Alto Adige, Giovedì 14 Novembre 2002
"Gabriele", che bella favola nell'avventura di sei ragazzi.
Bolzano - Gabriele - il bambino che nasce nella divertente, omonima commedia di Fausto Paravidino e Giampiero Rappa, in scena in questi giorni al Teatro studio del Nuovo Teatro Comunale di Bolzano dove è presentata dallo Stabile - è, in un certo senso, figlio di una cooperativa teatrale, considerato che suo padre è (molto probabilmente) uno dei cinque giovani attori in cerca di scritture che convivono precariamente accampati in un appartamento di Roma, ma non si sa con precisione quale poiché la madre Angela ha via via concesso le sue grazie all'intera compagnia. Si adattano comunque benissimo al ruolo di papà collettivo, e forse, sotto l'oculata regia della madre, "metteranno perfino la testa a posto" ora che hanno la responsabilità di un pargolo. Sotto questo profilo, la commedia è fortemente debitrice, strutturalmente, della favola di Biancaneve e dei sette nani, solo che i nani, stavolta sono - appunto - cinque. La loro storia, la loro fame, il loro arrabattarsi, le loro baruffe, illusioni e crisi riempiono la prima parte della commedia, alla quale si assiste con crescente piacere, sottolineato dalle risate e dagli applausi degli spettatori. Paravidino e Rappa, che avevano presentato a Bolzano un paio di stagioni fa anche la più matura e drammatica delle loro imprese teatrali, "Due fratelli", sono qui più goliardici, però il risultato è ugualmente molto apprezzabile. Paravidino, di cui "Gabriele" è il copione d'esordio, da anche qui prova di sapienza drammaturgica nella ben scandita articolazione delle scene e nel fluire brioso del dialogo che attinge a piene mani al gergo dei giovani. Difficile dire quanto Giampiero Rappa abbia contribuito alla stesura del testo. Certo è che, come regista, da una mano robustissima nel conferirgli una plausibile valenza scenica. La rappresentazione è impostata su un ritmo molto veloce e incalzante, sapientemente intervallato da momenti di teso silenzio. Via via che progredisce, la vicenda e la sua esposizione assumono risvolti anche farseschi, però senza forzature. C'è un elemento scenografico in qualche modo emblematico dell'intera cifra di lettura scelta da Rappa e dai suoi interpreti, ed è la confezione di latte che compare a un certo punto nella cucina in cui è ambientata tutta la storia: grandissima,- esagerata, forzata, eppure coerente e significante, anche nella sua funzione di quasi-biberon al quale tutti i personaggi si aggrappano a turno in cerca di consolazione e di rifugio. La scena è firmata, come i costumi, da Laura Benzi: bella anche nelle sue componenti grottesche e allusive, come il frigorifero smisurato e panciuto ma quasi sempre vuoto, o il telefono rosso, reso incandescente dalle speranze di cui è veicolo. Giampiero Rappa è uno dei cinque papà di Gabriele, quello alle prese con le molte depressioni. Ed è bravissimo anche come interprete, esattamente come Filippo Dini, Andrea Di Casa, Sergio Grossini, Carlo Orlando, attenti ognuno a rilevare bene i tic del proprio personaggio. Chiara Melli, la Biancaneve della situazione, è all'altezza degli altri e raccoglie alla fine anche lei i prolungati, sinceri, meritati applausi e le molte chiamate alla ribalta.
Umberto Gandini

Il Mattino, Giovedì 14 Novembre 2002
A Bolzano si gioca con i luoghi comuni e la paura del futuro.
Confuso e geniale Gabriele.
Convince l'ultimo lavoro di Paravidino.
Bolzano - Fausto Paravidino, ormai, dopo la consacrazione ufficiale a Riccione (settembre '99, premio per la drammaturgia), è sicuramente un "mito"; almeno come esempio di una drammaturgia "altra" rispetto a quella tradizionale. Scene brevi e "secche", talora fortemente esplicative-esplicite, ironia e soprattutto auto-ironia al massimo, implosione del testo teatrale tradizionale in una dimensione diversa da quella generalmente canonizzata. Lo si è visto l'anno scorso, o meglio la scorsa stagione anche a Bolzano con "2 Fratelli", un testo assolutamente innovativo, lo si rivede - con ovvie differenze - quest'anno con "Gabriele", un testo che risale a quattro anni fa, ora riallestito in forma nuova per il TSB (e Giampiero Rappa, coautore, regista e interpreta ha voluto ringraziare Marco Bernardi, direttore artistico del TSB, e tutto il TSB a suo nome). Cinque giovani genovesi, attori "sfigati", si trasferiscono a Roma, ma il successo non arriva, ne al cinema ne a teatro, quindi ne al singoli ne al gruppo, che ha grandi progetti ("Riccardo III" di Shakespeare e "Aspettando Godot" di Beckett), finché arriva una ragazza e scompiglia ulteriormente la già enorme confusione dei "nostri eroi". La situazione che potrebbe essere pasoliniana (in "Teorema", il "visitatore" sta tra il "visiting angel" di evangelica e ellotiana memoria e il "Wuergengel" angelo sterminatore, anch'esso di derivazione biblica), è invece decisamente virata sul comico-grottesco, con il teatro che gioca sul teatro, che ride di sé, dilatato in un senso di "eccesso" sempre voluto, con vere e proprie "tacche semantiche", come i manifesti del film di Totò a lato dell'altrimenti quasi spoglia scena. Ecco allora che talora, però, a differenza che nei "2 Fratelli", l'intelligenza scenica diventa semplice iterazione, il rovesciamento della rabbia in riso non è bataillanamente creativa ma solo una nicchia di eccesso ripetuto ma non più di tanto provocatorio. Detto questo, l'irridere comunque al terrore italico (non solo, ma soprattutto) per la paternità indesiderata e al tempo stesso lo smodato amore per i pargoli diventa nel finale occasione teatrale felicissima, la mimica anche (forse qualche urlo in meno); ancora meglio, poi, l'alternarsi delle scene brevissime tra la ragazza e il padre presunto e l'alternarsi dei provini, dove anche i giochi di luce sono occasioni molto feconde. Ecco allora ancora una volta che, riassumendo, possiamo dire che è la "quiete" ad avere la meglio su una "dynamis" scenica eccessiva. Benissimo la regia di Rappa, anche attore con Andrea di Casa, Filippo Dini, Carlo Orlando, Sergio Grossini, Chiara Melli, una vera eccelsa troupe di pazzi scatenati bravissimi, se pure talora, per citare a sproposito un detto famoso "troppa gioia (scenica) rovescia le unghie.
