Il Messaggero, Venerdì 22 Novembre 2002
"Volpone" al Quirino.
Con Mauri e Sturno teatro d'arte che pensa ridendo.
Roma - Avete mai provato a privarvi per molto tempo di un cibo che vi piace? Quando ve lo ritrovate davanti, non vi sentite in colpa godendolo a fondo, e in abbondanza. Trasportiamo il discorso in teatro. Se siete reduci da interi cicli di eventi paratelevisivi - magari, in qualche caso, spiritosi - o da bordate di musical ad alto, medio e basso livello; se cominciate a volere qualcosa che non sia uno one-man-show, ebbene, Roma vi offre, al momento, un paio di occasioni di "teatro teatroso" (parafrasando la "faccia facciosa" di cui parla la Sally di Linus). Da una parte, all'Eliseo, c'è lo spettacolo di Cesare Lievi con Umberto Orsini e Giulia Lazzarini, Erano tutti i miei figli, di Arthur Miller. Dall'altra (ha debuttato martedì sera e continua fino al 1° dicembre) il Volpone di Ben Jonson (1606) diretto e interpretato da Glauco Mauri, con Roberto Sturno. Teatro "teatroso". Questo Volpone lo è sommamente. Innanzitutto perché Mauri ha trasfuso nell'opera elisabettiana il vigore popolare e insieme la finezza propri di una drammaturgia che mai si avvita su se stessa, bensì tende alla rappresentazione godibile, alla comunicazione forte e chiara, al divertimento farsesco ma civile. Poi perché la storia del gran furbo, capace di arricchirsi alle spalle di chiunque, alla fine punito da una protervia occulta, più grande della sua, dà modo ai protagonisti e a un eccellente cast di comprimari di spaziare fra generi e stili senza venir meno al dettato rigorosissimo del progetto di messinscena. Il risultato è appunto uno spettacolo che vola verso l'epilogo con rara scioltezza, brillante, caustico, parodistico, ma anche pieno di denunce e portatore, come ogni "noir" di razza, di un'analisi morale di sbalorditiva attualità. E' l'apoteosi di tre strumenti fondamentali: la forza del testo (Mauri, qui anche traduttore, lo rende parola commerciabile oggi); gli attori e la loro tecnica; la sapienza cromatica ed evocativa di scene e costumi (di Alessandro Camera) cui importa il fasto degli effetti, della fantasia, della ri/creazione, non certo l'esibizione di pezzi costosi. Su un lettone scavato da forzieri trasudanti oro e pietre preziose, il vecchio Volpone finge di essere moribondo per spremere regali dai finti amici che aspirano, ciascuno per proprio conto, a diventare suoi eredi. Anima losca dell'ingordo è il servo Mosca, parassita di rango, che accompagna le malefatte del padrone e degli isterici "ereditieri" con il talento scuro, bugiardo e allarmante degli amorali autentici. Dal dialogo forsennato fra i due scaturisce un girotondo di situazioni tragicomiche alle quali prestano il fianco, a turno, l'esilarante avvocato Voltore di Massimo Loreto, l'astioso Corvino di Alarico Salaroli, l'ostinato Corbaccio di Gianni De Lellis. Mosca, nell'acutissima versione di Sturno, a metà fra Richelieu, il Tartufo molièriano e Johnny Depp, tira i fili del losco gioco fino a diventare incontrastato re di denari. Magistrale Mauri: trasloca, con efficacia ora da vaudeville ora da tragedia classica, dalla gioia sinistra del gabbatore impunito allo smarrimento del gabbato che si ritrova vittima di un'efferatezza integrale e senza ritorno. Hanno ben lavorato anche Felice Leveratto, Sergio Raimondi, Marina Kazankova, Cinzia Felicetti, Brunito Lanzoni. Arturo Annechino gestisce, con la solita maestria, musiche farcite di citazioni celebri, da Mozart a Donizetti, a Rossini, senza dimenticare, forse, la tradizione della ballata anglosassone. Tutto da vedere e da gustare.
Rita Sala

Il Mattino, Domenica 24 Novembre 2002
Com'è attuale il "Volpone" tra i senatori.
