane donna d'oggi.
Messina - "A noi due signora" è il monologo (o quasi) che Grazia Scuccimarra ha scelto per la sua tournée italiana, lontana una volta tanto dai teatri romani che hanno decretato il suo successo. È un testo che l'autrice-attrice-regista ha scritto e allestito per la prima volta nel 1986, cogliendo i primi accenni di quel riflusso, che adesso può considerarsi compiuto, che portava il femminismo a ribaltarsi nella riscoperta di valori legati più all'estetica (della donna) che ai contenuti. E adesso che viviamo nell'era dell'immagine e le donne (ma anche gli uomini) tendono soprattutto ad apparire dedicando gli spiccioli di tempo a cercare di essere, "A noi due signora" si presenta con assoluta freschezza. In esso Grazia Scuccimarra abbandona l'obbiettivo preferito dei suoi strali ironici e satirici, cioè l'uomo, per dedicarsi al proprio sesso, per valutare da ex sessantottina e da veterofemminista quel che avviene alla giovane donna d'oggi e per mettere in discussione tutte le scelte che, alla luce della sua esperienza, sembrano legate a un passato che avrebbe dovuto essere sepolto e non a un futuro da costruire. Temi molto seri e importanti, pane per i denti di sociologi e psicologi, che la Scuccimarra tratta con leggerezza di toni ma con sincerità d'intenti e con voglia d'affondare il bisturi della satira di costume. Ne viene fuori uno spettacolo brillante, dal bel ritmo, in grado di far ridere ma anche di far meditare tutti: le donne, colpite in prima persona sul palcoscenico, e gli uomini, solo apparentemente fuori bersaglio ma in realtà dipinti, con falsa noncuranza, come arrivisti e superficiali. Grazia Scuccimarra è dunque lontana dai moduli consueti e ripetitivi del cabaret all'italiana, politici e Pippo Baudo sono appena nominati, di passaggio, e forse potrebbero anche non esserlo del tutto senza che lo spettacolo ne risenta; non può neppure essere definita un'attrice in senso classico, che esce ed entra da un personaggio all'altro; ha lo stile dell'intrattenitrice, che sta li a raccontarci fiabe moderne, anch'esse come tutte le fiabe ambiguamente sospese tra bontà e crudeltà. A fare da contraltare, c'è la funzionale presenza di Alessandra Menichincheri, spesso silenziosa, talora parlante, simbolo di una generazione postfemminista, schiava del televisore, vittima del mito della bellezza, partecipe di una socialità fine a se stessa e, infine, avvicinata a un camino, metafora del focolare domestico che è tornato a spiegare tutto il suo fascino. Così seguiamo la donna nelle sue attività: dalla sua strana maniera di guidare l'automobile in cui la freccia è solo un optional al difficile rapporto con la commessa bellissima di un negozio d'abbigliamento, dalla timorosa gestione di una storia d'amore alla preoccupata attesa dei cerchietti delle prove di gravidanza, dalle esperienze d'insegnante (un pezzo esilarante) a quelle dei lavori di casa. Quasi alla fine, un po' fuori tema e un po' troppo facile ma assolutamente divertente, un'esegesi dei testi ermetici delle canzoni di Franco Battiato. Inutile pensarci sopra, si ride comunque anche se si vorrebbe obbiettare di non essere d'accordo. Lei, che insegnante è veramente (di diritto negli istituti tecnici), con la sua chioma di capelli crespi e ormai quasi tutti bianchi (ma anche non fingerli può essere un vezzo...). alla fine raccoglie i puntuali e meritati applausi, esempio raro di approfondita satira sociale e di costume, un po' come Grillo in campo maschile, ma con il merito e il vantaggio di fare tutto da sola. Nel Teatro in Fiera si replica fino a domani.
Vincenzo Bonaventura