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Anni cinquanta.
Alcuni "ragazzi" si ritrovano per raccontarsi "storie di paura", si
riuniscono nel grande androne di un palazzo di periferia; il pianerottolo
e il vano delle scale diventano un luogo dove il "fantastico" della
narrazione s'intreccia al "quotidiano" dei personaggi. L'androne si
tramuta in luogo deputato a evocare fiabe e leggende come quella, tanto
per citarne una, di San Giuliano, il Santo assassino spinto da una profezia
a trucidare i genitori per poi espiare la colpa. La "legenda aurea"
di Jacopo da Varagine assume così i risvolti di un'ossessione, un'inconscia
risposta ad un potere subìto come abuso e coercizione. Allo stesso modo
la presenza quotidiana di un personaggio misterioso che attraversa le
scale suggerisce una fiaba solo in parte riconducibile a quella del
"Re porco" o a quella più nota de "La bella e la bestia".
I "ragazzini" sono quattro, tre maschi e una femmina, anzi sono cinque
perché a loro si unisce sempre Giovannino che dice di avere compiuto
sei anni, in realtà è un sedicenne mentalmente ritardato.
Su e giù per le scale si muovono varie "presenze", voci, caratteri appena
accennati, un mondo di adulti sufficienti o intolleranti verso il gruppetto
di ragazzi. Lo spettacolo è una metaforica riflessione su un'età indifesa
dell'uomo e, in senso più allargato, una parabola sull'abuso e la violenza
del potere.
Il meccanismo narrativo di questo testo differenzia in modo sostanziale
l'ultimo pannello della trilogia "La recita del popolo fantastico" dai
testi precedenti. Ne "Il vangelo dei buffi" come in "Quattro
bombe in tasca" la cifra drammaturgica era sempre riconducibile
ad un contesto reale. Inoltre, sia il pretesto della religiosità contadina,
che il racconto epico e tragico della guerra partigiana, si attenevano
alla comune radice della narrazione orale.
Nel presentare, anni addietro, il progetto della trilogia si era annunciato
un capitolo dedicato alle "fiabe di paura" intendendo con questa generica
definizione una serie di fiabe orrorifiche e di leggende delittuose.
"I ragazzi di Via della Scala" risponde in parte a quelle
premesse, non si tratta più di una semplice compilazione di fiabe, nel
testo le vicende dei cinque "bambini" s'intrecciano ad un doppio gioco
di rappresentazione dove il "quotidiano" e il "fiabesco" diventano sublimazione
ed esorcizzazione di paure, angosce e smarrimenti dell'età infantile.
Una cifra comune a tutta la trilogia verrà rispettata: l'alternanza
tra comico e tragico, il grottesco divertito e allusivo, una sospensione
onirica, qui ovviamente più accentuata, fino ad una conclusione che
torna nel segno dolente di una realtà.
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