Eugen Galasso

Il Mattino, Venerdì 17 Gennaio 2003
A Rovereto è andato in scena "Gabriele": buoni il testo, il cast, la regia.
Paravidino convince e diverte.
Rovereto - Immaginate un gruppo di attori, diciamo, momentaneamente liberi. Immaginiamo che il momento duri a lungo, troppo. E che nel gruppo ci siano un paio di ragazzi di buona penna, capaci di scrivere. Logico che il pensiero del gruppo sia: "Beh, amici, scrivete una cosa dove possiamo lavorare tutti!" (L'alternativa di mettersi a fare lo spogliarello è già stata bruciata dai Full Monty, copiarli sarebbe di cattivo gusto). Così - probabilmente - nasce "Gabriele", esilarante e sanguinosa festa teatrale andata in scena l'altra sera a Rovereto, per la penna di Fausto Paravidino e Giampiero Rappa. Non è difficile capire che si tratta di un vestito cucito addosso agli attori, tale è l'identificazione fra battute e personaggi; con l'unica eccezione di Carlo Orlando, che sostituisce Fausto Paravidino, impegnato in un'altra produzione. Ma la sostituzione è fatta con intelligenza e raffinata personalità, così che tutto funziona alla perfezione. Cinque ragazzi hanno un fuggevole rapporto con la stessa fanciulla (inutile fare i maschilisti, lei è una brava ragazza); quando lei annuncia di aspettare un bambino, è il panico. Ma si può diventare papà anche in cinque, specie se serve ad andare in scena con una commedia. Rappa ha curato una regia dai tempi rapidissimi, ma con accorti inserti poetici - che ha riservato al proprio personaggio - corretti da qualche accento burlesco per evitare patetismi. Andrea Di Casa, Filippo Dini e Sergio Grossini si trovano evidentemente a proprio agio nei panni su di loro disegnati, e disegnano con naturalezza delle cordiali caricature di sé stessi, in una specie di autodafé comica che si trasmette subito al pubblico; il risultato sono grandi e continue risate, divertite si, ma anche simpatizzanti con i protagonisti-vittime, eroi bastonati dalla vita quotidiana. Chiara Melli ha il personaggio più difficile (probabilmente nulla è più difficile di far capire l'onestà una donna che si comporta con la naturalezza di un uomo, e che dovrebbe essere accettata con lo stesso metro); ma riesce benissimo nell'impresa, restando nella memoria come un personaggio simpatico, e tutto sommato vittima della stessa sconfitta che incombe su tutti. Ed è lei che, alla fine, con il regalo della creatura (molto sangue ed urla kitsch, ma con ironia) trasforma l'esito in vittoria, o almeno nella promessa di una possibile vittoria. Bel testo, bello spettacolo, ottimo cast e regia; gli applausi degli spettatori, caldi ed intensi, sono risuonati a lungo. Lo spettacolo è in tournée in vari teatri della regione.
Leonardo Franchini

La Stampa NordOvest, Lunedì 27 Gennaio 2003
La promessa Fausto Paravidino nel panorama della drammaturgia.
Ha scritto la sua prima commedia a 19 anni. Era "Trinciapollo", andata in scena nel 1999. Prima a Roma e poi a Genova. Il ligure Fausto Paravidino, 26 anni, è una della più promettenti voci della nostra drammaturgia. "Trinciapollo" - racconta - era uno spettacolo che durava un'eretta, con dieci attori in scena, in un allestimento molto difficile da far girare perché era completamente autogestito: mancavano sovvenzioni pubbliche". Due anni dopo è stata la volta di "Gabriele", testo autobiografico del 1998, che dopo il debutto romano è salito sul palco genovese della Tosse per un numero di recite superiore a quello previsto. Una commedia che rivive la storia del gruppo che la rappresenta: mette in scena la convivenza in un appartamento romano di un quintetto di attori, ex allievi della Scuola del Teatro di Genova, interpretati da loro stessi. E qui è già evidente la cifra stilistica dei testi del giovane autore-attore (raccolti in "Fausto Paravidino. Teatro" edito da Ubulibri, con una nota introduttiva di Franco Quadri): la costruzione del lavoro drammaturgico sull'immediatezza e la spontaneità delle situazioni, attraverso un linguaggio fresco e diretto, senza teatralismi fittizzi e mediazioni formali. Dopo "Gabriele" è la volta di "2 fratelli", insignito del riconoscimento intitolato a Pier Vittorio Tondelli, che nel 2000 ha debuttato al Teatro Stabile di Bolzano. E' una "tragedia in 53 giorni", ambientata in un interno domestico, scandita attraverso brevi sequenze, identificate dal giorno, l'ora e i minuti in cui si svolge l'azione. L'ossessione per i numeri non è affatto casuale: stigmatizza il ménage a trois di due fratelli con una ragazza incontrata, per caso, che crea seri problemi alle loro vite. Lo stile è quello di un'autentica cronaca registrata attraverso uno scambio di battute asciutte e ritmate. Altro testo di rilievo è "Natura morta in un fosso" un giallo scritto su richiesta di una compagnia, l'Atir, con un unico interprete di prim'ordine: Fausto Russo Alesi. Qui i personaggi si susseguono uno dopo l'altro come in tanti flash-back e la storia si compone lentamente agli occhi dello spettatore, tassello dopo tassello, come in un puzzle. "Genova 01" e "Noccioline" sono i lavori più recenti. E i progetti? "Sto lavorando - dice Paravidino - a un altro spettacolo con lo Stabile di Bolzano per l'anno prossimo e sto scrivendo un film". La situazione del teatro nel nostro Paese? "Manca una cultura di drammaturgia contemporanea e la gente non va a teatro con la stessa normalità con cui va al cinema. Sarebbe bello che questo accadesse. In Gran Bretagna il teatro costa un terzo del cinema: ma nemmeno così, forse, gli italiani andrebbero più spesso a teatro...".
