Eliseo - Teatro Stabile di Roma
presenta

IL GIUOCATORE
di Carlo Goldoni

con
FRANCA VALERI
URBANO BARBERINI

con
PAOLO BESSEGATO-BARBARA DI BARTOLO-PILAR ABELLA MICHELE LA STELLA-FABRIZIO BORDIGNON-DANIELE FERRARI FABIO RUSCA-CHIARA STOPPA FRANCESCO ACQUAROLI ALESSANDRO MOSER

regia
Giuseppe Patroni Griffi

scene e costumi ALDO TERLIZZI

 

Patroni Griffi si confronta con uno dei suoi autori preferiti in un testo quasi inedito, una commedia moderna basata sul vizio del gioco tanto attuale oggi in Italia e nel mondo: Il giuocatore. Una delle "sedici commedie nuove" che Carlo Goldoni per sfida con il pubblico veneziano si impegna a scrivere sul finire del carnevale del 1750 in un anno. Le sedici commedie, - tra le altre, oltre al citato Giuocatore, Il teatro comico, Le femmine puntigliose, La bottega del caffè, Il bugiardo, La finta ammalata, L'avventuriere onorato, I pettegolezzi delle donne - vengono recitate puntualmente al Teatro di Sant'Angelo. Sono state scritte, calcolando i mesi effettivi dell'anno comico, all'incredibile ritmo di "una commedia alla settimana per il manco".
Protagonista della commedia Florindo che, schiavo del gioco, cade nelle mani di due giocatori disonesti che lo portano a perdere tutto, i soldi, l'amore di Rosaura, le amicizie, e solo l'intervento di Pantalone riuscirà a salvarlo dai debiti e da un matrimonio di convenienza con la vecchia e ricca Gandolfa. Goldoni si era proposto di assegnare al Giuocatore il compito di un "teatro esemplare" che "svegliasse" dalla fascinazione del gioco. Nella commedia ci sono molti riferimenti autobiografici, a dispetto del luogo comune Goldoni non era un galantuomo pacioso e accomodante, ma un apparente flemmatico, afflitto da periodiche crisi ipocondriache. Un irrequieto che abbandona la carriera forense per il teatro, un viaggiatore instancabile, molto sensibile alle grazie muliebri, e, sin dalla giovinezza, frequentatore assiduo dei salotti alla moda, giocatore accanito, capace di fare l'alba al tavolo verde, come la notte precedente la laurea. Ma era anche un uomo attento, aperto al nuovo e soprattutto grande osservatore della società del suo tempo, una vita "regolare" o "fissa in una sola passione" non avrebbe fatto di lui il riformatore del teatro e il grande commediografo. Goldoni stesso lo scrive nelle sue Mémoires quando ricorda le disavventure giovanili di gioco diventate materia teatrale: "Non può negarsi ch'io sia nato sotto gl'influssi di stella comica, poiché la mia vita medesima è una commedia, e qualor mi manchino argomenti e soggetti per nuovi intrecci, un'occhiata ch'io dia alla mia vita passata, trovo materia da lavorare e da farmi onore". Il Teatro è la sua "legge morale", le trasgressioni sono esperienze necessarie che lo riconducono alla "grande Poesia della Commedia": "Questo abito di osservare e di riflettere e di ritenere l'ho fatto senza avvedermene, ed è un effetto del genio Comico, che non si acquista coll'arte, ma proviene dalla natura". Goldoni ama il "gioco" come parte integrante della vita, "C'est que je joue à tous les jeux", ma ne è anche abbastanza libero da ritrarre "i giocatori", così che Il giuocatore piuttosto che un autoritratto è il ritratto della "société" dei giocatori. Nella Venezia del Settecento il gioco è diffusissimo in ogni rango sociale e aveva anche la funzione di favorire la conversazione, si giocava nelle case dei nobili e dei borghesi, nei caffè e nei Ridotti (luogo specifico per il gioco): "el faraoncin" era indispensabile a "una conversazion de persone tutte distinte". Gioco e conversazione coesistono con il divertimento, saper giocare è una qualità indispensabile all'uomo di mondo; il "giocatore" invece è divorato dalla "passione", non pensa ad altro, la notte è al tavolo da gioco, il giorno alla ricerca di quattrini. Il protagonista Florindo è così "incantà sul zogo", che per smettere di giocare aspira a una vincita definitiva:
"Se arrivo a vincere diecimila zecchini, non gioco più" ma, subito, rilancia "colla mia fortuna, colla mia buona regola, posso vincere altro! Non potrei vincere trentamila zecchini? Centomila zecchini? Sì, facilmente. Mettiamo solamente ch'io vinca un giorno per l'altro cento zecchini il giorno, in un anno sono più di trentaseimila zecchini, ma dei giorni vincerò altro che cento zecchini! Basta; in un anno io mi posso far ricco. Voglio comprar un feudo, voglio acquistarmi un titolo, voglio fabbricar un palazzo magnifico e ammobiliarlo all'ultimo gusto; voglio farmi correr dietro tutte le femmine della città"
Ma una vincita così definitiva segnerebbe la fine del giocatore, e il giovane Florindo ha la "passione" del gioco nelle vene, deve sempre rilanciare, e se si allontana dal tavolo è solo per trovare i danari per poi ritornarvi, il gioco lo porta a non avere più morale, sentimenti, e quando rischia il carcere, per tirarsene fuori, pur se innamorato di Rosaura, non esita a prostituirsi con la vecchia Gandolfa arrivando al punto di sposarla.