Roma - "Ricchezza mia, Dio muto che doni agli uomini la parola, che nulla fai ma tutto fai fare all'uomo". Così, fra l'altro, prega Volpone ogni mattina, non appena si sveglia. E poi gli farà eco il suo parassita Mosca, illuminato al proscenio da un seguipersona e rivolto direttamente agli spettatori: con l'oro, dirà, "il presuntuoso ignorante diventa saggio, il ladro siede onorato sul banco dei senatori, l'ingiusto diventa giusto, il brutto diventa bello, la menzogna diventa verità...". Con il corollario relativo all'"intelligente, raffinata canaglia che può drizzarsi e piegarsi nello stesso tempo come una freccia, graffiare l'aria rapida come una stella, di colpo cambiare direzione e schizzare di qua e di là come una rondine, essere dovunque, dove più conviene, sempre pronto a mutar d'idea a ogni situazione e a cambiar maschera più velocemente del pensiero". Davvero sembra scritto oggi, davvero sembra riferito a situazioni e personaggi - purtroppo reali - della nostra attualità sociale, politica e culturale. E invece l'ha scritto Ben Jonson, il grande autore elisabettiano che fu rivale di Shakespeare e nel suo capolavoro, appunto "Volpone", mise in scena un prototipo di ricco tanto avido, cinico e laido da esser passato addirittura in proverbio. E il primo merito di Glauco Mauri - in quanto traduttore e adattatore del testo oltre che regista e protagonista dell'allestimento di "Volpone" presentato dall'Eti al Teatro Quirino - è proprio quello di aver sottolineato, come testimoniano le battute citate, la perfetta applicabilità dell'invettiva di Jonson alla temperie corrente. Ovviamente, si tratta di un'invettiva che tocca anche, e soprattutto, il piano morale: se è vero che Corvino - uno dei personaggi (non meno avidi, cinici e laidi di lui) ai quali Volpone spilla doni in continuazione, illudendoli col miraggio di nominarli suoi eredi - giunge al punto di accettare di cedere al finto moribondo la propria moglie, Celia, e di giustificarsi con la considerazione: "L'onore. Puh! Uno sputo: la natura non lo conosce. Una semplice parola inventata per impressionare gli sciocchi"; mentre, di conseguenza, Mosca - per rassicurare Volpone, accusato, appunto, di tentato stupro ai danni di Celia - gli dirà: "Coraggio, padrone, un processo è come una partita a carte. Con mani abili si può anche vincere la partita". E gli esempi elencati, peraltro, dimostrano come nella scrittura di Jonson si fondano violenza ed eleganza stilistica, a costituire un paradigma esaustivo della complessa personalità di colui che fu, insieme, l'anima nera e uno dei più colti (se non il più colto in assoluto) drammaturghi del Seicento inglese. Basterebbe, per ciò che riguarda quest'ultimo punto, por mente alla precisione con cui descrive la Venezia di Volpone, adoperando - lui che non conosceva né l'italiano né Venezia - molte parole italiane e persino del dialetto veneziano. Probabilmente ricavò informazioni da Giovanni Florio, al quale è dedicata di suo pugno la copia di "Volpone" conservata al British Museum. E la regia di Mauri - mescolando, in perfetto accordo con le scene e i costumi di Alessandro Camera e le musiche di Arturo Annecchino, gli stilemi della farsa, del circo e dell'opera buffa - illustra tale quadro con precisione e inventiva: vedi, per dirne solo una, il letto di Volpone, fatto di forzieri colmi di gioielli e monete. Sì, quei personaggi coincidono col proprio vizio. E si capisce, allora, che nel renderli conta molto la bravura degl'interpreti. Qui sarà sufficiente rilevare che Mauri, come Volpone, è degnissimo erede dei maggiori che, fra teatro e cinema, l'hanno preceduto nel ruolo: quali Mario Scaccia, Tino Carraro e Paolo Villaggio. Eccellente anche il Mosca di Roberto Sturno, accanto, fra gli altri, al Corvino di Alarico Salaroli e al Voltore di Massimo Loreto. Molti e convinti gli applausi alla "prima".
Enrico Fiore

Corriere della Sera, Mercoledì 4 Dicembre 2002
Il regista rilegge il testo di Ben Jonson.
In scena anche il bravo Sturno.
Quel "Volpone" di Mauri inventa un nuovo finale.
Per un cronista teatrale ci sono spettacoli che misurano il tempo: non solo il tempo di tutti, ma anche quello personale. Ciò accade con i titoli rari, ma non così rari. È il caso di Volpone di Ben Jonson. Volpone non è Amleto, che si può vedere una volta l'anno; né L'assedio di Numanzia di Cervantes, che se se ne vede un'edizione nella vita si è fortunati. Ricordo benissimo il Volpone di Luigi Squarzina del '76, con Mario Scaccia e un giovanissimo Gabriele Lavia. In scena c'era tutto quell'oro e tutto quel nero: e c'era l'intellettuale volontà del regista di scardinare la favolistica allegoria testuale, così raddoppiandola. E ricordo il Volpone di Lavia, con Tino Carraro e Umberto Orsini, nel quale il rapporto tra Volpone e il servo Mosca acquisiva i connotati di una teofania negativa: Volpone era un dio del male e Mosca, come Gesù, un suo infausto messaggero. Il Volpone degli anni '70 era inscritto in un decennio tormentoso e contraddittorio nella sua ambizione di chiarire tutto; il Volpone degli anni '80 avrebbe potuto rappresentare un decennio in cui l'ambizione senza aggettivi era la somma di ogni valore. Che cos'è dunque il Volpone di Glauco Mauri, dico di Mauri regista? È, a mio parere, due cose, una oggettiva e l'altra meno oggettiva, più opinabile, più indicibile. La parte oggettiva è evidente e discende dalla riduzione che Mauri ne ha fatto. Ha tagliato dal testo il suo vero finale, quello che fa seguire alla beffa del servo nei confronti del padrone, che si impossessa di tutti i suoi costosissimi beni, l'altra beffa, quella arbitraria, di una giustizia che stocasticamente arriva alla verità, ovvero alla giustizia stessa. In questo modo Volpone torna a essere ciò che era al principio, nei Dialoghi dei morti di Luciano, una pura farsa; o ciò che in qualche modo è in quel sardonicissimo, crudele e meraviglioso episodio dell'Oro del mondo di Sebastiano Vassalli, l'episodio della madre del protagonista che nella speranza di un'eredità si sacrifica dietro un rottame umano per poi rimanere a mani asciutte. Come che vadano le cose quando si spende una parte della propria vita per conquistare denaro senza lavorare, si è dei parassiti, il mondo è il mondo del vizio, il proprio mondo è un mondo antico, assoluto, separato da ogni contesto. Così lo spettacolo di Mauri si risolve in uno sfarfallio di colori, nella festa degli occhi che procura la scoperta che il letto di finto dolore di Volpone è in realtà il suo forziere, in un gioco di attori eccellenti nel dosare le caricature (su tutte è mirabile la prova di Alarico Salaroli Corvino): che equivale, dal mio punto di vista, alla rappresentazione di un mondo che ha rinunciato a porre domande. Ma non ha rinunciato alla propria parte affettiva. È l'aspetto che ho definito indicibile. Per la prima volta in vent'anni, da che lavorano insieme, ho sentito che il protagonista non era l'attore Mauri ma l'attore Roberto Sturno: incisivo, subdolo, perfido; insomma bravissimo. Era da considerare forse come un privato e riservato passaggio di consegne: una delle figure nobili di ogni vicenda teatrale.