M. Sch.

Corriere del Ticino, Sabato 1 Febbraio 2003
Ancora questa sera in scena al Teatro Sociale.
Spaccato generazionale.
"Gabriele" di Paravidino inaugura Homo Ridens.
La nuova stagione della rassegna Homo Ridens si è aperta giovedì al Sociale di Bellinzona con Gabriele, che porta la firma (ma solo a metà, perché è coautore Giampiero Rappa, anche regista e coprotagonista) di un enfant prodigo dell'emergente drammaturgia italiana, quel Fausto Paravidino che già l'anno scorso a Bellinzona si era fatto notare con Due fratelli. Si è creata una netta bipolarità tra le offerte delle stagioni teatrali nel nostro cantone: mentre Lugano e Locarno stanno su nomi e testi di consolidata esperienza, evitando le sorprese, Bellinzona e Chiasso stanno andando a cercare il nuovo. E il nuovo, per quanto riguarda almeno il panorama italiano, pare venire non solo dalla scrittura. Bellinzona, ad esempio, ha proposto (con Shakespeare e Brecht) la compagnia di Jurij Ferrini, mentre al Cinema Teatro di Chiasso si è potuta vedere la Compagnia Sud Costa Occidentale che fa capo alla drammaturga e regista Emma Dante. Sono nuove realtà, come del resto quella di Fausto Paravidino, non ancora consolidate, che il pubblico comincia appena a conoscere, mentre la critica le ha già segnalate. Qualche giorno fa, un'intera pagina de La Repubblica tracciava una mappa di questo "Nuovo teatro", nel quale il giovane Paravidino (26 anni) occupa un posto di tutto rispetto. E non c'è da stupirsene, dato che Paravidino ha avuto contatti ed ha scritto un lavoro su commissione per il Royal Court Theatre di Londra, un'istituzione che ha tenuto a battesimo generazioni di autori (sin dai tempi di Ricorda con rabbia di John Osborne) e che svolge un costante lavoro di promozione e scoperta dei giovani autori, favorendo questo fenomeno anche fuori dalla Gran Bretagna. Venendo a Gabriele, che giovedì sera il pubblico del Sociale ha accolto molto calorosamente alla fine e con risate a scena aperta, si tratta di un lavoro recitato con grande affiatamento da tutti gli interpreti ma viene il sospetto che Paravidino e Co. siano capaci di radiografare e riproporre soprattutto un universo generazionale in cui si riconosce particolarmente soprattutto chi veleggia tra i venti e i trent'anni. Un po' quel che in letteratura è capitato con Nick Horny. E allora eccola, attraverso Gabriele, questa generazione di giovani indecisi, emozionalmente confusi, contraddittori, velleitari, insomma, piccoli vitelloni da terzo millennio. Cinque amici attori o aspiranti tali hanno lasciato Genova e si sono trasferiti a Roma, dividendo uno stesso misero appartamento. La pièce si apre con citazioni di Riccardo III, il teatro vero, che non è certo alla portata dei cinque, alle prese con la bolletta della luce da pagare e il frigorifero perennemente vuoto. Vorrebbero mettere in scena un testo importante ma non si accordano, uno finisce - non pagato - in uno spettacolo d'avanguardia, altri sognano o tentano inutilmente di presentarsi per un casting. Già è difficile sopravvivere così, cercando di conciliare le manie del depresso, del narciso, dell'attaccabrighe ecc., finché a gettare scompiglio nel gruppo maschile compare una ragazza. In questo mondo blindato (non ci sono altri personaggi in scena e i rapporti con l'esterno avvengono solo attraverso il telefono o il racconto dei personaggi) la donna rompe i già più che precari equilibri. Ci provano tutti e quando lei rimane incinta è il panico, generato dall'angoscioso quesito di chi sia il padre. Il finale sarà ancora una volta nell'ottica del "collettivo". Del resto, già Eduardo in Filumena Marturano sosteneva che la paternità non si limita al DNA. II testo subisce un'accelerazione comica a due terzi di una pièce scandita da ritmi sempre sostenuti. Caso mai si resta un po' stupiti da frasi del tipo "questa è la casa dell'accidia" (chi usa mai una parola del genere nel linguaggio comune?) in un contesto quotidiano, infarcito del normale turpiloquio dei maschi adulti. Osservato più in profondità, Gabriele - nonostante le apparenze - non è un testo realistico, i personaggi sono "tipi" e non sono caratterizzati con precisi psicologismi. Forse sarà un dettaglio, ma il fatto che i personaggi maschili mantengano nome e cognome degli attori che li interpretano va in questa direzione. Più preciso il discorso, spesso critico, sul mondo e sull'approccio al teatro (in questo c'è un risvolto autobiografico degli autori). È ad esempio ben evidenziato il fatto che i protagonisti sono sprovveduti culturalmente nei confronti del palcoscenico. Giovedì, come detto, l'accoglienza è stata delle migliori. Si replica ancora stasera.
