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Ferdinando Galiani scrisse
"Socrate immaginario" nel 1775 in collaborazione con Giovan Battista
Lorenzi. "Parodia" in versi da coniugare con la musica di Paisiello,
libretto semiserio per prendere in giro i tanti "arcadici" pastori e
pastorelle con corredo di divinità che popolavano i teatri di quel tempo.
AI centro di "Socrate Immaginario" c'è un benestante scombinato quanto
sognatore, tal don Tammaro Promontorio, marito tiranno e vittima a sua
volta di una beffa gustosa. Lui decide di essere "Socrate redivivo",
vuole che tutto si ispiri agli amatissimi canoni di una classicità passata,
anzi vuole che anche il cane di casa muova la coda alla maniera dei
greci. Figurarsi come possano prendere la cosa parenti ed amici. La
moglie Donna Rosa viene costretta a farsi chiamare Santippe a ricordo
della insopportabile moglie del gran filosofo, il barbiere di casa viene
ribattezzato Fiatone, ed i servi e gli amici debbono prendere nuovi
nomi che ripetono quelli dell'epoca lontana ed amatissima dal padrone
di casa. "Platone con la verve di Arlecchino", "Platone e Molière uniti
insieme", "Arlecchino con la testa di Machiavelli". Queste le definizioni
coniate da tre dei suoi più illustri contemporanei - nell'ordine Grimm,
Voltaire e Marmontel - per riassumere la complessa personalità di Ferdinando
Galiani; connotata, insieme, dall'intelligenza e dal brio. E, per completare
il quadro, possiamo aggiungerci l'opinione di Diderot; il quale attribuendogli
vasta cultura, spirito d'osservazione, capacità di sintesi e avversione
alle astrazioni - considerava l'abate napoletano, che aveva letteralmente
conquistato la Parigi illuminata, "un uomo di genio che pensa e ci fa
pensare".
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