Lo zecchino d'oro nell'anno 1750
Intorno all'anno 1750 il valore di uno "zecchino" era pari al valore del "ducato" usato negli altri stati italiani e in modo particolare nello Stato Pontificio. Il suo valore di mercato consentiva la copertura delle spese di soggiorno (vitto e alloggio) di un viaggiatore per un intero giorno. Oppure con uno zecchino d'oro si poteva acquistare un abito completo di media manifattura, o due biglietti di teatro. I salari medi giornalieri oscillavano tra mezzo zecchino e uno zecchino, secondo l'importanza del lavoro svolto. Da cinque a sette zecchini era il costo mensile di una badante che dormiva e mangiava sotto lo stesso tetto patronale.

L'autore a chi legge
Non sarò io il primo che abbia al pubblico esposto in una Commedia il Giuocatore; ma tale Argomento è questo, che meriterebbe essere con più e più Commedie in varie guise trattato, fintanto che si estirpasse il vizio che, secondo me, lo credo il peggiore di tutti. Experto crede Roberto, dicesi per proverbio. Anch'io ho provato le pessime conseguenze di questo affannoso piacere. Il maggior benefizio ch'io abbia riportato dall'impegno di scrivere più Commedie in un anno è questo, che occupato quotidianamente in tale esercizio, poco tempo mi resta per divertirmi, e quelle ore che ho destinato al respiro, non le sagrifico ad un tavoliere, dove si perde il tempo, i denari, la salute, e talvolta pur troppo la riputazione. S'io avessi posto in iscena un Giuocator fortunato, brillante, allegro, generoso e felice, avrei formata una Commedia più viva, più gioconda, e forse assai più dall'Universale gradita, ma avrebbe ella servito a solleticare gli animi al vizio, ed avrei innamorato gli Ascoltatori di una lusinghiera e falsissima compiacenza. Il mio Giuocatore facendolo sfortunato, come per la maggior parte tali sono i Giuocatori viziosi, fa conoscere al Mondo i pregiudizi di una sì funesta passione, la quale a poco a poco conduce l'uomo ad uno stato miserabile, e a perdere di vista l'interesse, gl'impegni, le convenienze e l'onore.
Io non pretendo già che le mie Commedie abbiano ad essere la scuola degli uomini; ma questa sì vorrei che lo fosse, e in questa ho studiato di farla da Precettore, quanto mai ho potuto; perché avendone io nel tempo passato avuto bisogno, avrei desiderato mirar su le Scene un esemplare, che mi avesse svegliato e corretto. Ma all'incontro non ho veduto rappresentare che Giuocatori, i quali menando una vita commoda ed allegra per ragione delle vicende del giuoco, non facevano che lusingare la mia passione.
Non occorre adularsi: chi giuoca, giuoca per vincere, e il desiderio di vincere ha il suo principio o dall'avarizia, o dalla scostumatezza; nel primo caso cerca il Giuocatore di vincere per accumulare, nel secondo per appagare le sue voglie, non misurate colla sua condizione. Vi è un altro piccolo eccitamento al giuoco, proveniente dalla poca volontà del far bene. Arricchirsi, o satisfarsi almeno con poca fatica, senza studio e senza merito, è una cosa che agli oziosi piace infinitamente; ma siccome spesse volte accade loro di perdere il poco certo, per la speranza del molto incerto, ciò dovrebbe al fine disingannarli. Ed ecco perchè ho scelto io nella mia Commedia un Giuocatore di tal carattere, il quale se non piacerà a molti, gioverà a pochi, ed io desidero che sia di profitto a tutti gli Amici miei.

