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Dopo la realizzazione
de Il Processo di Kafka, prosegue il progetto di rivisitazione di grandi
testi del passato, realizzato dall'Associazione Teatrale Pistoiese insieme
all'attrice Raffaella Azim e all'Associazione Tauma. In occasione del
300° anniversario della nascita di Carlo Goldoni, la scelta è caduta
su La Vedova Scaltra. Lo spettacolo, che ha inaugurato nel luglio 2007
il 39° Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia,
vede il ritorno di Lina Wertmüller al teatro. Per la nota regista cinematografica,
conosciuta e apprezzata anche all'estero, è questo il primo incontro
con un testo della tradizione teatrale italiana classica.
PRESENTAZIONE
Quello di Carlo Goldoni è un secolo agitato e rivoluzionario, sul crinale
fra l' "ancienne regime" e i tempi nuovi. In quella Venezia, pullulante
di artisti e avventurieri provenienti da ogni parte d'Europa, dove sotto
una facciata austera perfino il libertinaggio entrava e usciva dai conventi,
il nostro Carlo Goldoni s'incapriccia di questa "vedova". Testo di transizione
tra la commedia dell'arte e la commedia nova. E' un'idea carica di echi
sensuali ma anche di segreti e profondi simbolismi. L'idea non è solo
quella di una vedovella in cerca di marito, ma vi s'intrecciano due
percorsi: quello dei cavalieri vogliosi di conquistare una preda e quello
della donna che cerca un uomo, un vero uomo. L'incrocio tra i desideri
dei pretendenti e quelli della vedova è l'avventurosa partita da percorrere.
Maritata giovanissima a un signore anziano e ricco, ha avuto con l'amore
un rapporto di sopportata dedizione all'autunno del suo "Sior Consorte".
Per questo Job ha immaginato al centro dell'azione un letto. Non è solo
un rimando al Settecento in cui le "Femme des Lettres" come Madame de
La Fayette o Madame de Sevigny ricevevano, ma un letto simbolo di tutte
le voluttà che per lei è sempre rimasto vuoto, e la sua vasta dimensione
è lì a sottolineare soprattutto quel vuoto. C'è il letto e lei in quel
letto, con tutta la cabala del gioco della vita. Lei, nel candore che,
malgrado la vedovanza, rende quel letto quasi verginale, denso di sogni,
di solitudine che l'amore, quello vero sensuale, non ha mai riempito,
che è centro di un gioco che non si può più sbagliare. Quattro cavalieri
europei che la penna goldoniana dipinge nobili e benestanti, desiderosi
della dama, navigano con grazia le acque della galanteria e del corteggiamento.
Anche se sotto i loro sofisticati nasi, senza che se ne avvedano, si
stanno infatti preparando sconvolgimenti rivoluzionari e ghigliottine
che distruggeranno ogni incipriata eleganza. Qui si sente circolare
un'aria segreta che sa di Romanticismo, che ha il profumo di un vero
autentico sentimento. È interessante che nella sua ultima analisi Rosaura
enunci soprattutto i difetti del prescelto, di quell' "uomo", di quel
conte innamoratissimo e geloso, pronto al duello o alla rinunzia in
cui la nostra vedova sente l'eco di un vero autentico sentimento. Nella
rielaborazione sono stati eliminati, oltre alla sorella di Rosaura,
alcuni personaggi-maschere come Pantalone e il Dottor Balanzone. Un
testo più asciutto, nel quale la polemica tra vecchio e nuovo, si concentra
su Arlecchino. E' lui il testimone della "Commedia dell'Arte", la maschera
su cui si riversano tutti i difetti degli italiani ma che con la simpatia
e l'allegria riesce a farsi amare. Il nostro Arlecchino, anticipando
il "Servo di due padroni", ne serve addirittura quattro ma in realtà
serve solo Rosaura. All'inizio Rosaura è anche Venezia. Come Rosaura
si prende gioco dei suoi pretendenti, così Venezia tiene sulle spine
i suoi figli adorati, dal carattere litigioso e criticone. Se si dovesse
fare un analisi di questo testo alla maniera degli studi del sistema
Stanislawski, il "Seme" illuminante di tutta l'opera secondo me sarebbe
la parola : "Amore". Sempre sotto l'aria leggera della commedia innovatrice,
Goldoni fa circolare intorno alla sua vedova un sostanziale "bisogno
d'amore". Provate a leggere il testo analizzandolo alla luce di un diverso
" Seme": con "Mondanità", oppure "Famiglia", o anche " Solitudine".
Si vedrebbe subito a quante differenti letture si presta questa commedia.
