IL CONTRABBASSO
di Patrick Suskind

con
MAURIZIO MICHELI


regia
Marco Risi

Franz Tricarico, berlinese di nascita ma con ascendenti italiani, vive in un bunker "insonorizzato al novantacinque per cento". La spessa imbottitura delle pareti gli consente una vita apparentemente tranquilla, metodica, da "manovale della musica": contrabbasso di fila dell'Orchestra di Berlino, tutti casa e teatro, senza distrazione alcuna.
Il monolocale rifugio, che esclude dal ménage di Franz il frastuono irritante della città, in realtà non è che la metafora di uno schermo psicologico che il musicista - timido, frustrato, devastato dalla solitudine- ha frapposto fra sé e il mondo: un mondo difficile, dominato dall'arrivismo, dalla prevaricazione che condanna gli uomini-massa. pur colti e sensibili, all'emarginazione, all'impossibilità di riuscire a comunicare con gli altri.
Nella solitudine del protagonista, ossessiionato dalla presenza del monumentale strumento, penetra un giovane, figlio della portinaia, intenzionato a studiare il contrabbasso. Questa presenza scioglie Franz in un profluvio di parole, di cose mai dette, di dichiarazioni d'amore che diventano via via invettive, allucinazioni, fatue speranze di una vita smarrita. C'è poi l'impossibilità di dichiarare il suo amore per Sara, dolcissimo mezzosoprano - che non guarda mai il contrabbasso di fila- che è sempre presente nella sua vita, nei suoi pensieri.
"Il contrabbasso" è un brillante, maniacale, assurdo, teatralissimo testo - in un tempo unico -, che prende le forme di una confessione nevrotica condita dalle descrizioni degli strumenti musicali, delle gerarchie tra gli orchestrali in competizione tra di loro per eseguire il famoso "Quintetto della trota" di Schubert.
Con "Il contrabbasso" si ride, ma è un riso amaro che spinge a meditare sulla sorte dell'uomo di oggi, smarrito e confuso in un mondo sovraffollato, caotico, incapace di gridare il proprio dolore e la propria infelicità.