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Il Giornale d'Italia, 23 Dicembre 1985
Con "A noi due, signora", monologo di Grazia Scuccimarra al
Piccolo Eliseo.
Nella consueta doppia veste di,
autrice e attrice, Grazia Scuccimarra debutta il 30 dicembre al Piccolo
Eliseo di Roma con "A noi due, signora" una satira della donna di oggi,
sospesa tra passato e presente, tra due ideali femminili contrapposti,
oppure simili nell'essere troppo "ideali". La formula dello spettacolo
è quella già sperimentata nelle passate stagioni: "one woman show",
irriverente, frizzante, divertente, senza pretese intellettuali e senza
ovvietà. "Parlo del ruolo femminile - dice Grazia Scuccimarra - perché
è un po' di tempo che vedo intorno a me un cambiamento di tendenza.
Mi sembra che le donne, ma soprattutto le ragazze, abbiano deciso di
tornare indietro, verso ruoli tradizionali, nella famiglia e nella società.
È nuovamente popolare una aspirazione antica: essere madre, moglie,
casalinga. E tutto ciò è spesso inteso come una scoperta meravigliosa,
come una specie di ritorno all'Età dell'Oro". Ecco così che Grazia Scuccimarra
presenta sulla scena una raffica di situazioni in cui la donna vive
le conseguenze delle sue scelte. Una galleria di immagini quotidiane,
dagli stereotipi delle campagne pubblicitarie ai problemi antichi della
vita di casa, attraverso tutto lo spettro delle collocazioni disponibili
per la donna nella società. Un universo multiforme di situazioni, speranze,
miti, compromessi, visto con garbata ironia e senza cattiveria, soprattutto
senza proporre discorsi da "donna a donna".
Il Messaggero, Giovedì 2 Gennaio 1986
"A noi due, Signora" della Scuccimarra al Piccolo Eliseo.
Da donna a donna.
Grazia Scuccimarra otto anni
dopo. Dal primo spettacolo di cabaret. Successo, all'ultimo appena andato
in scena, A noi due, signora, c'è stata una lenta e progressiva evoluzione
del discorso sul femminismo. Il rapporto uomo-donna al quale la Scuccimarra
ha sempre guardato con attenzione, ha assunto una dimensione diversa
e A noi due, signora si presenta con un profilo diverso, l'altra faccia
di una prospettiva mostrata finora a senso unico. Il Sessantotto è lontano,
il femminismo arrabbiato si è placato e il bersaglio, stavolta, è proprio
lei, la donna, dopo anni di crucifìge al maschio. Non che la Scuccimarra
abbia imboccato la strada del pentitismo, per carità. Sotto sotto, con
velate allusioni e sottili perifrasi, le punzecchiature a lui si fanno
sempre sentire. E' mutato piuttosto lo stile dell'autrice di Verdinvidia
che ai fendenti ha sostituito la stoccata e, non vorremmo apparire maligni,
è probabile che la Scuccimarra abbia respirato un'aria diversa nel nuovo
domicilio teatrale del "Piccolo Eliseo" dopo anni di permanenza in Trastevere.
Comunque sia, i risultati non cambiano. L'attrice-autrice ha fatto tesoro
della lunga esperienza di palcoscenico e per il "nuovo" pubblico ha
scritto il copione, allora come adesso ricco di ironia ma su carta patinata.
La donna, secondo l'autrice, è oggi ancora una volta in pericolo e il
suo futuro incerto per le tempeste che si addensano sul suo capo nonostante
la maturità acquisita e la maggiore consapevolezza dei propri diritti.
Ha bisogno di una sferzata di energia che la Scuccimarra-attrice elargisce
indossando gli abiti della consigliera. In questi panni stimola e ammonisce
la ragazza d'oggi, nella fattispecie Giovanna Brava, a non commettere
errori. A parte i piccoli interventi della giovane collaboratrice, più
matura sul piano professionale che non qualche anno fa, il lavoro è
un lungo, divertente monologo della Scuccimarra che per un'ora e mezza,
in continuo crescendo e utilizzando spesso i suoi pupazzi di pezza,
taglia e cuce sulla donna d'oggi. Tira in ballo la Falcucci e la commessa
di negozio, Omelia Vanoni - con Gino Paoli - e le pie donne, l'incretinimento
da pubblicità televisiva e la donna manager, non tralasciando un altro
dei suoi cavalli di battaglia, il cantante, tappa d'obbligo delle divagazioni
musicali dell'autrice. Vittima di turno è Battiato, così come l'anno
scorso fu Cocciante. E bisogna dire che è tra i pezzi più gustosi, anche
se appare difficile scegliere i momenti migliori in un copione ricco
di piacevolezze e privo di sbavature, che la Scuccimarra porge al pubblico
con elegante arguzia e vivace sarcasmo.
Mario Galdieri
Paese Sera, Giovedì 2 Gennaio 1986
Per la "cabarminista" la donna è perfetta".
Cabarettista e femminista di
pari tenacia, la Scuccimarra ci costringerà, se continua così, a coniare
un "cabarminista" - è tempo di sintesi e... c'est plus facilee - per
indicare il suo modo di fare spettacolo. Perché, non ci sono santi,
cabaret è, e dei migliori, anche se le battute non sono fredde e taglienti
ma nascono da un ragionamento e il tema, e dei più appassionati, è sempre
quello della condizione della donna e della lotta per l'emancipazione
femminile. Lo era nel primo, nel '79, e lo è in questo ottavo lavoro
di cui è ancora lei autrice del testo e delle musiche, regista e interprete,
Niente di male, anzi. Il titolo del primo lavoro, "Successo", è diventato
realtà tanto che la Scuccimarra può presentarsi a più importanti platee
e riempirle: i suoi quattro ruoli sono perfettamente ricoperti; e la
condizione femminile non e davvero diversa ne migliore anche se, come
la stessa Scuccimarra dice ma senza crederci più di tanto, i tempi e
le situazioni sono cambiati. Questa volta, è presa di mira la donna
tra ansie antiche e dimensioni nuove, una donna che ha fatto passi avanti
a prezzo di suoi doppi sacrifici in una società che tende a tornare
indietro. Prendere maggiore coscienza e scuotersi di dosso le debolezze
"femminili": e quanto, in scena, la donna cosciente e matura consiglia
a una giovane emancipata ma svogliata e insicura, una ragazza che crede
di aver progredito perché risponde "che palle" ai genitori e poi invece
smania e trepida se il fidanzato non telefona. Naturalmente non si tratta
di una predica né di una lezione. La Scuccimarra che prima aveva il
vizio di fare conferenze, ora tiene vivaci colloqui col pubblico, allegre
conversazioni, intrattenimenti veloci. Aiutata da Giovanna Brava, muta
ma significativa presenza, eccola prendere in giro la donna al volante
che non sa niente di motori; la signora che acquista enciclopedie se
il venditore è suadente, ma lei non sa venderle; la mamma che da libertà
al figlio ma poi vorrebbe una radiocronaca in diretta dalla pizzeria;
la casalinga rincoglionita dal bombardamento pubblicitario in tv. Poi
c'è la manager che comanda a dieci uomini ma vorrebbe ubbidire a uno
solo, la dirigente d'azienda che sogna di tornare a fare il pomodoro
in bottiglia. E la donna con la nevrosi della casa sempre in ordine,
del lavoro a maglia, degli stracchi e rari rapporti col marito. Una
galleria intensa, brillante e davvero ironica sullo sfondo di una grande
foto di Marilyn Monroe divisa in due metà, una a colori l'altra in bianco
e nero, simbolo di una condizione indefinita e contrastante. Infine,
ci sono gli ultimi cinque minuti. La scena si fa buia e, in un fascio
di luce come in un esame di coscienza, la Scuccimarra dichiara che,
con tutti i difetti, "la donna è perfetta". "Che Dio mi perdoni gli
ultimi cinque minuti di guerra" disse Hitler e per fortuna rimase una
minaccia. La Scuccimarra non ha bisogno di perdoni perché sono troppi
i meriti del suo spettacolo.
