Pensare in due non è semplice ma è stimolante: è un'altra occasione
per sorprendersi di fronte alle reazioni chimiche che si producono,
di fronte ai giochi che si sviluppano, alle possibilità che si parano
davanti. Il teatro offre questa possibilità di avventurarsi in territori
sconosciuti senza sapere che cosa aspettarsi, di sorprendersi nell'aprire
un armadio in cui luccica un tesoro. La relazione tra le due figure
non è a circuito chiuso, si nutre di ciò che accade fuori di loro,
del rapporto che in questo momento hanno con il resto del mondo. Leonardo
Capuano si è sempre segnalato per l'uso di un linguaggio ruvidamente
materico, sottolineato dall'urgenza di mettersi in gioco in maniera
totalizzante. "Il fuoco del lavoro è legato ai sentimenti, al non
sapere dove mettere le mani, dove mettersi. In Due non siamo partiti
dall'idea di raccontare una storia ma di renderci disponibili a un
incontro, di cercare insieme di riconoscere ciò che ci può accompagnare
in questo viaggio. Lo sforzo da fare è quello di tenere aperte più
direzioni possibili, di non perdere la capacità di meravigliarsi rispetto
a quello che emerge." Due ha debuttato in prima nazionale presso il
Festival Sant'Arcangelo dei Teatri - Luglio 2003
Il rischio del teatro (tratto dal programma del Festival S.Arcangelo
2003)
conversazione con Leonardo Capuano e Renata Palminiello a cura di
Andrea Nanni
Fin dalla sua prima prova solitaria - Sa vida mia perdia po nudda,
ispirato a Delitto e castigo - Leonardo Capuano si è segnalato per
l'uso di un linguaggio ruvidamente materico, sottolineato da una fisicità
dolente e dall'urgenza di mettersi in gioco in maniera totalizzante.
Da allora, tranne qualche esperienza sotto la direzione di Alfonso
Santagata, Capuano ha continuato a lavorare da solo tracciando ostinatamente
un itinerario scandito da prove soliste - La cura, Le sante e l'appena
ultimato Zero spaccato - in cui la concretezza delle azioni si nutre
di memorie personali e suggestioni beckettiane dando voce a un disagio
sordo e irriducibile.
L. C. Ho cominciato a lavorare da solo alla fine del 1996
per il disagio che provavo a navigare in certe frequenze che non mi
appartengono, per un dato caratteriale, forse perché sono troppo curioso
per stare ad aspettare che qualcosa succeda: inizialmente mi sono
mosso in maniera inconsapevole, magari sbagliando, ma cercando di
affrontare quello che sentivo in quel momento. Cominciare a fare teatro
mi ha cambiato la vita: mi sono avventurato in un territorio senza
certezze, ritrovandomi a muovermi al buio come un giocatore durante
una partita a carte. Per me il rischio è un elemento essenziale rispetto
al teatro: forse è per questo che amo gli spettacoli che mettono in
discussione le regole del gioco, che fanno saltare le abitudini logiche
e percettive di chi guarda.
Nei tuoi primi spettacoli si avverte sempre un bisogno di parlare
in prima persona...
L. C. Sono sempre partito dalla relazione con quello che mi circonda,
con il mondo: la mia necessità di fare teatro non è legata solo alla
possibilità di esprimere un malessere personale. Il disagio nasce
sempre in un contesto: quello che cerco di fare è dare forma a questa
relazione. Il dramma in corso, per quanto la visione sia soggettiva,
è sempre lo specchio di una realtà: non si tratta di raccontare una
storia, quanto di tracciare una parabola esistenziale in cui anche
gli spettatori possano specchiarsi. Non ho mai considerato il teatro
una terapia: fare La cura non mi ha guarito dall'ansia.
Come si traduce nella pratica del lavoro la tua attitudine al rischio?