Carlo Goldoni


Il mio giuocatore
"Il Giuocatore", questa commedia che ha attraversato un lungo sonno prima che io riuscissi a riportarla sulle scene, al punto di poter essere considerata oggi una novità, è secondo me da ascrivere al gruppo delle più belle del suo autore, e io da anni volevo metterla in scena incontrando la diffidenza di molti produttori, mancando essa del manierismo goldoniano con cui nei nostri teatri spesso si rappresenta il nostro grande scrittore. Essa, finalmente, grazie allo spirito innovativo del nuovo Eliseo, ritorna alla sua sede naturale.
Con Il giuocatore, Goldoni apre le sue finestre oltre l'aria stagnante della laguna, egli fa entrare nella sua casa l'aria del mare aperto, dell'oceano, l'aria che circola in Europa, e che aria, quella della seconda metà del Settecento, quella che raccoglie tutte le risonanze di mondi nuovi e di conseguenza di tutte le libertà, strappa i veli dell'ipocrisia, ed egli va ad unirsi, non tralasciando l'innato garbo, alla schiera del Laclos, degli Hogarth, soprattutto all'Hogarth della Carriera del libertino, dove qui, il protagonista Tom Rakewell sta a Hogarth come Florindo Aretusi sta a Goldoni. Tom e Florindo sono appaiati verso la corsa alla loro rovina, ma mentre la causa principale di questa disfatta in Tom sono le donne, in Florindo è il gioco, e le donne sono quasi trascurate, così come in Tom giocano il loro ruolo anche le carte, ma marginale. E c'è una differenza sostanziale, la narrazione di Hogarth è composta da una serie di quadri stupefacenti sulla vita londinese di quel tempo. A questo proposito Hogarth scrisse: "Ho voluto comporre pitture su tela simili a rappresentazioni sulle scene; spero che vengano giudicate con lo stesso criterio; ho cercato di trattare il mio soggetto come un attore drammatico; il mio quadro è il mio palcoscenico, e attori sono uomini e donne che per mezzo di atti e gesti figurano una rappresentazione silenziosa". Quanto di meglio per immergere il nostro giuocatore nel suo ambiente naturale e vederlo vivere in quell'aura libertina a cui l'ha destinato il suo creatore, mettendolo accanto ai protagonisti del Les liaisons dangereuses, anzi precedendone la creazione perché Il giuocatore è stato scritto prima, mentre è quasi contemporaneo alla rappresentazione pittorica del libertino di Hogarth. Aria del tempo, aria dello scatenamento del secolo dei lumi, quanto basta per posizionare Goldoni tra i grandi scrittori europei del Settecento. Con questo non voglio dire che tutta la sua opera teatrale non bastasse a farlo ritenere tale, intendo sottolineare che con questo suo gesto anticonformista Goldoni ha fatto il suo passo decisivo. Tutto questo ho tenuto presente mettendo in scena la sua discussa opera con l'apporto geniale di costumi e scenografie ideati da Aldo Terlizzi, il quale non s'è privato di un'altra invenzione personale, come il voler far nascere il tutto da un unico disegno essenziale, moderno, privo di orpelli e manierismi, basato nella svolta dell'arte del Novecento, un po' cubista, un po' futurista.

Giuseppe Patroni Griffi

 

Non è da ieri che Patroni Griffi mi propone Gandolfa, come mi lusingo di affermare, una partecipazione necessaria alla realizzazione del progetto Il Giuocatore.
A me piace stare in scena dal primo segnale al sipario finale, ma questa è una partecipazione di lusso.
Chi è Gandolfa che Goldoni ha fregiato di un nome che apre a un grande carattere? Una vecchia ricca e ottimista.
Non c'è condizione migliore per una vecchiaia felice.
Gandolfa, di fatto "fanciulla" (o signorina) come ama definirsi, stato al quale il malizioso dialogo goldoniano pone qualche dubbio, ha un principio valevole per i secoli, un principio che allevia i disagi della decadenza: i giovani coi denari si possono comprare.
Meglio una vecchia ricca di una ragazzina spiantata.
Non importa se il piano si realizzi o no.
Probabilmente Goldoni, salve le convenzioni del suo tempo, non escludeva nel cinico gioco di questa sua particolare commedia il felice compimento della fanciullezza di Gandolfa.
Valeva dunque la pena di darle voce.

Franca Valeri

L'approccio con Florindo è stato pessimo: è indifendibile, maldestro, arruffone, compulsivo, inaffidabile, forte con i deboli e debole con i forti, eticamente e moralmente una banderuola; è tutto ciò che non mi piace e mi ferisce della natura umana. Nonostante questa premessa dopo qualche settimana di prove Florindo mi ha conquistato e non vedo l'ora di immergermi nella sua natura di pagliaccio tragico. Forse la magia sta nella verità con qui è stato scritto il personaggio lacerato dal conflitto tra una omologazione borghese (Rosaura, Pantalone e la dote, l'amante) e l'attrazione irresistibile per la "vertigine dell'assoluto", per la vittoria totale ("voglio acquistami un titolo, voglio comprarmi un feudo, fabbricarmi un palazzo magnifico e ammobiliarlo all'ultimo gusto, voglio farmi correre dietro da tutte le femmine della città"). Questa vittoria irraggiungibile, in nome della quale è disposto a fare ogni bassezza con il tormento tragico di un bambino che non riesce mai a diventare uomo, e perciò diventa un pupazzo in balia della propria natura viziosa, lo porta all'inevitabile distruzione. Pagina dopo pagina, osservato da un mondo borghese immobile, Florindo si avvita in una spirale monologante che lo porta alla rovina in un delirio tragicomico.

Urbano Barberini