Alberto Bertini
Corriere della Sera, Giovedì 2 Gennaio 1986
Una donna allo specchio tanto per ridere.
"L'uomo è quello che è, lo sappiamo
a memoria", si dice sin dal principio, quindi argomento del discorso
diviene la donna che, prima femminista in lotta, ora preda del riflusso,
non si sa più e non sa più come è e come vorrebbe essere. Cerca di capirlo,
per approssimazioni e accumulo di dati, Grazia Scuccimarra al suo ottavo
monologo (dal primo Successo del 1979), che propone al "Piccolo Eliseo",
col titolo A noi due, signora, un "a noi due" che è rivolto sia a se
stessa, sia a una donna più giovane, una ragazza imbambolata, ora con
gli occhi fissi al televisore, ora persi nel vuoto per pene d'amore.
Nasce un'ironica analisi della propria vita e di una generazione, che
vorrebbe essere d'ammaestramento a un'altra, ma con la consapevolezza
che ognuno farà le proprie esperienze e che, in genere, l'ideologia
e la ragione corrono molto più velocemente del subconscio e dello stomaco,
"così che ci si ritrova a fare i conti con un'unica lotta interiore,
la colite spastica". La casa, il lavoro, la scuola e i figli, l'amore
sono i temi di vari momenti dello spettacolo, tenuto assieme da divagazioni
che si inseguono e succedono veloci, una dopo l'altra, come scintille
se non di fuoco d'artificio, certo di uno di quei bastoncini d'argento
che si bruciano a Natale. L'accumulo e il ritmo è tale che nel gioco
entra di tutto, persino la donna al volante che mette la freccia ma
va diritta, assieme a un'attenzione alla realtà odierna, e una sensibilità
per il quotidiano, affrontato con l'occhio di chi usa l'intelligenza
e l'umorismo come difesa e copertura. Ecco le battute stravecchie ("La
scuola è come un concorso Liebig, si raccolgono punti e alla fine c'è
il premio"), il problema delle corna come le portavano le donne di una
volta e come si portano oggi, il gioco di prendere alla lettera i paradossi
della pubblicità per descrivere la giornata folle di una famiglia, la
donna che si è realizzata nel lavoro ("che si è disfatta da sé" ed è
frustrata come sempre, ma per opposti motivi) con un condimento di interiezioni
e esclamazioni romanesche, che mandano "a quel paese" i propri genitori
come i testimoni di Geova profeti di apocalisse. C'è proprio poco di
nuovo, rispetto all'ironia sul ruolo della donna di dieci e più anni
fa, ma la gente ride e si diverte, funzionano le battute e le metafore,
perché forse è il pubblico ad essere cambiato. Non siamo più al "Politecnico"
o al "Teatro in Trastevere" dove la Scuccimarra ha iniziato a lavorare,
non si tratta più di satira a muso duro, di capacità di mettersi in
crisi con intelligenza, ma di un rassicurante guardarsi in uno specchio,
che si sa a priori essere deformante, e sorridere assieme, tutti uniti,
tutti uguali. E poi c'è la vitalità e l'energia della Scuccimarra, che
riesce ad essere coinvolgente se non travolgente, appassionata e impegnata
allo spasimo, allegramente, in un'ora e mezzo di palcoscenico, solo
aiutata dalla presenza della giovane Giovanna Brava, meritandosi applausi
molto calorosi. Restano invece sullo sfondo i contrasti veri, come la
grande fotografia che giganteggia dietro al salotto che fa da scena
fissa: un volto di donna tagliato verticalmente in due, da una parte
Marilyn a colori e dall'altra una bella mora in bianco e nero, che quindi
sembra più alludere al famoso dittico letterario e cinematografico "Gli
uomini preferiscono le bionde... Ma sposano le brune", e il cerchio
sembra chiudersi al punto di partenza riuscendo a contenere sempre tutto.
Paolo Petroni
La Repubblica, Venerdì 3 Gennaio 1986
Scuccimarra con tute le sue donne.
C'è in Grazia Scuccimarra, nei
suoi dossier di ritratti femminili, qualcosa di popolare e liberatorio,
che si prende licenza di violare il finto benessere, il tele-consenso,
le emancipazioni irrazionali, i riflussi che slentano i movimenti del
'60 e del '70. Però spunta fuori anche un germe conservatore, in questo
suo censimento delle istanze e delle iperboli, nel senso che Bergson
non ha torto quando afferma che il riso è un servomeccanismo della società,
cioè un volano reintegrante. Qui, poi, si inneggia alla satira: la satira,
sarà d'accordo con noi la Scuccimarra?, intesa come schiaffo mancato,
come aggressione che anziché tradursi in azione si risolve in metafora.
Detto ciò, siamo i primi a prender atto che il cosiddetto morbo Scuccimarra
miete un numero sempre maggiore di vittime consensuali tra un pubblico
che opta con entusiasmo per la corrida comica, l'one-woman-show. Una
signora dietro a noi ha fermamente reclamato perché muovevamo la testa;
un'altra spettatrice vicina non ha mai smesso d'applaudire. E' anche
vero che lo spettacolo di Grazia Scuccimarra, A noi due, signora, ha
viaggiato veloce come un treno, non concedeva tregue. Lei sempre tabulatrice,
pitonessa domestica, madrina dei Sentimenti, specie di Winnie in un
salotto guarnito d'un camino, frequentato pure da una discepola che
è una Giovanna Brava in stile androgino-punk, esemplare al punto giusto,
coi dovuti disgusti. Dimenticavamo: incombe un'idea protofemminista,
con una gigantografia centrale, per una metà il volto di Marylin e per
l'altra quello della Hayworth. Temi: a piacere. E' una rapsodia di donne
che non sanno chiedere la fattura, donne con mani artigliate sul volante,
donne che perdono il dominio di sé coi venditori ambulanti di enciclopedie,
donne che maltrattato a colpi di cucchiaio il bebé mentre sul monitor
c'è la fame nel mondo, donne che seguono in radiocronaca la tournée
dei figli in pizzeria, donne che si fregiano di corna. Non sempre e
soltanto un album di casi clinici, perché anzi ci vanno di mezzo, e
pesantemente, i fenomeni di costume, ricorrendo gli ideali postumi delle
manifestazioni la degenerazione della pubblicità, con relativo recupero
sociale (e consumistico) degli handicap. Ma urge, si sente, il censimento
delle donne borghesi di oggi, le virtuose manager, le supplenti anti-Falcucci,
le commesse laureate, le creature che nutrono un dissidio tra la rosa
e il preservativo. La Scuccimarra macina personaggio dopo personaggio,
con furia implacabile, missando un testo che è la summa mistica - esotica
della discografia intelligente. Se ne può ridere, ma lo choc umoristico
più elegante lo procura quando, incidente irripetibile, cade: e si sa
che quando una donna cade...
Rodolfo Di Giammarco
Il Tempo, Venerdì 3 Gennaio 1986
Con Grazia Scuccimarra al Piccolo Eliseo modi d'intrattenimento aspeddando
la comemdia.