Mar.

Gazzetta di Modena, Lunedì 10 Febbraio 2003
"Gabriele", il teatro italiano è ancora vivo.
Modena - Cosa può provocare l'irruzione di una bella ragazza nel tran-tran di un gruppo di ragazzi innamorati - dicono - solo del teatro, per il quale essi hanno abbandonato studio, lavoro, famiglia e città ed ora convivono in un appartamentino romano, cibandosi di illusioni e delusioni? L'agognato successo, purtroppo, sembra dileguarsi tra gli ostacoli interposti dallo squallore della quotidianità, che, per esempio, impone a tutti di trovare ogni giorno da mangiare, di pagare bollette, di divincolarsi dai velenosi tentacoli delle agenzie, degli impresari. Angela, allora, può apparire anche un diversivo, oppure addirittura l'amore della vita: certo, non può passare inosservata. Diventerà, però, fatale il momento in cui i ragazzi scopriranno che Angela è rimasta incinta, sicuramente di uno di loro ma con l'impossibilità di sapere esattamente di chi. Per loro le prospettive di vita muteranno, dunque, e anche quando si chiarirà il nome del presumibile padre il ménage comporterà la gestione comune di un infante in una paradossale famiglia allargata con harem al contrario ed Angela nella posizione dell'ape regina. Su questa stravagante, ma non poi così inverosimile, trama si sviluppa "Gabriele", la commedia di Fausto Paravidino e Giampiero Rappa pluripremiata dalla sua apparizione cinque anni or sono e presentata al Teatro delle Passioni lo scorso fine settimana. Divertentissima, piena di trovate, di ritmo, è una pièce che dimostra come sia ancora possibile scrivere per il teatro italiano testi leggeri senza scadere nel volgare o nel gratuitamente canzonatorio. Interpretato da cinque giovani attori ognuno dei quali, in fondo, porta in scena se stesso, tanto da utilizzare sul palco il proprio vero nome, lo spettacolo si sviluppa come successione frenetica di piccoli quadri, tutti ambientati nella cucina dell'appartamento dove si consuma una vicenda intessuta di gelosie e entusiasmi, attimi di euforia e lunghe depressioni, acerrime competizioni e timida subordinazione. Chiara Melli, Filippo Dini, Sergio Grossini, Carlo Orlando e lo stesso Giampiero Rappa, quest'ultimo anche regista dello spettacolo, sono assolutamente convincenti come giovani - attori frustrati e squattrinati, tanto da lasciar intuire squarci di autobiografia fra quanto accade sulla scena. Non sarà così, ma c'è tanto di vero nelle battute che si sentono sulle agenzie teatrali, sulle produzioni cinematografiche e pubblicitarie, sulla sofferenza di chi si accosta ad un mondo "pieno di lupi". E il pubblico, la sera della prima delle due repliche proposte al teatro della Passioni, ha apprezzato tantissimo, con applausi e risate a scena aperta. Insomma si tratta di uno spettacolo intelligente e coinvolgente.
Andrea Marcheselli

Corriere della Sera, Mercoledì 19 Febbraio 2003
Un intreccio comico e autobiografico: la storia di un gruppo di giovani attori.
"Scrivere? Un mestiere stupido".
Il pluripremiato Fausto Paravidino mette in scena "Gabriele".
Ha solo 26 anni, ha appena sette testi scritti e rappresentati al suo attivo, ma Fausto Paravidino è già fenomeno. È stato più volte premiato e due sue commedie ("Genova 01" sul famigerato G8 e "Noccioline") sono state commissionate dagli inglesi e rappresentate con successo a Londra, al National Theater e al Royal Court. L'ultimo suo monologo, "Natura morta in un fosso", interpretato dal bravissimo Fausto Russo Alesi (premiato con l'Ubu), ha ricevuto esaltanti consensi di pubblico e di critica. Ora l'autore genovese ripropone la sua seconda opera, "Gabriele", al Teatro Valle fino al 2 marzo (e oggi pomeriggio alle 18 verrà presentato il libro "Fausto Paravidino - Teatro"), scritta in tandem con Giampiero Rappa nel 1998, dopo il suo esordio di drammaturgo avvenuto due anni prima con "Trinciapollo". Stavolta si tratta di un intreccio comico e autobiografico: speranze, ambizioni, sogni e delusioni di un gruppo di giovani attori, appena usciti dall'accademia teatrale e alla disperata ricerca del successo. Innanzitutto: si sente un fenomeno? Ridacchia Paravidino e risponde con un aneddoto: "Quando avevo 9 anni, mia madre mi costrinse a fare pattinaggio: ero molto scadente, ma dovetti partecipare ai giochi della gioventù. Eravamo in tre ragazzini della provincia di Alessandria a gareggiare e io arrivai terzo. Secondo lei, mi posso sentire un fenomeno?". I premi però li ha ricevuti, così come lusinghiere critiche e gli applausi del pubblico. Non ha riflettuto su questo successo? "Autocompiacersi comporta il rischio di un'indicazione procedurale per il futuro: cerco di non chiedermi più di tanto perché e cosa piaccia delle mie commedie. Penso che funzioni la contemporaneità dei contenuti, in mezzo a tanta classicità che si vede in teatro". Cosa la spinge a scrivere? "Dipende: ogni storia ha la sua molla. In genere non mi sento uno scrittore, anzi, disprezzo il mestiere di scrittore, lo considero stupido". Perché? "Ognuno di noi può sentire, a un tratto, la necessità di scrivere qualcosa: nel momento in cui scrivo mi sento scrittore, poi non mi sento più tale. Ascolto dentro di me le storie che hanno bisogno di essere raccontate e le racconto". Le capita di prendere spunto dalla realtà viva, dalla cronaca ad esempio? "Quando mi hanno chiesto di scrivere "Natura morta in un fosso", uno dei pochi testi scritti su commissione, cosa che non mi piace di solito fare, ho condotto uno studio scientifico sulla cronaca: si trattava di un thriller e avevo necessità di una trama gialla. Curiosamente non sono stato io a copiare un episodio di nera, ma la cronaca a "copiare" me. Io racconto di un padre che una sera decide di andare a puttane, scopre che la figlia batte il marciapiede e la uccide. Qualche mese fa leggo che in Israele a un padre succede la stessa cosa: solo che, quando si trova davanti la figlia, è lui a morire d'infarto". Avendo ricevuto tanti riconoscimenti, ha paura di deludere? "Non ho quest'ansia. Se dovessi deludere qualcuno, ci sarà sempre qualcun altro disposto ad ascoltarmi".
