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Non ci fu mai nessuno
che in questi anni Amasse veramente l' eresia di un amore disinteressato
Come il corpo di chi muore nel cosmo Ed entra in un' altra orbita (felice
destino!) Si è tanto eretici in gioventù, poiché dopo il futuro C' è
ancora futuro: e l' eresia richiede una grande pazienza: bisogna ripetere
mille volte la stessa cosa.
(P.P. Pasolini)
Tutto quello che nella vita accade si può dire che è accaduto nei primi
dieci anni: nel senso che già nei primi dieci anni della nostra vita
se ne può trovare il presentimento, la premonizione, la prefigurazione,
il seme. Noi siamo, nel nostro essere e nel nostro modo di essere, quel
che i luoghi, le persone, gli avvenimenti e gli oggetti hanno suscitato,
disegnato e fissato in quei primi dieci anni dentro di noi.
C'è un punto in cui i disgraziati e i perfidi si uniscono e si confondono
in una sola parola; parola fatale: i miserabili. Di chi la colpa? Dov'è
il boia, dov'è la vittima? : già questa domanda risuonava sotto il cielo
degli dei, in nome degli dei gli uomini se la facevano. In un teatro:
arrogantemente cercando, e inutilmente, di inquietare gli dei. Credo
di essermi aggirato per tutta la vita intorno a questa frase, a questa
domanda. C'è una vecchia battuta paradossale che dice che la parola
è stata data all'uomo per nascondere il proprio pensiero. Io la rovescio
e la faccio diventare ancora più paradossale e dico che non solo la
parola è stata data all'uomo per rivelare il pensiero ma anche per impedirgli
di nasconderlo. Ecco, io ho pensato che bisognava parlare della vita
e della morte in questo Paese, e che ne parlassi io come scrittore la
cui pagina è la più vicina all'azione che si possa immaginare.
(L. Sciascia)
Una veglia con Sciascia:
la pietà come possibile redenzione civile
. Ho pensato che riportare in teatro le parole di Leonardo Sciascia
oggi avesse un senso. Avesse una ragione: poetica e politica, senza
possibili equivoci nel riferirsi dell'una all'altra, come sempre e in
ogni tempo, ma ancor più oggi. Bisognerà, io credo, ripartire dalla
coscienza e da chi in nome della coscienza ha speso la propria vita
per la libertà - per affermarne la sua dimensione più pura, quella che
non accetta accomodamenti né baratti - perché l'Italia ritrovi i propri
dei perduti. In questa veglia - e mi piace ricordare che Sciascia tradusse
per il teatro La veglia a Benincarlò di Manuel Azana, dandone nell'introduzione
la definizione più risonante, l'ultima veglia del chisciottismo spagnolo
- le sue parole e quelle di Pasolini (non c'è una sola parola che non
appartenga a loro, se non due citazioni da Pirandello e Canetti) trovano
un loro, credo non arbitrario, congiungimento. Un congiungimento in
cui entrambi si ritrovano accomunati dal destino di rappresentare, nella
scrittura, nell'essere testimoni del proprio tempo, una razza che fa
della propria mitezza un'arma che non perdona. Entrambi, pronti, con
la penna - come fosse una spada - all'azione, per provocare con la scrittura
effetti concreti, per disarmare il potere. Ripercorrendo le loro esistenze
esemplari, esemplarmente donate a quel mandato che li ha resi profeti
nella letteratura di quella speciale dimensione civile che raramente
ha trovato in Italia estimatori, ho immaginato, in una notte di veglia,
Sciascia dialogare, a distanza, con Pasolini. Fraternamente, disperatamente.
Sulla morte, contro la morte. La sua (di Pasolini), quella di Moro.
Quella delle lucciole. Spesso si dice di Sciascia come di un illuminista.
Io credo che sia sempre stato, e ancor più avvicinandosi alla morte,
religiosamente attratto dai misteri insondabili dell'esistenza e che
per questo non abbia concesso alibi alla ragione. La sua voce, che ricordo
apparentemente fragile e dubbiosa, ci ha consegnato un mandato essenziale
per ridare alle nostre più delicate istanze civili un riscatto non perituro,
quello che nasce dalla pietas. Non meno politico di quanto si potrebbe
frettolosamente pensare, se alla politica si volesse finalmente restituire
l'onore di dare voce ai nostri irrinunciabili diritti di cittadini di
una comunità che non ha abdicato alla dignità dell'uomo. Ho immaginato
e composto questo testo per un grande attore. Senza la complicità di
Marco Baliani infatti, senza la sua adesione ideale e artistica non
avrei potuto metterlo in scena come volevo. Lo spettacolo appartiene
a lui quanto appartiene a me. La sua voce, la sua intelligenza di attore
creatore, la sua complicità hanno aggiunto qualcosa di essenziale al
progetto, lasciando risuonare in modo speciale la pietà evocata da Sciascia
come il talismano di una possibile redenzione civile.
Roberto Andò
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