La Resistenza sta a Franca Valeri
così come il Sessantotto sta a Grazia Scuccimarra. L'equazione non è
soltanto, come può sembrare, una boutade ma è la differenza e, allo
stesso tempo, il parallelismo che hanno, quasi al di là della loro volontà,
queste due attrici-autrici. Tutto quello che c'era nel grande, collettivo
momento storico della guerra, della liberazione, della scoperta della
democrazia stava, in continuo sottofondo, nell'apparente leggerezza
e vacuità della signorina snob della Valeri che, guarda caso, appariva
sulle scene alla stessa distanza di tempo in cui, oggi, Grazia Scuccimarra
vi colloca i suoi personaggi di ex sessantottina scontenta che, da una
rivoluzione abortita ed elitaria, ha, almeno, saputo tirar fuori l'autoironia
di guardare se stessa. "Con l'aria di subire i soprusi dei suoi fedeli
e le loro manie e debolezze, essa non fa che imporre a tutti 1'enorme
sopruso della sua enorme, garrula indiscrezione e del suo leggendario
cattivo gusto, come dire del suo inflessibile snobismo": sembrerebbe
scritto per la Scuccimarra e, invece, lo disse Sandro De Feo, a proposito
proprio della Valeri, nel 1962. Ma la signora Scuccimarra - "signora"
attenzione, non "signorina" - si aggrappa, sempre più disperatamente,
alla struttura dell'intrattenimento, forse perché in lei le deformazioni
della presenza di quella TV onnivora che tanto spazio prende nei suoi
testi, sono più rimarchevoli. Ed è un peccato perché i suoi spettacoli
se si sintetizzano e si essiccano nel linguaggio, nell'impasto prosa
e canzoni, finiscono, inevitabilmente, con lo stanziare nella piacevole
serata che una "signora bene" come lei può anche fare ad un riservatissimo
pubblico di amici nel proprio salotto. Dopo una serie di successi ormai
consacrati, dopo essere stata definita "fenomeno teatrale", con la indiscussa
carica di simpatia e comunicatività che possiede ormai dovrebbe cambiare
registro e andare avanti. Le sue battute sono diventate più fulminanti
e recepibili e riversibili subito. Franca Valeri, un giorno, capì che
la "signorina snob" era troppo poco e nacquero le sue commedie, dotate
di trame e di personaggi: "Questa qui, quello là", "Le catacombe", "Lina
e il Cavaliere", "Meno storie anche se, poi, doveva tornare ai monologhi.
Come autrice e come attrice - oltre che come regista e, con il maestro
Pino Cangialosi, musicista - Grazia Scuccimarra ha già raggiunto la
maturità farlo e, per il suo prossimo spettacolo, ci augurimao vederla
alle prese con una sua commedia di cui sia non l'assoluta mattatrice
ma una funzionale, fondamentale componente. Ad essa siamo sicuri andranno
tutti gli applausi, le risate e i festeggiamenti che hanno accolto,
l'altra sera, lo spettacolo del Piccolo.
L.R.
La Stampa, Venerdì 3 Gennaio 1986
Al Piccolo Eliseo di Roma "A noi due signora", monologhi di
Grazia Scuccimarra.
Una donna in scena, pensando al riflusso.
Per la prima volta l'attrice non parla di uomini in modo diretto - in
realtà li coivolge ugualmente.
Roma - Le donne di Grazia Scuccimarra:
dopo essersi a lungo occupata di uomini, questa singolare autrice di
monologhi teatrali, divisa tra il mestiere di insegnante e quello del
palcoscenico, quest'anno ha deciso di occuparsi di donne. La donna al
volante che confonde lo spinterogeno con una zona sessuale particolarmente
erotica; la donna alle prese con le tasse che scambia la fattura commerciale
con il malocchio della fattucchiera; la donna emancipata che lascia
libero il figlio d'andare dove vuole a patto di poterlo seguire via
radio; la donna manager che comanda a dieci uomini sognando però di
poter ubbidire a uno solo; la donna vittima della pubblicità che consuma
un prodotto dietro l'altro mentre il marito si limita a bere bourbon.
A noi due signora è il titolo dello spettacolo con il quale la Scuccimarra
ha debuttato l'ultima sera dell'anno al teatro Piccolo Eliseo, alla
presenza muta ma essenziale di Giovanna Brava, che fa da contrappunto
al suo travolgente gran parlare. Il pretesto per questo discorrere intorno
all'universo della donna Anni Ottanta è l'incontro-scontro tra una quarantenne
madre, amica, sorella maggiore che ha fatto tutto il suo percorso per
arrivare alla liberazione e una ventenne figlia, amica, sorella minore,
che questo percorso non lo ha fatto e non ha nessuna intenzione di farlo.
Mentre l'una, la più giovane, si trucca, fa ginnastica, si abbellisce,
si innamora, soffre, piange ma soprattutto attende passiva l'arrivo
del principe azzurro, l'altra, la più vecchia, ricorda, recrimina, ammonisce,
consiglia, sbraita, mette in guardia, rimpiange, combatte. Bersaglio
di questa ora e mezzo di parole è il riflusso, che pare aver incapsulato
la donna in una dimensione che se non è più quella degli Anni Cinquanta,
non è neanche quella sognata nei Settanta. E l'uomo? L'uomo, grande
assente di questo spettacolo, finisce per essere presente anche lui,
non più come oggetto di desiderio da invidiare più che da possedere,
in quanto ancora e sempre padrone. Tant'è: nonostante A noi due signora
sia il primo spettacolo della Scuccimarra in cui ufficialmente non si
parla di uomini, in realtà questo somiglia a tutti gli altri suoi monologhi.
Dal primo, Successo, del 79 a Verdindinvidia, dell'anno scorso. Si ride
molto, anche se non si ride nuovo come nel cabaret. Ma forse questo
è proprio il cabaret dei nostri tempi che finisce per installarsi nei
teatri con poltrone, sipario e palcoscenico.
si. ro.
Avanti, Venerdì 3 Gennaio 1986
Storie di donne tra ironie e anche caricature.
Puntuale ogni anno all'appuntamento
con il suo pubblico, ritorna - stavolta al Piccolo Eliseo di Roma -
la "solista" Grazia Scuccimarra a raccontare storie di donne: stemperate
in ironia o addirittura in caricatura, le vampate del femminismo di
allora, la Scuccimarra (autrice, interprete e regista di se stessa)
si presenta adesso con A noi due, signora, monologo in due tempi cui
fa da punto di riferimento - muta ma non sempre - una graziosa ragazza,
Giovanna Brava, bionda e levigata come da codice di mass media. Ed e
appunto a tale genere di donna che spassosi si indirizzano gli strali
della commedia: lotte per l'emancipazione, maggiore libertà sessuale
scalata meno difficoltosa alle "stanze dei bottoni", d'accordo tutto
vero, ma è davvero nata una nuova condizione femminile? Su questa domanda
e sulle molteplici risposte, la Scuccimarra sviluppa il suo discorso
proponendo alla sua giovane "spalla" una serie di ritratti: casalinghe
travolte dalla pubblicità televisiva, inguaribili insopportabili sentimentali,
madri ossessive, dirigenti nevrotiche, eccetera. Anche qualche guizzo
di pietà, certo, in una così crudele galleria, ma la rappresentazione
volge decisamente al comico; come dire "signore mie, infinite sono le
colpe del maschilismo ma pure voi datevi una svegliata e smettetela
di trascinarvi dietro, nel nuovo corso, gli stessi isterismi delle vostre
nonne". Risate e applausi premiano lo spettacolo.
Ghigo De Chiara
L'Unità, Martedì 7 Gennaio 1986
Un nuovo ironico spettacolo di Grazia Scuccimarra.
Le signorine del riflusso.
C'è senza dubbio una qualità
innegabile nel lavoro di Grazia Scuccimarra: quella di non scontentare
mai nessuno senza, peraltro, accontentare tutti. Una qualità, perché
permette all'autrice, attrice, regista di presentare le sue argomentazioni
in completa libertà e questo aiuta lo spettacolo a mantenersi sempre
vivo, fresco, accattivante. Chi prenderà di mira adesso? Quale cattiveria
o giustificazione verso il chiarissimo oggetto di vituperio? Ma di quale
donna va cianciando? E di quale uomo? Se in Noi le ragazze degli anni
60, il bersaglio era camuffato da monito ("Attente, donne, quegli anni
60 non erano affatto favolosi per noi!"), in questa nuova fatica è certamente
la donna a fare le spese della satira dirompente della Scuccimarra,
che non risparmia critiche e autocritiche, fondatissime, lo ammettiamo.