Emilia Costantini

Il Tempo, Venerdì 21 Febbraio 2003
"Gabriele", fa ridere e pensare il teatro di Paravidino.
Non ci sono molti autori "riconosciuti" dal nostro teatro, ma aumentano sempre più le scritture di giovani autori-attori, basti guardare le rassegne, le esigenze di scrittura drammaturgica che ci ha manifestato Mico Galdieri, il presidente dell'Eti, le manifestazioni, tra le altre, sui "corti d'autore". In questo campo Fausto Paravidino può considerarsi veramente fortunato, perché a 27 anni ha visto pubblicato il suo "Teatro" da un'importante editrice teatrale come la Ubulibri (275 pagine, 18 euro), è sponsorizzato dallo Stabile di Bolzano diretto da Marco Bernardi ed è arrivato a proporre "Gabriele", in uno tra i più belli e antichi teatri italiani, il Valle, dove fu presentata tra l'altro, e non molto bene, anzi fu salutato con "È matto! È matto", Luigi Pirandello che assisteva con la figlia alla prima di "Sei personaggi in cerca d'autore", costretto a difendersi anche dalle monetine che il pubblico gli tirava dopo lo spettacolo. Paravidino, al contrario di Pirandello, anche se il paragone non esiste, perché stiamo parlando di uno dei più grandi drammaturghi dell'intera storia del teatro, è stato invece applaudito dopo la prima di "Gabriele" al Teatro Valle. Ha fatto ridere, pensare e divertire gli spettatori, con una scrittura strampalata, in alcuni momenti anche profondamente ingenua, ma sempre interessante sul mondo degli attori e sulla loro continua provvisorietà, per uno spaccato che fotografa e amplifica il loro vissuto, scritto nel '98 con Giampiero Rappa, che l'ha messa in scena e interpretata insieme ad Andrea Di Casa, Filippo Dini, Sergio Grossini, Chiara Melli e Carlo Orlando, che si presentano, con i loro nomi: persone e personaggi. Paravidino e Rappa l'hanno scritto appena arrivati a Roma dopo la scuola di recitazione del Teatro di Genova, e dopo l'inizio che si apre sul "Riccardo III" di Shakespeare, con truppe che passano dietro i bastioni, gridano la posizione dalla torre di vedetta, si sentono i passi e i canti degli eserciti, anche il celebre grido di Riccardo: il mio regno, il mio regno, per un cavallo!", al primo stacco ritroviamo in una cucina cinque ragazzi che discutono intorno ad un tavolo scalcagnato, come il frigorifero, la credenza che avevano creduto un bastione, il modo di mettere in scena e dove poter rappresentare il "Riccardo III". La cucina, d'altronde, dopo aver visto i "2 fratelli", è uno dei luoghi deputati delle pièce di Paravidino, un ritrovo, la sala principale della "casa" del suo gruppo teatrale, una casa comune, vera, dove alla fine nasce questo nuovo attore: Gabriele. La storia di un gruppo di attori sfigati che hanno saputo attirare l'attenzione di un grande Stabile, come quello di Bolzano, ed anche del direttore del Teatro di Roma, Giorgio Albertazzi, che dopo aver diretto il suo attacco alla televisione, in occasione della presentaizone del libro di Tabanelli sul "Teatro in televisione", con grande sensibilità è venuto a vedere lo spettacolo di questo giovane autore-attore che sa mettere in commedia i tic di un gruppo, che il pubblico ha apprezzato richiamando per quattro volte gli interpreti in proscenio.
Carlo Rosati

Il Giornale, Giovedì 27 Febbraio 2003
Gabriele, ovvero la fortuna di avere cinque padri.
Al Valle lo spettacolo tratto dalla pièce scritta dal giovane Fausto Paravidino insieme con Giampiero Rappa.
