Fox & Gould Produzioni
presenta

IL MIO CANE STUPIDO
(My dog stupid)

di John Fante

con
ANDREA BRAMBILLA


regia
Andrea Brambilla





"II mio cane Stupido", forse è il romanzo più stravagante di Fante, nato in un periodo di confusione e di rivoluzioni generazionali - il movimento hippie, la subcultura psichedelica, la guerra del Vietnam -, rappresentò il passaggio dello scrittore dalla prospettiva dell'eterno adolescente a quella di padre di famiglia. Quattro figli (più o meno ribelli e rompiscatole) dediti all'erba e alla musica di Frank Zappa, una moglie stanca ed annoiata, una gloriosa casa a forma di ipsilon sulla costa dell'Oceano: la vita di Henry Molise, scrittore cinquantenne in crisi di ispirazione sembrerebbe destinata ad una quotidianità prevedibile fatta di litigi e riappacifìcazioni domestiche, libri mal riusciti e sbornie solenni. Ma durante una sera di pioggia qualcosa di imprevisto accade, un altro elemento si aggiunge di forza alla sua sgangherata famiglia a turbarne il già traballante equilibrio: è un gigantesco cane akita, ottuso e testardo ( e irrimediabilmente , profondamente gay). E non c'è nulla da fare: Stupido, questo il suo nome, non se ne vorrà andare, innescherà anzi una incredibile serie di meccanismi a catena fino a portare il povero Henry Molise sull'orlo di un tragicomico disastro. Questo l'antefatto narrativo dell'esilarante "II mio cane Stupido", cinico, impietoso, ironico, drammatico, grottesco autoritratto di John Fante ormai alle soglie della piena maturità, tardo ed imprevedibile capolavoro di uno dei più grandi scrittori americani del '900. Mai come in questo romanzo la scrittura di Fante sia mostrata così tesa e tagliente, mai la sua penna ha trovato una uguale forza comica e corrosiva. "Il mio cane Stupido" rappresenta un atto di resa (una resa comica e disperata) di fronte alla bellezza e l'insensatezza del mondo.

L'autore
John Fante è nato a Denver, Colorado, nel 1909 da un muratore abruzzese emigrato, e passa i primi anni in povertà. Nel 1929 si trasferisce in California, mantenendosi con umili lavori. Comincia a scrivere racconti per l'American Mercury di Henry Louis Mencken. Nel 1936 crea il personaggio di Arturo Bandini, suo alter ego, protagonista del romanzo "La strada per Los Angeles", rifiutato dagli editori, e di "Aspetta primavera, Bandini", pubblicato nel 1938. Dopo "Chiedi alla polvere" (1939), considerato il suo capolavoro e "Full of life" (1952) si dedica all'attività di sceneggiatore e viene dimenticato come scrittore. La riscoperta avviene nel 1980, grazie a Charles Bukowski che fa ristampare "Chiedi alla polvere". Altri suoi romanzi: "Sogni di Bunker Hill", "La confraternita del Chianti", "II mio cane stupido", "Dago Red", "II Dio di mio padre" e "La grande fame". Cieco e malato di diabete muore a Los Angeles 1'8 maggio 1983.

John Fante e Charles Bukowski
Tra gli amici più cari e sinceri di John Fante c'era senza dubbio Charles Bukowski. E' cominciato tutto nel 1980: John Martin, un piccolo editore di Santa Barbara, aveva fatto una riedizione di un libro del 1939, "Chiedi alla polvere" che gli aveva segnalato il suo autore più importante Charles Bukowski. Bukowski l'aveva appena trovato per caso nella biblioteca pubblica di Los Angeles, aveva preso un libro a caso: "Le parole scorrevano con facilità in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da una simile... Ecco finalmente uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con una straordinaria semplicità... Dopo andai alla ricerca di tutte le sue opere, erano dello stesso tipo, scritti con le viscere, con il cuore per il cuore. Fante ha avuto una grande influenza su di me... Era il mio Dio. Poi 1' ho conosciuto. Nel suo caso, linguaggio e personalità coincidono: entrambi sono forti, buoni e caldi". Bukowski celebrò a modo suo il vecchio e sfortunato amico. Con alcune poesie, inedite in Italia, pubblicate nel 1996. Nella prima poesia, dal titolo "Fante", Bukowski scrive:

Non ha mai saputo che sarebbe diventato
famoso.
Sono sicuro che non gliene sarebbe sfottuto
nulla.
Ma no, qualcosa gliene sarebbe sfottuto.
John, tu sei uno dei grandi ora sei entrato nel Libro degli
Immortali proprio lì accanto a Dostoevskij,
Tolstoj, e al tuo amico
Sherwood Anderson.

In un'altra poesia, dal titolo "Epilogue", dice:

Tu sei morto
ma i buoni scrittori
restano e così resta il modo in cui mi hai aiutato
a mettere giù le righe
proprio nella maniera in cui
io volevo.
Sono felice, finalmente, di averti incontrato
anche se stavi
morendo.