Come per esempio il disastroso rapporto che il sesso femminile intrattiene
con le automobili. Non tanto per l'incapacità di distinguere uno spinterogeno
da un ammortizzatore (ce ne sono tanti di uomini a non saperlo), quanto
per la tecnica di guida, tutta affidata ad "intuizioni momentanee",
dal che non è detto che la freccia comporti inevitabilmente una svolta
o che il centro della carreggiata non possa improvvisamente piegare
a sinistra senza avvertire nessuno. Le battute scivolano tranquille
per tutti i due tempi dello spettacolo e non esageriamo nell'affermare
che il pubblico ride sempre, perché a settori. Per esempio un certo
tipo di battute molto "femministe", che colpiscono direttamente l'uomo
e le sue debolezze, eccitano il pubblico femminile (e quello maschile
è più rassegnato) coevo alla attrice e alle sue idee; altre più veritiere
e generali (la donna soffre più per amore, non sa dire di no, in fondo
è sempre una mamma, ecc.) piacciono alle moderate che hanno sempre avuto
un buon rapporto con il marito. Altre ancora fanno ridere tutti e l'esempio
più eclatante ed esilarante è quello dedicato a Battiato e ai testi
delle sue canzoni, in cui la risata è generale e a gran voce. Perché
poi non si capisce, visto che è sin troppo ovvio far ridere dei testi
supercolti, criptici dell'autore di "Un centro di gravita permanente",
ma la Scuccimarra mette le cose in modo tale che anche i fan di Battiato
non possono fare a meno di sghignazzare sul loro idolo e sulle sue passeggiate
tra gli atomi. Nell'Insieme, comunque, si capisce che non si vogliono
proporre soluzioni e meno che mal prendere posizioni sul "problema della
donna". Quello che viene offerto è un panorama dei "tipi" che si trovano
oggi, dalla immancabile casalinga, alla nuova donna-manager, un crogiuolo
di implicazioni poco chiare tra l'essere e il divenire - ci è sembrato
- della donna. In un'epoca in cui trovare un'identità precisa è difficile
per ogni essere, umano e no. Tra il vecchio e il nuovo, chi ne fa le
spese è probabilmente la ragazza di oggi, che torna su vecchie posizioni
e su vecchi "disinteressi": si riavvicina a valori dimenticati, ma nello
stesso tempo ha racchiuso nell'età giovane il germe del nuovo (o almeno
così dovrebbe essere) e probabilmente, se ne deduce, non sa che pesci
prendere. Tornare indietro non si può, andare avanti, ma dove: questo
il dilemma, ma alla fin fine chi se lo pone? La ragazza di oggi o quella
degli anni 60? Giovanna Brava si presta a fare da contraltare alle sfuriate
di Grazia Scuccimarra e la sua arietta tranquilla e vaga, stufa e svogliata,
i suoi colori "darkeggianti", convincono che quel dilemma, per ora,
è ancora argomento poco interessante di cui parlare. In sostanza, la
donna è donna. Che vogliamo fare?
Antonella Marrone
Avvenire, Martedì 7 Gennaio 1986
Una satira al femminile.
Roma - Nelle note che Grazia
Scuccimarra premette alla sua novità '85-'86, "A noi due signora" al
Piccolo Eliseo, c'è una sorpresa: i suoi strali satirici stavolta sono
diretti alla donna, al "ruolo femminile" non a quello maschile di tiranno
privilegiato. Man mano però che lo spettacolo procede spunta l'ironia
di questa scelta, la donna incarnata dall'attrice-autrice colleziona
errori, è madre e moglie inesorabilmente "out" ma si nota che le sue
cadute sono effetto insieme di vecchie frustrazioni e di esasperate
emancipazioni. Si indovina dietro le quinte un lui che se la ride per
tanto sconquasso. La comicità scatta puntualmente e gli applausi a scena
a aperta si succedono. Si direbbe che l'inventiva della Scuccimarra
ha qui una marcia in più del passato ed è più raffinata l'articolazione
dialettica. Ritroviamo "spalla" avvenente, discreta ed efficace Giovanna
Brava, nei panni di figlia su cui la madre-prototipo rovescia valanghe
di consigli nati dalla vita formule pronte per tutti i problemi di gioventù,
ma i problemi la consigliera se li scopre addosso perché un sistema
nato apparentemente a misura della donna pare organizzato per demolirne
l'autonomia: e va citato il pezzo di bravura della Scuccimarra in cui
il tormentone della pubblicità televisiva è una girandola di immagini
da cui la corteggiatissima casalinga esce a brandelli, mentre "lui"
sorseggia il suo ennesimo wisky. Ce n'è per tutte in questa satira sottile
e mai smodata, la donna automobilista maldestra, l'insegnante tuttofare,
la manager nostalgica del focolare. Più che una morale, che sarebbe
fuori luogo pretendere, c'è dichiaratamente un interrogativo sotteso
al gioco di ritratti del segno rapido e incisivo e ad alcuni graziosi
couplets composti dall'attrice con Pino Cangialosi: è una donna cambiata
questa che tocca l'anno duemila in un mondo in trasformazione o è inguaribilmente
sesso debole con la resistenza agli urti che forse è la sua vera forza?
La risposta fra le risate è difficile ma la domanda si insinua, e da
quel sapore di amarognolo che fa di Grazia Scuccimarra uno dei talenti
migliori nella commedia, cui ormai sta un po' stretta la tradizionale
divisa del cabaret.
Antonio Colotta
SiparioProsa, Gennaio 1986
Grazia Scuccimarra: A noi due, Signora.
L'autrice e interprete dello spettacolo, andato in scena al Teatro Piccolo
Eliseo di Roma, presenta una raffica di situazioni dove la donna, protagonista
delle sue scelte, ne vive le conseguenze.
Innanzi tutto bisogna dire che
lo spettacolo è, come sempre, divertente. È quasi una sottolineatura
ovvia, visto che, ormai, dopo sette stagioni teatrali in crescendo e
svariate apparizioni in TV, gli spettacoli di Grazia Scuccimarra non
hanno bisogno di presentazioni, e i pezzi di bravura dei suoi "one woman
show" sono noti più o meno a tutti. Quest'anno si parla di donne. "È
un po' di tempo che vedo intorno a me un cambiamento di tendenza - dice
Grazia Scuccimarra -. Mi sembra che le donne, ma soprattutto le ragazze,
abbiano deciso di tornare indietro, verso ruoli tradizionali, sia nella
famiglia che nella società. È nuovamente popolare un'aspirazione antica:
essere madre, moglie, casalinga. E tutto ciò è spesso inteso come una
scoperta meravigliosa, come una specie di ritorno all'Età dell'Oro.
Credo, invece, che questa "nuova" impostazione della figura femminile
si risolva nella confusione della donna: incerta sui modelli da imitare,
tra il vecchio e il nuovo. Anche perché - prosegue l'autrice - non si
può tornare completamente indietro, e cancellare gli ultimi venti anni
di storia". Ecco così che Grazia Scuccimarra presenta sulla scena una
raffica di situazioni dove la donna, protagonista delle sue scelte,
ne vive le conseguenze. Una galleria di immagini quotidiane, dagli stereotipi
luccicanti delle campagne pubblicitarie ai problemi antichi della vita
di casa, passando attraverso tutte le collocazioni disponibili per la
donna nella società. Un universo multiforme di situazioni, speranze,
miti e compromessi, visto con garbata ironia e senza cattiveria, soprattutto
senza proporre discorsi 'da donna a donna'. "Quello che ho voluto fare
con lo spettacolo di quest'anno - dice la Scuccimarra - è stato smascherare
la tanta retorica, fatta e ancora da fare, sul ruolo e la dimensione
della donna, intesi prima come emancipazione e conquista, e oggi come
felice riscoperta di situazioni antiche". Il pubblico applaude, ride,
condivide e apprezza. Risultato raggiunto, quindi. Ad accompagnare sulla
scena l'incontenibile Grazia Scuccimarra c'è la giovane e valida Giovanna
Brava. Le musiche sono dell'autrice e di Pino Cangialosi, il quale ha
curato anche gli arrangiamenti.
F.D.P.
La Nazione, 12 Febbraio 1987
Il recital "A noi due signora" sul palcoscenico del Variety.