I capelli nero corvino, il corpo minuto ma energico, gli occhi vispi e lucenti, l'accento marcatamente ligure cadenzato su un gesticolare enfatico, quasi da folletto stralunato. Tradisce la sua giovanissima età al primo sguardo Fausto Paravidino, drammaturgo/cult della nostra scena che dal '99 ad oggi ha collezionato un successo dopo l'altro aggiudicandosi una serie di premi importanti e vedendosi pubblicati da Ubulibri ben sei testi, scritti tutti tra i ventidue e i ventisei anni. Probabilmente oltre confine, laddove cioè il teatro giovane è una realtà talmente consolidata da non fare più notizia, il caso Paravidino non desterebbe tanta eco. Qui da noi, invece, il talento di questo vispo ragazzo genovese dalla scrittura infuocata e veloce suscita richiami frequenti alla parola "fenomeno". Poco male. Visto che attualmente i suoi bei lavori - fenomeni o no che siano - vengono rappresentati su e giù per la Penisola da ben sette compagnie diverse. E visto che anche la scena capitolina continua a riservagli uno ruolo di primo ordine. A dicembre abbiamo applaudito (intensamente) il suo straordinario "Natura morta in un fosso" al Piccolo Eliseo; qualche tempo fa è stata la volta della ripresa del celebre "Genova 01". al Vittoria e adesso è in cartellone al Valle "Gabriele", la prima pièce di Paravidino, scritta a quattro mani con Giampiero Rappa che qui firma la regia dello Spettacolo. Cinque attori alle prime armi hanno appena lasciato Genova e la Scuola dello Stabile e si sono trasferiti a Roma dove sperano di costruirsi una solida camera. Vivono insieme spartendosi bollette e illusioni, amori e paure, progetti e speranze; A partire da quel "Riccardo III" naufragato nel nulla con cui si apre la commedia: uno Shakespeare formato cucina improponibile senza i soldi necessari per farlo. Già, i soldi. È questo il tema centrale intorno al quale si arrovella la brillante e tenera convivenza di questi giovani attori spigliati, spontanei, assai bravi che nella pièce hanno i nomi della vita: Andrea Di Casa, Filippo Dini, Sergio Grissini, Carlo Orlando e lo stesso Rappa. Cui bisogna naturalmente aggiungere lei, la volubile Chiara (Chiara Melli), una fresca studentessa di architettura che piomba in questa confusa polveriera di relazioni e conflitti interpersonali e scompagina la vita un po' di tutti. Complici i suoi sentimenti mutevoli e - dulcis in fundo - quella gravidanza inattesa che sulle prime recrimina la responsabilità dell'intero quintetto maschile. Gabriele nasce a casa un pomeriggio qualunque e a ben vedere è il bambino più fortunato del mondo perché, proprio come il teatro, viene accettato con naturalezza e dolcezza da tutto a gruppo. Quasi si trattasse, dopo tante liti e tanti dissapori, di una pausa di riflessione poetica e intesa. Questa simpatica trovata finale - che non a caso da il titolo al testo - aiuta a ricucire i lembi di una storia senza dubbio autobiografica che Paravidino e Rappa costruiscono con un linguaggio ritmato, moderno, brillante, molto panato, delineando delle figure molto diverse l'una dall'altra per le quali il teatro si impone, però, come terreno comune di confronto con la realtà, la vita e il futuro. Una sorta di manifesto artistico/esistenziale dove il precoce drammaturgo genovese già lascia intendere che per uno come lui, cresciuto a pane e palcoscenico, scrivere per a teatro è un approdo quanto mai naturale. Che si tratti di un thriller, di un interno familiare, di una denuncia politica, non fa molta differenza: la lingua di Paravidino, come il suo piccolo Gabriele, nasce sempre e solo dal corpo del teatro. Repliche fino al 2 marzo.
Laura Novelli

Corriere della Sera, Giovedì 27 Febbraio 2003
Sei giovani attori in attesa di copione.
Uomini sull'orlo di una crisi di nervi: il gruppo di giovani attori, in cerca di un posto al sole, frigge sui carboni ardenti di una lite continua. "Gabriele", testo acerbo del ventiseienne autore Fausto Paravidino (si tratta infatti del suo secondo testo, commediola autobiografica, scritta in tandem con Giampiero Pappa nel 1997), esprime le ansie di affermazione, e soprattutto quelle per conquistare un lavoro sicuro, di sei baldi rappresentanti della nuova generazione teatrale. I protagonisti della vicenda sono appena usciti dalla scuola di recitazione e li troviamo a condividere un modesto appartamento, dove l'ossessione del copione giusto da interpretare, l'attesa angosciosa della telefonata da parte del regista importante, la rincorsa affannosa del contratto, modulano i rapporti di una convivenza difficile e complessa. Una tensione crescente: scontri drammatici, che si stemperano però in comiche situazioni. I nostri litigano per il latte che manca in frigorifero, per le bollette da pagare, per le inevitabili rivalità, ma poi trovano sempre una composizione: un contenzioso minimalista, di piccole beghe e grandi ambizioni, che si snocciola intorno al tavolo di cucina. Qualcuno di loro diventerà famoso, qualcun altro si arrenderà all'illusione di diventarlo. Un 'opera autobiografica che, pur nei limiti del contesto autoreferenziale, matura una critica acuta e divertente del mondo dello spettacolo, con spietata ironia.
Emilia Costantini

L'Avanti, Venerdì 28 Febbraio 2003
In scena l'ultimo lavoro di Paravidino.
Al Valle il pubblico applaude Gabriele.