Se il seme fosse: " Mondanità", ovvero lotta per una mondana posizione
sociale, gli intrighi dei nostri personaggi si svolgerebbero pizzicando
corde del tutto diverse: ambizione, lotte per salire la scala sociale.
O se il Seme conduttore fosse " Famiglia", tutta l'azione si strutturerebbe
nel desiderio di costruire un nucleo familiare e Rosaura cercherebbe
un padre per i suoi figli. Nella casa della nostra appassionata ma saggia
vedova, i valori sono diversi, freschi, autentici e ritrova l'amore
come senso centrale della vita. Secondo noi la lettura più interessante
e forse anche la più appropriata per questa "Vedova" è proprio con il
"seme dell'Amore", soffio purificante che anticipa il grande vento del
Romanticismo, anche addensatore di quei nuvoloni "Sturm und drang" che
cambieranno per sempre i cieli della cultura europea. Fuori forse impazza
il Carnevale.
Lina Job Wertmüller
Un'idea di scenografia
per "La vedova scaltra"
Ho sempre preferito lasciarmi suggerire le scenografie da quanto a me
pareva l'essenza di un testo, anziché riferirmi alle indicazioni dell'autore,
solitamente poco portato a immaginare un'espressività anche visiva di
ciò che ha scritto. Così ecco per "La vedova scaltra" una mia idea "non
verista". Le scene tradizionali per le commedie di Goldoni non sono
che la semplice descrizione dei veri ambienti necessari all'azione.
Spesso tuttavia qualche complicazione c'è: per esempio i frequenti cambi
di scena e, senza il sostegno esemplificatore di una qualunque sintesi
drammaturgica, da quinte e graticcia, è un continuo andare e venire
di oggetti d'arredamento e tele dipinte. In questa commedia giovanile,
Goldoni ha già raggiunto però una sensibilità così acuta, profonda e
geniale da anticipare in pieno Settecento femminismo e romanticismo.
Il personaggio di Rosaura ha infatti la determinata scaltrezza di scegliere,
tra i quattro pretendenti messi alla prova, proprio come avrebbe fatto
una fanciulla romantica, quello più squattrinato, l'unico però che le
ha dimostrato d'amarla solo per amore. Ecco dunque un'interessante drammaturgia
che ha in sé una possibile sintesi scenografica. A volte, nel Settecento
le dame usavano ricevere la mattina per la Conversazione continuando
a starsene pigramente sdraiate a letto. Dato storico che mi ha suggerito
il fulcro significativo attorno al quale far ruotare l'intera commedia:
il grande letto dell'inappagata sensualità della vedova di un novantaquattrenne,
tanto vecchio da far addirittura, e più che ragionevolmente, supporre
che abbia lasciato vergine la sua bella sposa, forse ancora adolescente.
La solitudine di Rosaura, il sentimento della sua frustrata bellezza
e il desiderio dei pretendenti che aspirano a possederla, hanno smisuratamente
ingigantito nella mia immaginazione le proporzioni di questo desolato
talamo vedovile, intorno al quale, nel cerchio sopraelevato di una lignea,
"lussuosa", dorata casa-paravento cui si accede salendo alcuni gradini
come attorno ad un'ara, convengono le seduttrici speranze e le verbali
cortesie dei quattro pretendenti. A destra e a sinistra del proscenio,
due piccoli tavoli di bar suggeriscono la strada sulla quale, oltre
alla casa di Rosaura, si affaccia pure la locanda in cui lavora Arlecchino.
Nel realizzare questa idea di scenografia per "La vedova", con Giorgio
Gori e i suoi ottimi collaboratori, ci siamo comportati come artigiani
del Settecento, ispirandoci all'Arte Povera di un secolo in cui le materie
non sono quasi mai quelle che sembrano; in cui l'oro è doratura, il
marmo è stucco trattato a marmoridea, e una tappezzeria non è il tessuto
damasco che sembra, ma una pittura che ne finge la preziosità, magari
su rozze tavole di legno, e così le architetture di Venezia non sono
come sembrano dei grandi disegni dipinti in bianco e nero, ma sagome
di piccoli disegni fatti a tavolino ingigantiti con moderne tecniche
fotografiche, anziché con un pantografo come sarebbe stato più d'epoca
e più corretto. Nonostante queste ingannevoli eredità, il finto lusso
di settecentesche eleganze appartenute al marito e le divertite megaproporzioni
immaginate da me per rappresentare la solitudine e le frustrazioni vissute
in un triste matrimonio, dall'alto del vasto e sensuale deserto di lenzuola
e cuscini del suo letto, con inaspettata, sorprendente intuizione romantica
e femminile saggezza, alla fine Rosaura saprà dare concretamente forma
al proprio futuro. Enrico Job
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