Femminista? Non più. Ritratto di donna anni '80,
Successo e applausi per il debutto fiorentino di Grazia Scuccimarra.
Una satira pungente e spiritosa.
Debutto fiorentino, dopo tanti
anni di successi , dell'autriceattrice Grazia Scuccimarra, in scena
sino a domenica prossima al Variety con "A noi due signora". E che per
lei era un appuntamento importante lo si è capito dall'emozione che
è sembrata attanagliarla per gran parte dello spettacolo: in maniera
che i passaggi da una scena e da una chiacchierata all'altra sono parsi
spesso meno naturali e disinvolti del previsto. Non tutto, insomma,
è sembrato filare liscio, e la Scuccimarra è parsa faticata più del
dovuto ad ingranare e a ripulire i suoi monologhi da una certa imbarazzata
freddezza. Ma forse è colpa anche e soprattutto dello spazio troppo
grande e 'ufficiale' del Variety, poco adatto alla dimensione colloquiale
ed amichevole - di impronta cabarettistica - del fare spettacolo della
Scuccimarra; che tende a stabilire, sin dall'inizio, un rapporto di
spiritosa ed accattivante complicità con il pubblico. La sua abilità
di pungente ed amichevole intrattenitrice si adatta meglio, senz'altro,
a degli spazi 'familiari' e ristretti quali quelli dei teatri di Roma
in cui la Scuccimarra (che ha cominciato come autrice-attrice femminista)
si è conquistata nel corso degli anni fama e consensi. Tuttavia, al
di là di questi problemi, e di qualche tocco datato o comunque meno
attuale che contrassegna il suo discorso satirico, la Scuccimarra ha
saputo conquistarsi presto il pubblico (sempre numeroso) del Variety:
con garbo, con uno stile caratteristico che non aggredisce subito, ma
prende e convince piano piano in maniera sorridente e simpatica. Certo,
la satira della Scuccimarra non manca di muoversi indifferentemente
su tutti i terreni senza curarsi troppo di una raffinata eleganza stilistica:
tuttavia moltissime sue battute centrano in maniera impeccabile il bersaglio,
facendo ammirare in lei un'efficace capacità di cogliere e di mettere
in luce le demenziali assurdità della vita di tutti i giorni e dell'universo
aureo e bugiardo della tv. Ma più di tutto la Scuccimarra ci piace in
quei frenetici e irresistibili assoli in cui si abbandona a un'accumulazione
irrefrenabile di parole, come accade nel lungo monologo-pezzo di bravura
dedicato alle seduzioni della pubblicità. S'è detto che la Scuccimarra
- che trova, fra l'altro, anche l'opportunità per far intravedere ottime
doti di interprete - spazia liberamente nella sua satira (metà chiacchierata,
metà recital), dalla presa di giro dei personaggi tv e della canzone
a pungenti frecciate sulle condizione della donna anni ottanta, su come
sono cambiati il ruolo della mamma e della moglie, il rapporto con l'uomo
e con i (malcapitati) figli. Ed è qui che la Scuccimarra ci fa ridere
in maniera forse meno fragorosa ma più intelligente: anche se la satira
non è quasi mai aggressiva, feroce, ma preferisce basarsi su una spiritosa
acutezza di osservazione, e sudi una verve brillante e caratteristica.
Ora sbracata ora premurosa, ora piagnucolosa ora complessata, ora nevrotica
ora prodiga di consigli mai richiesti dalla 'figlia' Giovanna Brava,
partner pressoché silenziosa in scena), la "signora" della Scuccimarra
mette accanto echi del riflusso e nostalgie del Sessantotto, miti provenienti
dal passato e frutti di ingannevoli 'liberazioni'. E tutto con davanti
agli occhi la prospettiva di un futuro al femminile simboleggiato dall'amorfa
figura della figlia: una prospettiva, per ora, davvero poco confortante.
E l'uomo, protagonista fin qui di tutti gli spettacoli della Scuccimarra?
E' solo un pupazzo messo da parte ed appoggiato a una parete, presenza
silenziosa e negata ma sempre sotterraneamente dominatrice: da blandire
e da ammansire, idealizzare e adorare. Applausi calorosi ed entusiastici
da un pubblico che ha riso davvero tanto.
Francesco Tei
Il Messaggero, Domenica 15 Febbraio 1987
Grazia Scuccimarra al Circus Visioni.
Una "prima" di tutto rispetto per l'attrice teramana che porta
il suo "A noi due Signora": un teatro tra il grottesco e il
paradossale, quasi irresistibile.
Il graffio della Signora.
Un sorriso e una graffiata. Un
ammiccamento complice ed uno sberleffo, e l'effetto è sempre quello
di una comicità irresistibile. E' questo il teatro di Grazia Scuccirnarra,
attrice ternana di nascita e romana d'adozione, che sarà a Pescara il
19 a portare al Circus il suo spettacolo, "A noi due Signora", successo
della scorsa stagione. Un teatro che predilige il grottesco ed il paradossale,
che fa della follia di tutti i giorni, quella delle tante piccole nevrosi
dalle quali siamo tutti più o meno accomunati, l'argomento preferito
su cui esercitare il suo humour piccante, la sua ironia gustosa e penetrante.
L'esibizione a Pescara del 19 costituirà una "prima" per la nostra città,
una prima di tutto rispetto con uno spettacolo che si è imposto alla
critica e al favore del pubblico. Descriviamolo. Essenziale la scenografia:
un interno anonimo, un interno come tanti arredato con quel minimo indisponibile
che possa dare l'idea di un ambiente domestico. Unico elemento importante
un caminetto davanti al quale sta una ragazza giovane, l'attrice Giovanna
Brava, con cui una donna più anziana, la Scuccirnarra, dialoga. Il cammino
ha un significato simbolico. Rappresenta il privato, la domesticità,
e la donna più giovane gli sta significativamente accanto ad incarnare
la figura di angelo del focolare, di custode dei valori domestici. Lo
spettacolo vuole infatti essere un confronto fra generazioni, quella
della ragazza giovane che sembra essere paurosamente tornata indietro
come mentalità e comportamenti e quella della quarantenne d'oggi, ex
sessantottina (quale sono anch'io) che vede gettata via tutta un'eredità,
vanificati tutti gli sforzi e le conquiste che la rivede impegnata nella
sua giovinezza". Uno spettacolo dunque che ripropone il tema del "riflusso",
di questo viaggio all'indietro delle nuove generazioni e dell'amarezza
di chi pensava di aver posto le basi per un diverso futuro. "Si, e lo
spettacolo vuole essere una tirata d'orecchio a queste ragazze per le
quali sembra che sia tornata ad sere importante solo il privato. E che
privato! Quello più retrivo e più dannose fatto di remissione, docilità
e sottomissione. Quello che fa del conservarsi l'eventuale conquista
e del piacere l'unica preoccupazione. Niente di più gradito per l'uomo,
niente che riesca a far correre meglio alle donne il rischio di veder
riaffiorare l'antica protervia maschile. Rischio che è maggiore laddove
da parte dell'uomo c'è maggiore disonestà, la volontà attenta ed astuta
ad approfittarne. Basti pensare con quale soddisfazione si parla oggi
di "stanchezza" del movimento femminista...". Eppure, per la ragazza
giovane alla quale tu ti rivolgi nello spettacolo, di "stanchezza" certo
non si può parlare. E allora, secondo te, qual è per le nuove generazioni
il motivo di questo ripiegamento sul passato, di questa rinuncia e remissione?
"La nostra stessa stanchezza. La stanchezza di noi donne adulte. E'
essa a metterlo in guardia verso un compito che avremmo voluto diventasse
anche il loro e che a loro appare troppo arduo e troppo sacrificante.
L'eredità che abbiamo lasciato è pesante, è fatta si di vittorie ma
anche di tante sconfitte personali".
Rita Gambescia
Il Centro, Martedì 17 Febbraio 1987
Grazia Scuccimarra parla dello spettacolo "A noi due Signora",
giovedì a Pescara.