C'era una volta il Premio I.D.I. e adesso non c'è più! L'istituto del dramma italiano era delegato a scoprire i nuovi autori del teatro di prosa. Attualmente vi sono altre istituzioni che segnalano i nascenti commediografi. E un commediografo nascente è Fausto Paravidino che a ventisei anni ha già scritto sei lavori ed ha avuto la buona sorte di vederseli tutti pubblicati e rappresentati. Eccoci a citare così, l'una dopo l'altra, queste sue opere che prendono nome di "fratelli", "La malattia della famiglia M", "Genova 01", "Noccioline", "Natura morta in un fosso" andata in scena qualche mese fa al Piccolo Eliseo e "Gabriele", che viene attualmente proposta al teatro valle. Le battute dei copioni di Paravidino sono veloci, all'inglese, e in alcuni casi lasciano il segno. Viene spontaneo però da chiedersi se questa eccezionale messe letteraria non cominci ad essere un po' troppa. A smentirci in parte concorre comunque la scheda artistica dell'autore, in cui si afferma che è stato invitato a scrivere due testi dal National Teather e dal Royal Court di Londra. E parliamo dunque di "Gabriele". Con Fausto Paravidino ne è coautore stavolta Giampiero Rappa, pure quale regista oltre che attore. Sono con lui in scena: Andrea Di Casa, Filippo Dini, Sergio Grossini, Chiara Melli e Carlo Orlando. La produzione è del teatro Stabile di Bolzano che s'è avvalso delle scene e dei costumi di Laura Benzi. Nell'intreccio non mancano qui spunti e buone trovate. Viene raccontata la storia autobiografica di un gruppo di attori in erba, pieni di speranze e ambizioni. Il tutto si svolge in un concentrato di divertenti ritmi e flessuose sonorità che indicano subito il particolare stile scelto dagli autori. Una lingua strettamente legata alla vita quotidiana la loro, che cattura e ruba al vissuto l'immediatezza delle emozioni e dei sentimenti. E' su questa idea strutturale, fortemente disancorata dai ragionamenti e il più possibile aderente alla complessità del linguaggio dei giovani, che si muove l'intero testo. Si parla così di una mancata messa in scena del Riccardo III di Shakespeare, che scatena i dubbi e le perplessità dei cinque personaggi reali, narrati quasi in presa diretta, accentuandone gli elementi più imprevedibili. Un solo personaggio femminile, l'unico inventato, riunirà le vite di tutti, arricchendole di un nuovo calore e di un'ennesima evoluzione. Un felice cortocircuito tra teatro e vita che si mescola con riferimenti irrinunciabili e insospettabilmente divertenti, alla parola di Shakespeare, ovviamente più volte citato e tradotto.
Renato Ribaud

Il Resto del Carlino, Martedì 1 Aprile 2003
Da stasera a domenica al Duse la novità "Gabriele".
I magnifici cinque.
Stasera alle 21, al teatro Duse, va in scena la commedia Gabriele di Fausto Paravidino e Giampiero Rappa. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, è interpretato da Andrea Di Casa, Filippo Dini, Sergio Grossini, Chiara Melli, Carlo Orlando, Giampiero Rappa. Scene e costumi di Laura Benzi. Regia di Giampiero Rappa. Ma chi è Gabriele? Per trovare risposta a questo fondamentale quesito bisognerà aspettare il finale dello spettacolo, quando finalmente tutti i dubbi verranno sciolti. Per la restante ora e mezza iniziale lo spettatore sarà coinvolto nella frenetica vita di cinque scatenatissimi aspirami attori che, partiti da Genova alla volta di Roma in cerca di fortuna, si trovano alle prese con l'improbabile allestimento del Riccardo III di Shakespeare. Andrea, Fausto, Filippo, Giampiero e Sergio - questi i nomi dei cinque ragazzi - vivono tutti insieme in un piccolo appartamento romano e, tra litigale e discussioni, conducono la 'classica' vita disordinata e precaria tipica degli studenti 'fuori sede'. La casa da pulire, le bollette da pagare, i conti che non tornano sono solo alcuni dei problemi, che rischiano di far perdere loro l'obiettivo principale della loro 'missione' romana: quello di trovare ognuno un proprio posto nel mondo dello spettacolo. Tutto sembra procedere nel solito modo sino a quando nella vita dei cinque irrompe la misteriosa Angela, una ragazza che Andrea conosce in un bar e che, in breve tempo, si introduce in casa facendo innamorare di sé tutti i ragazzi. Ma all'improvviso Angela scompare e i ragazzi perdono completamente le sue tracce. Si ritorna alla normalità? Niente affatto, perché proprio quando tutti pensano che la ragazza sia scomparsa, ecco che Angela ricompare sulla scena, confessando ... di essere incinta! Il finale, ovviamente, è tutto da scoprire salvo intenderci sul fatto che Gabriele è, appunto, il nome del nascituro. Vincitore della terza rassegna della drammaturgia emergente, "Gabriele" è diventato in poco tempo un vero e proprio testo cult. Si replica fino a domenica.

Il Domani, Martedì 1 Aprile 2003
La Commedia è un testo "cult" sulla vita dei giovani d'oggi.
Chi è Gabriele?
Una casa, cinque ragazzi e la misteriosa Angela.
Al Duse la pièce di Paravidino e Rappa.
Potenza di una donna, capace di irrompere nella vita di cinque provetti attori, distoglierli da un improbabile allestimento shakespeariano e farli innamorare tutti. Fino a lasciargli un piccolo Gabriele. Questa la storia della donna misteriosa che e al centro di Gabriele, commedia di Giampiero Rappa e Fausto Paravidino, in scena alle 21 al teatro Duse. Ma chi è Gabriele? La risposta al quesito arriva solo nel finale. Nei primi novanta minuti invece, i riflettori sono puntati sulla vita frenetica di cinque aspiranti attori, partiti da Genova alla volta di Roma per mettere in scena un improbabile Riccardo III di Shakespeare. I cinque ragazzi - Andrea, Fausto, Filippo, Giampiero e Sergio - dividuno un piccolo appartamento in cui liti e discussioni non mancano mai. Dalla casa da pulire alle bollette da pagare, dai conti che non tornano alle discussioni esistenziali. La classica vita disordinata e precaria degli studenti "fuori sede" che rischia però, di fargli perdere di vista l'obbiettivo principale: sfondare nel mondo dello spettacolo. Il colpo di scena ha il volto di una donna. Una ragazza misteriosa di nome Angela che, conosciuta per caso in un bar irrompe nella casa e nella vita dei cinque attori. risultato tutti gli amici sono cotti di lei. Ma all'improvviso Angela scompare, i ragazzi cadono nello sconforto e perdono ogni speranza di rincontrarla. Fino a quando Angela ricompare sulla scena e confessa di essere incinta. In attesa di un piccolo Gabriele, la cui identità è ovviamente tutta da scoprire. Vincitori della terza rassegna della drammaturgia emergente, Gabriele è ormai considerato un vero testo cult. Scritta a quattro mani da Giampiero Rappa e Fausto Paravidino (nelle vesti anche di attore), questa travolgente commedia in tre atti rappresenta uno spaccato di vita giovanile vivace e divertente. Punti di forza dello spettacolo, che è stato prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, sono la freschezza del linguaggio e la velocità della narrazione, oltre alla spontaneità e vitalità dei protagonisti. All'origine del testo c'è una coppia di giovani autori (30 e 27 anni) con una discreta esperienza di lavoro comune alle spalle. Entrambi genovesi, entrambi studenti della scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova. Hanno lavorato per teatro e cinema Giampiero Rappa ha recitato nel Sogno di una notte di mezza estate diretto da Lello Arena e poi in Tu Ridi dei fratelli Taviani. Nel 1998 con il testo 2 Fratelli ha vinto il Premio Tondelli di Riccione Teatro. Un testo definito dallo scrittore Luca Doninelli come "uno spettacolo bello e perciò vero, semplice e molto divertente". Fausto Paravidino ha collaborato con registi come Pupi Avati, in La via degli Angeli, e con Guido Chiesa, nel Partigiano Johnny. Insieme hanno scritto numerosi testi e al momento sono impegnati nella realizzazione di alcune puntate della soap opera Caro Domani e nella sceneggiatura cinematografica di Gabriele. Lo spettacolo sarà in replica al Duse fino a domenica 6 aprile.