Franco Cordelli

La Stampa, Venerdì 1 Dicembre 2002
Il libero adattamento dalla commedia di Jonson ad opera di Glauco Mauri anche regista e interprete.
Quell´esibizionista del Volpone.
Oggi ultima replica al Quirino di Roma di un ispirato adattamento del "Volpone" di Ben Jonson ad opera di Glauco Mauri anche regista e interprete. Il torvo capolavoro elisabettiano è stato sfrondato di una decina di personaggi, ma senza perdere né una certa corposità (160' con un intervallo) né la sua aggressiva sfiducia nell'animale uomo. Volpone come si sa è un imbroglione il quale fingendosi in fin di vita attira cittadini - un avvocato, un mercante, un gentiluomo - che abbagliati dalla promessa di essere nominati suoi eredi, e abilmente manovrati dal servo Mosca, lo coprono di ricchi doni. Trascinato dalla certezza di poter sempre ingannare chiunque, però, alla lunga Volpone commette due errori: convince uno dei suoi postulanti, marito gelosissimo, a offrirgli la propria moglie, ma poi è messo in difficoltà dalla imprevista resistenza della donna; e firma un documento che lo consegna nelle mani di Mosca, il quale ne approfitta immediatamente per spodestarlo. Nel finale di Ben Jonson la giustizia ufficiale interviene, improbabilmente come nel "Tartufo" di Molière, per punire tutti. Più sbrigativo, Mauri consente a Mosca di avere partita vinta, senza lasciarci tuttavia alcun motivo per invidiarlo. La regia si avvale di alcune trovate felici. Azzeccato è l'impianto scenografico di Alessandro Camera, una stanza dominata dall'enorme letto in cui Volpone ostenta di languire, e che grazie a un ingegnoso meccanismo si trasforma in un sistema di forzieri apribili idraulicamente a comando: l'insaziabile predatore dorme crogiolandosi sul suo oro, quasi come Paperone. Altra idea spiritosa è fare di Bonario, il figlio (in Ben Jonson, il fratello) diseredato da Corbaccio per ingraziarsi Volpone, un ragazzino che volteggia in monopattino, la cui indignazione quando si erge a difensore dell'insidiata Celia, moglie di Corvino, risulta un po' comica, anche perché il giovane Sergio Raimondi è molto più piccolo di statura di Marina Kazankova, una statuaria circassa il cui corpo voluttuoso contrasta con l'irriducibile virtù. Dal canto suo, il sempre impagabile Mauri alleggerisce il carattere del protagonista regalando al trasformismo di costui una componente di giocosità persino allegra. Questo Volpone è in primo luogo un esibizionista delle proprie virtù istrioniche, e si compiace assai di momenti come quello in cui si traveste da ciarlatano e va sotto le finestre della supersorvegliata signora Corvino. Qui Mauri ha modo anche di sfoggiare virtù canore, introducendo la prima di certe cantatine tipo parodia dell'opera lirica (gradevoli musiche di Arturo Annecchino), su cui alla lunga lo spettacolo insiste forse un po' troppo. Adeguatissimi e gustosi nelle macchiette grottesche dei tre avidi quanto cinici beffati sono poi Alarico Salaroli, Gianni De Lellis e Massimo Loreto. Il trionfatore della serata è però il Mosca di Roberto Sturno, sotto la cui infaticabilità e ostentata sicurezza c'è una punta sottile di ansia e di disagio: applica la lezione del padrone, che supera in astuzia, ma a differenza di lui, non si gode niente. Il tutto riceve dal pubblico accoglienze di un calore non sempre riservato ai classici. Da domani in tournée.