Le donne nella rete del riflusso.
"Mi preoccupano le giovani, interessate solo alla bellezza".
Pescara - Di scena giovedì al
"Circus" di Pescara (appuntamento alle 21,15) Grazia Scuccimarra con
A noi due signora. Assieme all'attrice teramana, che è anche autrice
e regista della commedia, salirà sul palco Giovanna Brava. Le musiche
sono state curate dalla Scuccimarra stessa in collaborazione con Pino
Cangialosi. Già autrice e interprete di otto spettacoli, vincitrice
di molti premi - l'ultimo l'anno scorso come migliore attrice comico-satirica
della stagione - la Scuccimarra si presenta per la prima volta al pubblico
pescarese con una commedia tutta incentrata sul ruolo della donna. "Prima
adulta e corteggiata - si legge sulla locandina oggetto del desiderio
e dell'inganno, poi stufa di essere oggetto, decisa a prendere coscienza,
poi imbrigliata dal riflusso e romantica di nuovo: com'è la donna oggi,
e come sarà domani?". Queste le domande che si pone l'attrice, impersonando
una donna matura che consiglia e ammonisce una ragazza di oggi affinché
non si lasci sopraffare da un pericoloso riflusso che tende a far perdere
alla donna le posizioni acquistate a caro prezzo. Ma c'è davvero questo
rischio? "Direi proprio di si", risponde la Scuccimarra. "Chi mi preoccupa
di più sono le ragazze al di sotto dei 20 anni. Sono tutte graziose,
molto attente all'estetica, ma spesso dimentiche dell'uso che deve essere
fatto dell'intelligenza. Hanno la tendenza a voler conquistare posizione
nella società attraverso la bellezza e in questo sono molto influenzate
dai mess-media. Basti pensare ad uno show televisivo come "Drive in"
che propone un valore quale la remissività, e a una moda che ha il suo
prototipo negli anni '50. Anche la ripresa dei concorsi di bellezza
è un sintomo di questo riflusso. La mia intenzione è quindi quella di
dare una tiratina di orecchie a queste ragazze che vogliono bruciare
le tappe". "In loro - continua l'attrice - mi sembra di trovare anche
una certa furbizia e una certa intenzione, ma soltanto più in là nel
tempo si potrà capire fino a che punto sono consapevoli del loro comportamento.
Sicuramente oggi sono più coscienti di quanto non lo fossimo noi alla
loro età, ma questo fatto può rivelarsi anche un'arma a doppio taglio
perché può portare a nascondersi, a smorzare la voglia di fare da soli,
ad avere paura di affrontare i sacrifici". Questa volta sotto il bersaglio
della satira della Scuccimarra è la donna, ma dell'uomo l'attrice se
ne è dimenticata? "No, nella mie opere teatrali l'uomo è sempre al centro
dell'attenzione. Lo attacco per il modo in cui si pone nei confronti
dell'altro sesso. Questo non significa che l'ho in antipatia, anzi,
la mia polemica nasce dall'affetto e dalla consapevolezza dell'importanza
del rapporto uomo-donna. In teatro posso dire quello che penso: la platea
e le due ore in mia compagnia passano indolori".
Olga Capobianchi
Il Resto del Carlino, Giovedì 26 Marzo 1987
Scuccimarra, stavolta parliamo di donne.
Al suo debutto bolognese, Grazia
Scuccimarra si rivolge alla platea (di schiacciante maggioranza femminile)
col suo sorriso familiare che invita alla complicità, e diplomaticamente
avvisa: sono otto anni che parliamo di uomini. Ora, basta. Si corregge
dunque il tiro, perlomeno in apparenza, rispetto ai precedenti spettacoli
dell'autrice - attrice - regista, che facevano oggetto di satira proprio
dell'uomo, dei suoi vizi privati e sociali, delle sue disarmanti pretese
e dei suoi sorprendenti egoismi. Se permettete, stavolta parliamo di
donne: e allora "A noi due, signora", due tempi firmati ed interpretati
da Grazia Scuccimarra (affiancata sulla scena dalla giovane Giovanna
Brava), stasera in ultima replica al Teatro Testoni. E' un lungo monologo
che vorrebbe tentare un'indagine, condotta con scoperta indulgenza:
quanto sono cambiate le donne, dopo gli anni dell'impegno, gli anni
dei disincanti femministi, gli anni della (finalmente?) conquistata
indipendenza emotiva? In una serie di quadretti, cuciti insieme da un
estro di parlatrice che a volte inciampa nelle sue stesse parole ma
si risolleva in scioltezza, Grazia Scuccimarra ci scopre ancora una
volta innamorate trepidanti sul filo della perdita di dignità, madri
iperansiose e rompiscatole, impacciate al volante, incapaci di districarci
dall'invadenza di un venditore porta a porta. Donne che sferruzzano
(mani d'oro, e il resto di piombo), donne che conquistano un lavoro
fuori casa e si ritrovano poi, supplenti a vita, a scorrazzare di qua
e di là agli ordini del primo preside che chiama al telefono. Donne
allo sbando senza un uomo, donne allo sbando con troppi uomini. Qualche
volta si ha l'impressione che l'irrisione affettuosa attinga un po'
troppo al luogo comune, che queste "nuove donne" Grazia Scuccimarra
le faccia un po' più vecchie di quanto in realtà non siano; ma questa
fenomenologia minima dello spirito femminile ha davvero i suoi momenti
indovinati, e delicati; le angosce mattutine davanti ai test rivelatori
di gravidanza, o le amarezze autentiche delle "solitudini da carriera".
Acido satirico, ma sparso a gocce, su di un palcoscenico arredato sommariamente,
in maniera molto casalinga: Grazia Scuccimarra organizza la sua performance
come parabola della donna (forse) cambiata, ad uso della sua giovane
interlocutrice, una biondina silenziosa che sembra un po' Annie Lennox
e dovrebbe essere l'immagine delle ventenni di oggi.
Paola Cristalli
Il Giorno, 1 Maggio 1987
"A noi due, singnora", ironico recital di Grazia Scuccimarra.
Utili consigli ad una ragazza un pò confusa e frastornata.
Milano - A te, ragazzina piena
di pizzi e ombretti, sempre immersa in letture edificanti di riviste
di moda e di manuali di ginnastica più o meno aerobica, a te che sogni
la conquista di un caldo focolare, completo di fiori d'arancio, maritino
manager e bambini paffutelli, a te donna incerta sui modelli da seguire,
ieri alla caccia di una libertà da conquistare, oggi affascinata dalla
riscoperta di situazioni antiche, proprio a te è ora di fare un bel
discorsetto. Questo è l'invito che Grazia Scuccimarra rivolge al suo
pubblico nel divertentissimo spettacolo "A noi due, signora" in scena
al Teatro Filodrammatici nell'ambito della rassegna "Teatroattore 87".
Un invito garbato e intelligente, lontano dai discorsi "da donna a donna",
ironico e penetrante che lascia nel cuore tanta voglia di ridere e il
desiderio di pensare. Grazia Scuccimarra si tuffa nel mare delle speranze,
dei miti, dei compromessi dell'universo femminile con grazia irriverente
e divertente misura, facendo vivere sul palcoscenico mille "lei", tenere,
sconcertate, sicure, sciocche, infelici, appagate, contraddittorie,
affascinanti e vitali, mentre una bella ragazza bionda, l'attrice Giovanna
Brava, assiste ora coinvolta, ora meno, a questo fuoco d'artificio dissacrante
e liberatorio. Accanto alla madre iperprotettiva si affaccia lo stereotipo
di donna offerto dalla pubblicità televisiva, accanto alla figura mitica
della commessa super raffinata della boutique di grido, la frustrata
insegnante supplente alla caccia di un ruolo, la madre socialmente impegnata
tutta sublimazione e apprensione repressa, l'amante liberata, sì, ma
in una ragnatela di sofferenze e la super-manager che si è "disfatta"
da sé. Ragazze datevi una regolata, sembra dire la Scuccimarra, e cercate
di credere un po' meno anche a quei fenomeni "cultural-spettacolari"
come Franco Battiato, alla cui opera l'attrice dedica dieci minuti di
analisi struttural-semiologica semplicemente esilaranti. Ma soprattutto
smettete di pensare che tornare al ruolo di "custode del focolare" sia
una riscoperta meravigliosa. La cucina non è il migliore dei regni.