Michela Suglia

La Repubblica, Martedì 1 Aprile 2003
Se cinque attori si innamorano di Angela incinta.
Il testo è diventato in poco tempo un vero e proprio cult e ha proiettato i suoi autori, Fausto Paravidino e Giampiero Rappa, tra gli autori più interessanti della nuova scena teatrale italiana. Parliamo di "Gabriele", vincitore della Terza Rassegna della Drammaturgia Emergente, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano che il teatro Duse mette in scena da stasera a domenica. Si tratta di una scanzonata e divertente commedia in tre atti che dipinge, tra realtà e finzione, un vivace spaccato di vita giovanile. I protagonisti sono cinque aspiranti attori (interpretati da Andrea Di Casa, Filippo Dini, Sergio Grissini, Carlo Orlando e dallo stesso Giampiero Rappa che firma anche la regia) che, partiti da Genova alla volta di Roma in cerca di fortuna, si trovano alle prese con l'improbabile allestimento del "Riccardo III" di Shakespeare. Vivono nello stesso appartamento e condividono, tra litigate e discussioni, i problemi pratici della vita disordinata tipica degli studenti 'fuori sede': le pulizie di casa, le bollette da pagare, i conti che non tornano,... Finché nella loro vita irrompe una ragazza, Angela (Chiara Melli), di cui si innamorano tutti e cinque. Ma la ragazza scompare all'improvviso per ricomparire poco dopo con una grande novità. Angela confessa infatti di essere incinta. Il finale è ovviamente a sorpresa. Basti sapere che il nome del neonato è Gabriele. Per un'ora e mezza lo spettatore è dunque catturato in questo tourbillon di situazioni che ben raccontano la vita dei giovani di oggi, tra la spensieratezza dei divertimenti e la responsabilità di chi fa fatica a crescere.
m. am.

Il Resto del Carlino, Venerdì 4 Aprile 2003
Paravidino vero grande fratello.
Con una bella comunicativa Gabriele racconta i sogni di successo di cinque amici.
Bologna - Capita ogni tanto, per fortuna, che anche un sistema chiuso e tetragono come quello del teatro italiano sia obbligato a lasciar filtrare il nuovo. C'è ad esempio da qualche anno una drammaturgia giovane che parla in presa diretta senza usare artifici di alcun tipo e racconta lo sconcerto ma anche le proiezioni ideali di una generazione: fatta di attori che scrivono come Fausto Paravidino. Segnalatesi nel 1999 con Due fratelli e dopo avere tra l'altro concentrato l'attenzione dei suoi testi sul nodo enigmatico di violenza legato ai fatti di Genova, Paravidino si fa ritrovare qui come autore di Gabriele, scritto a quattro mani con Giampiero Rappa, un amico stretto e compagno di palcoscenico: cui tocca di rievocare un momento di vita comune a entrambi, quando da Genova calarono con altri a Roma per tentare l'avventura del teatro. Storia veramente vissuta, dunque. Come è vero il gruppo di cinque attori che la fanno rivivere, non a caso battezzati con i loro nomi autentici. Sono proprio loro, nella precaria cucina del loro appartamento romano in affitto, ad aspettare che suoni il telefono con un regista che chiama, o a trascinarsi di provino in provino nel segno della frustrazione per la scrittura che non arriva. Intanto litigano sulle scelte artistiche, provano un Riccardo III che resterà progetto irrealizzato, e corteggiano con solide implicazioni a turno la stessa ragazza. Angela: la quale resterà incinta senza che si sappia chi è il responsabile. Almeno all'inizio. Quest'ultimo, in Gabriele, in scena al Duse fino a domenica, è il motivo di finzione aggiunto alla storia del gruppo di ragazzi: abbastanza finto da sembrare vero, mentre il racconto di sé suona talmente vero da tenere benissimo le convenzioni della scena. Il risultato è uno spettacolo che si segnala per la sua fresca, semplicissima vena comunicativa; lontano anni luce dal sapore di scatoletta della fiction televisiva (nonostante lo spaccato di vita quotidiana di un collettivo); vivo per mancanza di schemi, per l'umoralità che trasuda, per la semplicità delle situazioni in cui ci si specchia e che sanno però impennarsi con impreviste trovate mimiche e gergali. Si raccontano Andrea Di Casa, Filippo Dini, Sergio Grossini, Chiara Melli, Carlo Orlando e l'autore Giampiero Rappa. Pubblico molto caloroso, che premia la scelta del Duse.
Sergio Colomba