L. C. Cercando di ripartire ogni volta da zero, senza tornare
sulle strade già percorse. Sorprendersi a fare qualcosa che non si
immaginava di poter fare: è per questo che vale la pena di rischiare,
per riuscire a essere solo un tramite, colui che si sacrifica per
far sì che il miracolo - lo spettacolo - possa avvenire. Quando comincio
a preparare un nuovo spettacolo non so dove mi porterà il lavoro,
anche se il punto di partenza è sempre lo stesso: la prima domanda
che mi pongo è: "Che cosa sta succedendo dentro e fuori di me in questo
momento?". Durante le prove di Zero spaccato, per esempio, sentivo
la voglia di annientarmi, ogni contatto con l'esterno si traduceva
in uno scontro, non avevo alcun margine di mediazione, tutto diventava
occasione di conflitto, davo il peggio di me stesso, ero come posseduto
da un demone, ma non c'era niente di psicanalitico in tutto questo:
ero semplicemente lo specchio della realtà che cercavo di raccontare.
Naturalmente tutto parte dalla necessità personale di attraversare
certe zone e, donandosi a loro, estrarne una forma: all'inizio questa
forma si riconosce, si intuisce, ma non si riesce a definirla.
Riconosci dei maestri, delle figure che ti hanno insegnato ad ascoltare
la materia che incontri?
L. C. Danio Manfredini mi ha dato delle parole con cui fare i
conti, parole che mi hanno creato problemi ma anche aperto degli orizzonti,
che mi hanno fatto riflettere sulle ragioni per cui mi batte il cuore.
Alfonso Santagata, d'altra parte, mi ha insegnato il valore dell'immediatezza,
l'importanza di avere il coraggio di buttarsi nel vuoto, di agire
nel presente. A un altro livello, Samuel Beckett è un costante punto
di riferimento per l'intensità con cui racconta la paralisi dell'anima.
Ma forse il più grande maestro è la strada, che ti insegna l'importanza
di sporcarti le mani, di aprirti a quello che ti circonda, di ascoltare
quello che succede senza pregiudizi o preclusioni.
Dopo sei anni di solitudine hai sentito il bisogno di rompere l'isolamento,
prima iniziando a lavorare con Oscar De Summa su un progetto ancora
in via di definizione, poi con Renata Palminiello, con cui sta nascendo
Due, di cui presentate un primo studio.
L. C. La necessità di confrontarsi con dei compagni di lavoro
nasce dal desiderio di imboccare altre strade. Questo non significa
che il mio percorso solitario sia esaurito, ma in questo momento sento
il bisogno di imparare a lavorare con altre persone. Renata si è formata
in un periodo in cui erano ancora attivi grandi maestri come Tadeusz
Kantor e Jerzy Grotowski, in cui c'era un'intelligenza teatrale molto
alta; ha lavorato con un giovane maestro come Thierry Salmon e tutto
questo fa sì che la sua modalità di pensiero sia molto diversa dalla
mia. Pensare in due non è semplice ma è stimolante: è un'altra occasione
per sorprendersi di fronte alle reazioni chimiche che si producono,
di fronte ai giochi che si sviluppano, alle possibilità che ci si
parano davanti. In Due non siamo partiti dall'idea di raccontare una
storia ma di renderci disponibili a un incontro, di cercare insieme
di riconoscere ciò che ci può accompagnare in questo viaggio. Lo sforzo
da fare è quello di tenere aperte più direzioni possibili, di non
perdere la capacità di meravigliarsi rispetto a quello che emerge.
Il teatro è una materia specifica, con le sue regole e i suoi codici,
ma questo non preclude la possibilità di avventurarsi in territori
sconosciuti senza sapere che cosa aspettarsi, di sorprendersi nell'aprire
un armadio in cui luccica un tesoro.
R. P. Anche per me la molla principale è stata la voglia di
confrontarsi con un percorso completamente diverso dal mio: nel lavoro
di Leonardo ho riconosciuto un coraggio e un estremismo che io avevo
lasciato molti anni prima, quando era finita l'avventura con Thierry
e la mia famiglia teatrale. Sentivo di nuovo il bisogno di mettermi
davanti a un vuoto e concedermi la libertà di cascarci dentro. Abbiamo
pensato a lungo alla possibilità di lavorare insieme e ora sembra
arrivato il momento giusto.