Magda Poli
Il Piccolo, 7 Maggio 1987
Come sei diversa, donna.
"A noi due, signora": il post-femminismo di Grazia Scuccimarra
Roma - Dalle pagine di "Tango"
(supplemento satirico dell'Unità), più o meno settimanalmente, la ricciuta
Erna di Patrizia Carrano s'interroga sui modi della convivenza nel macrocosmo
sociale e nel microcosmo della coppia. Da un anno a questa parte, da
quando, cioè, la rubrica ha avuto inizio, il tono ha subito alcune modificazioni.
Dopo aver stigmatizzato debolezze ed insipienze dell'uomo, Erna ha avuto
un ripensamento sul proprio ruolo. Non era difficile immaginarla: ricciuta,
politicamente impegnata, abbigliata in modo comodo e "casual", stizzosamente
contraria a tutti gli allettamenti della moda e dell'effimero edonismo.
Ebbene, da qualche settimana Erna ha deciso di riconsiderare la propria
immagine. Che significa ciò, quando anche le ultime Erna del femminismo
buttano a mare il collant per darsi alla calza autoreggente e al tacco
alto? Che sia giunto il momento di modificare il ruolo della donna,
o per lo meno l'immagine che hanno di se stesse? Anche Grazia Scuccimarra,
parla di donne, dopo aver parlato di uomini per sei stagioni teatrali,
trascorse a far ridere e sorridere su schematismi, debolezze, tradimenti
e soprusi maschili. Con questo "A noi due, signora", di ritorno a Roma
al Piccolo Eliseo, dopo un fortunata permanenza a Milano, la ricciuta
Scuccimarra (che ci sia una parentela con Erna?) prende a pretesto l'educazione
di una giovane amica ai suoi primi passi nell'universo dei rapporti
sociali. Ma, ahimè, la ragazza pare alquanto sorda all'esperienza e
ai consigli della più matura maestra. L'odierno esemplare femminile
può contare su due decenni di battaglie, sulle eredità del mitico Sessantotto
(che ricompare a mo' di tormentone lungo tutto lo spettacolo), ma anche
su una confusione dei ruoli, a esempio in famiglia, che la rendono inequivocabilmente
diversa e anche impermeabile a tutta una serie di esigenze che, invece,
le sue sfortunate colleghe di un tempo sentivano con prepotente urgenza.
"A noi due signora" è molto divertente, grazie alla verve luciferina
della Scuccimarra, ma conserva un fondo, di amarezza. Dalle scenette
che scorrono velocissime si costruisce un ritratto di donna che, solo
in apparenza, è forte e autonoma. Prendiamo, ad esempio, la donna/manager:
dura, inflessibile, antipatica a tutti i colleghi, ma disperatamente
sola. O la donna sentimentalmente oppressiva e poco comprensiva che,
nel privato delle quattro mura, vive attaccata al telefono in attesa
del solito "lui", egoista e menefreghista tanto quanto prima. Nasce
il sospetto, quindi, che la donna sia mutata solamente per quanto riguarda
la propria rappresentazione e che il cammino sia ancora lungo prima
che il mondo esterno si accorga di tale mutamento. Una prova? Esaminiamo
la donna attraverso gli spot pubblicitari (ed è fra i brani più divertenti
dello spettacolo): una semi deficiente in bilico tra i ruoli della donna/oggetto
e della casalinga inquieta, abbandonata a se stessa. Attente, però,
sembra avvertire la Scuccimarra con la sua vocina da grillo parlante:
la strada è lunga e irta di pericoli, pericoli che nascono da voi stesse.
Ridete e meditate.
Chiara Vatteroni
L'Umanità, 14 Maggio 1987
"A noi due signora" al Piccolo Eliseo.
La donna senza 'ismi' della Scuccimarra.
Ironica, sarcastica, polemica,
aggressiva. Grazia Scuccimarra ha riproposto ad un pubblico divertito
che, come sempre, l'ha applaudita con calore ed entusiasmo, A noi due,
signora, lo spettacolo di cui è autrice, regista e protagonista, dal
5 maggio al Piccolo Eliseo. Sulla scena - un salotto illuminato dalla
luce rossa di un camino - troneggia una gigantografia di Marilyn Monroe
metà a colori, metà in bianco e nero, simbolo di una femminilità contraddittoria,
di un'identità incerta, confusa. Il bersaglio della graffiante ironia
della Scuccimarra in questo spettacolo è infatti la donna ed i suoi
ruoli. Come l'attrice più volte ripete, l'uomo, si sa, è quello che
è e non cambierà mai, mentre la donna con i suoi conflitti, la sua interiorità,
la sua frustrazione antica, il suo desiderio di cambiamento offre molti
più interessanti e sottili spunti di riflessione, di critica, di dissacrazione.
Com'è la donna oggi? Come sarà domani? Prima adulata e corteggiata,
oggetto di desiderio e di inganno, poi ribelle, decisa a prendere coraggio
e coscienza, poi paralizzata dal riflusso e nuovamente romantica. la
donna vive in un universo di contraddizioni, ha perso la sua fisionomia
tradizionale, ma non ha ancora trovato un'identità precisa che la preservi
da nuove ricadute, da nuovi pericoli e nuove frustrazioni. La protagonista
sulla scena è la donna matura e consapevole che consiglia la giovane
d'oggi, la spigliata ed efficace Giovanna Brava, le apre gli occhi sulle
conseguenze di scelte dettate dall'emotività e dall'indecisione. La
satira della Scuccimarra aggredisce e colpisce senza indulgenza ogni
"tipo" e comportamento femminile. È di scena la casalinga, oppressa
dalla proprie frustrazioni, chiusa in un mondo fuori dalla realtà, la
donna goffa, maldestra, impacciata che guida con il volante in castrato
sul diaframma, che si aggiusta i capelli ed il trucco guardandosi allo
specchietto retrovisore, che in caso di incidente non conosce resistenza
dell'assicurazione e, paradossalmente, neanche del numero di targa.
Poi è la volta della donna-madre, la falsa amica dei figli, colei che
li esaspera di parole, di moine, di consigli fingendo un'assoluta apertura
e modernità di vedute. "Non fate le insegnanti", implora la Scuccimarra,
qualsiasi altro mestiere ma non l'insegnante. E la sua ironia mette
a nudo l'angosciosa vita della supplente, aggrappata al telefono in
attesa della chiamata del Preside, felice di fare da "tappabuchi", di
guadagnare i famosi "punti", come per un concorso Liebig. Esilarantissimo
è il monologo che chiude il primo atto, dedicato alla giornata "tipo"
della casalinga così come emerge dalla pubblicità: mentre l'uomo non
fa che bere bicchieri di scotch, la donna al mattino è disperata perché
in casa sono finiti i "gioppini", si perde al supermercato fra prodotti
per la cucina. "Svelto". "Stira e ammira", "Benissimo", in grado di
rendere, a lei che è inetta e "deficiente", tutto semplice e meraviglioso,
è bersagliata da pannolini di ogni formato e per ogni uso, è catturata
dal sorriso disgustoso dei sofficini, ed infine, una volta al letto,
è svegliata dall'arrivo della "carie", che di notte divora i denti.
