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È la storia di una
vita, raccontata dal protagonista che ripercorre un intero secolo. Il
padre, bizzarramente, lo ha chiamato "Novecento" perché è venuto alla
luce proprio nel 1900.
Il signor Novecento ha trascorso l'adolescenza nell'Italia povera post-unitaria,
è diventato adulto con la prima guerra mondiale e nel fascismo. Ha attraversato
la tragedia della seconda guerra mondiale. Si è sentito rinascere con
la ricostruzione, col miracolo economico. È tramontato nella società
di massa, dove, insieme con l'utopia di una palingenesi, si è cancellato
lo zodiaco di riferimento che sempre ha informato la sua esistenza:
dell'uomo di campagna, ormai, non gli è rimasto quasi nulla, ma il signor
Novecento tutto questo non lo nota: la sua vita si svolge in un'apparente
normalità. Non sospetta neanche per un momento di essere stato talvolta
determinato dalla storia. I calzoni corti, i pantaloni alla zuava, i
colletti inamidati, il girocollo della dolce-vita, gli abiti che il
signor Novecento ha indossato nella sua lunga esistenza, hanno rappresentato
successivi stili che egli ha via via adottato con estrema naturalezza.
Il racconto si incentra su quattro episodi, nei quali il protagonista
cerca qualcosa che ha perso o che non ha mai trovato: una volta è un
paio di scarpe, un'altra un gruzzoletto di soldi che aveva ben nascosto
da qualche parte. E intanto trascorre il tempo. Gli è quasi sempre accanto
la moglie Pandora. La loro storia d'amore, per quanto controversa e
tra alti e bassi, è l'unico punto fermo rimasto intatto durante così
lunghi anni. I grandi eventi rimangono nello sfondo. La conquista della
luna non modifica nulla in casa del signor Novecento, mentre la scoperta
della penicillina salva la vita del primo dei figli.
La storia comincia nel giorno del compleanno del signor Novecento. Si
sta vestendo per andare ad un appuntamento importante. Ma non riesce
a trovare una scarpa. La cerca e intanto racconta la sua vita. Gli fa
da spalla la moglie, che a quella vita è legata con tutta se stessa.
Oggi anche lei è una vecchia signora. Ma un tempo era bella e scontrosetta.
D'incanto la narrazione comincia a fare balzi nel tempo. Tutta un'esistenza
scorre via come se fosse passata in un solo giorno. La scena è semplice,
i movimenti essenziali.
Un'orchestra di tredici elementi stringe al centro gli attori: il signor
Novecento e sua moglie. I due coniugi parlano in versi. Monologhi e
dialoghi si alternano rapidamente, si contraddicono, battibeccano. I
due protagonisti hanno la loro eco nelle due voci cantanti che sono,
di volta in volta, la voce della loro anima, la voce e la sonorità della
storia, il tempo che passa.
L'orchestra reagisce come se avesse una personalità sua, estranea, come
fosse il cuore di un ipotetico, segreto ascoltatore: si commuove, si
diverte, si immedesima nelle trepidazioni del signor Novecento, racconta
ciò che questo piccolo uomo non può raccontare perché non lo sa, perché
è completamente immerso nei soliti, quotidiani accidenti di una vita.
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