E in amore? Anche l'amore è per la donna una lotta che la vede perdente
o comunque insoddisfatta. Ogni situazione in cui la donna viva o sia
coinvolta le ripropone antichi conflitti ed alimenta nuove ansie. Non
esistono formule vincenti, non esistono ruoli, né quello della donna
emancipata, né quello della casalinga, né della madre, né della mangiatrice
di uomini, che resistano o siano risparmiati dalla pungente satira di
chi osserva senza incanto, senza illusioni. Le nuove donne sono nuove
davvero? Si chiede la Scuccimarra e la risposta è senz'altro negativa,
nulla in sostanza è cambiato. L'ideale di una donna che anziché reagire,
agisca è ancora molto lontano. Eppure, l'ultima battuta dello spettacolo,
anch'essa piena di sarcasmo ed ironia, recita che la donna, nonostante
tutti i difetti sui quali si è scherzato e riso, è "perfetta".
Mara Pannone
Il Mattino, Domenica 28 Gennaio 1990
Piace al Teatro Corso "A noi due signora" di Grazia Scuccimarra.
Frizzanti monologhi per mettere alla berlina l'universo femminile.
In un mondo di donne simpatiche e nevrotiche.
Napoli - Donne sull'orlo di una
crisi di nervi. Oppure: sull'orlo di una crisi d'identità, o di astinenza,
donne "dalle mani d'oro e dal resto di piombo", donne perennemente in
bilico tra antico e moderno, tra margherite e profilattici: sono le
protagoniste dello spettacolo "A noi due signora", scritto e interpretato
da Grazia Scuccimarra, in scena stasera al Teatro Corso per l'ultima
replica napoletana. Grazia Scuccimurra dopo un inizio in sordina è riuscita
a conquistare un proprio pubblico di estimatori grazie a una cifra stilistica
che le permette di parlare dei malanni contemporanei con una genuina
dose di autoironia. Tratto comune a molti performer solitari è il desiderio
di deridere il mondo irridendolo, sfoderando più garbo che rabbia. Lo
spettacolo in scena al Corso, pur presentato dalla Scuccimarra nell'85,
conserva intatta la capacità di divertire mettendo alla berlina non
soltanto donne con voglia di tenerezze, ma anche vizi e virtù di una
vecchia civiltà prossima al Duemila. E se certo suscita simpatia la
donna convinta che lo spinterogeno sia una zona erogena dell'uomo, la
donna manager che si è "disfatta" da sola, nostalgica delle bottiglie
di pomodori fatte in casa, impedisce per fortuna una scelta di campo.
Gli artigli satirici della Scuccimarra non risparmiano nulla e nessuno:
stupori per i moderni test di gravidanza (capaci di dare risposte certe
"il giorno prima del rapporto"), testimoni di Geova e mariti nervosi
come api; uomini che battono le donne, e donne che "battono" i marciapiedi;
maschi che in televisione non fanno altro che trangugiare scotch, mentre
casalinghe maniache di pulizie lanciano dalle finestre scope e lavatrici
nell'era del dopo-Baudo. Ma uno dei momenti più felici dello spettacolo
è quello dedicato all'ex ministro della Pubblica istruzione, Falcucci,
e al sistema scolastico italiano simile al concorso Liebig: in un sistema
del genere può capitare che un supplente deve passare la vita a raccogliere
"punti" per ritirare al Provveditorato "un servizio di cocci per sei".
Le donne abbozzate dalla Scuccimarra sono davvero miniere per i psicanalisti
in cerca di traumi, e mine vaganti per mariti aspiranti a talami tranquilli.
Si ride spesso, e non sempre a cuor leggero. L'allestimento - come spesso
accade in questi casi - è scarno: un divano, un tavolo, una libreria
rigorosamente spaiati e senza stile. Complice in scena della Scuccimarra,
nell'offrire di volta in volta ancestrali ansie e fremiti di cambiamento
alle giovani donne di ieri e di oggi bisognose di consigli, è Alessandra
Menichincheri. Le musiche, anche esse divertenti, sono firmate dalla
stessa Scuccimarra con Pino Cangialosi. Un bel successo non soltanto
di solidarietà per questo spettacolo su come eravamo, e su come, probabilmente,
continueremo ad essere. Per la Scuccimarra "anche l'uomo è un essere
umano" e la donna "è perfetta". Questi, in fondo, i loro limiti.
Giuseppe Sollazzo
Gazzetta del Sud, Sabato 14 Aprile 1990
"A noi due signora" fino a domani al Teatro in Fiera.
Ex sessantottina veterofemminista indaga su quel che avviene alla giovane
donna d'oggi.
Messina - "A noi due signora"
è il monologo (o quasi) che Grazia Scuccimarra ha scelto per la sua
tournée italiana, lontana una volta tanto dai teatri romani che hanno
decretato il suo successo. È un testo che l'autrice-attrice-regista
ha scritto e allestito per la prima volta nel 1986, cogliendo i primi
accenni di quel riflusso, che adesso può considerarsi compiuto, che
portava il femminismo a ribaltarsi nella riscoperta di valori legati
più all'estetica (della donna) che ai contenuti. E adesso che viviamo
nell'era dell'immagine e le donne (ma anche gli uomini) tendono soprattutto
ad apparire dedicando gli spiccioli di tempo a cercare di essere, "A
noi due signora" si presenta con assoluta freschezza. In esso Grazia
Scuccimarra abbandona l'obbiettivo preferito dei suoi strali ironici
e satirici, cioè l'uomo, per dedicarsi al proprio sesso, per valutare
da ex sessantottina e da veterofemminista quel che avviene alla giovane
donna d'oggi e per mettere in discussione tutte le scelte che, alla
luce della sua esperienza, sembrano legate a un passato che avrebbe
dovuto essere sepolto e non a un futuro da costruire. Temi molto seri
e importanti, pane per i denti di sociologi e psicologi, che la Scuccimarra
tratta con leggerezza di toni ma con sincerità d'intenti e con voglia
d'affondare il bisturi della satira di costume. Ne viene fuori uno spettacolo
brillante, dal bel ritmo, in grado di far ridere ma anche di far meditare
tutti: le donne, colpite in prima persona sul palcoscenico, e gli uomini,
solo apparentemente fuori bersaglio ma in realtà dipinti, con falsa
noncuranza, come arrivisti e superficiali. Grazia Scuccimarra è dunque
lontana dai moduli consueti e ripetitivi del cabaret all'italiana, politici
e Pippo Baudo sono appena nominati, di passaggio, e forse potrebbero
anche non esserlo del tutto senza che lo spettacolo ne risenta; non
può neppure essere definita un'attrice in senso classico, che esce ed
entra da un personaggio all'altro; ha lo stile dell'intrattenitrice,
che sta li a raccontarci fiabe moderne, anch'esse come tutte le fiabe
ambiguamente sospese tra bontà e crudeltà. A fare da contraltare, c'è
la funzionale presenza di Alessandra Menichincheri, spesso silenziosa,
talora parlante, simbolo di una generazione postfemminista, schiava
del televisore, vittima del mito della bellezza, partecipe di una socialità
fine a se stessa e, infine, avvicinata a un camino, metafora del focolare
domestico che è tornato a spiegare tutto il suo fascino. Così seguiamo
la donna nelle sue attività: dalla sua strana maniera di guidare l'automobile
in cui la freccia è solo un optional al difficile rapporto con la commessa
bellissima di un negozio d'abbigliamento, dalla timorosa gestione di
una storia d'amore alla preoccupata attesa dei cerchietti delle prove
di gravidanza, dalle esperienze d'insegnante (un pezzo esilarante) a
quelle dei lavori di casa. Quasi alla fine, un po' fuori tema e un po'
troppo facile ma assolutamente divertente, un'esegesi dei testi ermetici
delle canzoni di Franco Battiato. Inutile pensarci sopra, si ride comunque
anche se si vorrebbe obbiettare di non essere d'accordo. Lei, che insegnante
è veramente (di diritto negli istituti tecnici), con la sua chioma di
capelli crespi e ormai quasi tutti bianchi (ma anche non fingerli può
essere un vezzo...). alla fine raccoglie i puntuali e meritati applausi,
esempio raro di approfondita satira sociale e di costume, un po' come
Grillo in campo maschile, ma con il merito e il vantaggio di fare tutto
da sola. Nel Teatro in Fiera si replica fino a domani.
Vincenzo Bonaventura
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