Compagnia Gli Ipocriti
diretta da Pasquale Scialò e Melina Balsamo
Teatro Stabile di Napoli

presentano


LA VISITA DELLA VECCHIA SIGNORA
di Friedrich Durrenmatt

con
ISA DANIELI


regia
Armando Pugliese

scene e costumi Bruno Buonincontri
musiche Pasquale Scialò


Friedrich Dürrenmatt nacque a Konolfingen, Svizzera il 5 gennaio 1921. Suo nonno, poeta satirico-politico ben noto, incoraggiò nel giovane Friedrich uno spirito critico che lo avrebbe caratterizzato nei suoi futuri lavori; il ricordo del nonno ispirò quasi tutta la sua attività di scrittore. Da giovane frequentò l'Università di Berna dove studiò letteratura, teologia, filosofia e scienze. Fu qui che per la prima volta si interessò alla scrittura teatrale, dopo essere stato un regolare frequentatore di operette. Dopo essersi trasferito all'Università di Zurigo, Dürrenmatt decise di ritirarsi e dedicarsi totalmente alla scrittura di opere teatrali. All'età di 22 anni, scrisse la sua prima opera, una commedia lirica e apocalittica che non fu mai messa in scena. Nel corso dei successivi cinque anni, cercò di sopravvivere scrivendo dei brevi racconti, misteriose novelle e commedie per la radio, abbandonando totalmente la scrittura di testi teatrali. Il successo cominciò nel 1952, con la commedia "II matrimonio di Mr. Mississippi" nella quale per la prima volta espresse il suo personale stile teatrale. "La visita della vecchia Signora" che Io portò al successo per l'impiego del grottesco, ottenuto dalla mescolanza della commedia e della tragedia, è stato scritto nel 1956. Oltre ad essere un famosissimo scrittore, Dürrenmatt era anche un validissimo pittore. Nell'89 Dürrenmatt dona i propri manoscritti (opere edite e inedite) alla Confederazione Elvetica. Insignito di numerosi premi, tra i quali: nel '54 e successivamente nel '79 il Premio letterario della città di Berna, e nell'84 il Premio dello Stato austriaco per la letteratura europea. Morì a NeuchâteI nel 1990.

Nelle opere di Dürrenmatt si squarta, si decapita, si castra, si fucila, si avvelena ad ogni piè sospinto. I leoni e i leopardi che gli svizzeri vanno a cacciare in Africa calcano le scene dei loro stessi teatri, e il vederli costa pochi franchi. In prima istanza questa crudeltà generalizzata si presenta però a Dürrenmatt sotto la forma di apparato statale. C'è senza dubbio l'eredità della polemica elvetica del piccolo contro il grande, del federale contro il centralizzato, polemica che risale a Burckhardt… e c'è anche il riallacciarsi, al di là di Brecht, a certi motivi del teatro espressionista. La razionalizzazione dell'universo diventa per Dürrenmatt un compito impossibile che porta in se stesso, e non in un sabotatore consapevole come Romolo Augustolo (in Romolo il Grande), la propria negazione. L'impero Romano diventa l'impero di Nabuccodonosor, che vuole trasformare anche l'ultimo mendicante in un funzionario statale, e se egli rifiuta, consegnarlo al boia. Ma il mendicante si traveste lui da boia, un angelo scende a Babilonia (in Un angelo viene a Babilonia) e vi porta il disordine dell'irrazionale e dell'amore, e così a Nabuccodonosor non resta altro che ordinare la costruzione della torre di Babele per dare la scalata al ciclo e tentare di razionalizzare anche quello. La perfezione della tecnica e dei "servizi" evoca proprio quei fantasmi dell'irrazionale che intendeva bandire... A questo punto il potere "cattivo in sé" si è identificato con la stessa razionalità deificata e burocratizzata del capitalismo che a Dürrenmatt appare come la razionalità in sé. Il grottesco delle sue commedie consisterà allora nell'evocare fantasticamente l'aspetto mostruoso e sanguinolento della '"morale caparbia e dispettosa" implicita nella logica del capitalismo. La crudeltà non è solo nell'impero romano o babilonese: è anche nella vita della cittadina tedesca di provincia, decaduta e impoverita in mezzo alla prosperità generale, dove si svolge l'azione della commedia La visita della vecchia signora (anno 1956), il capolavoro dell'autore, è uno dei più felici testi della drammaturgia degli ultimi quaranta anni. Un famosissimo critico in "Le Theatre nouveau a l'ètranger" dice: "E' si, la parabola del Denaro che corrompe le coscienze ma è soprattutto un ritratto irresistibile e visionario del mondo meschino della provincia della Svizzera". L'opera è il ritratto di una vecchia ricchissima che offre un miliardo a chi ucciderà l'uomo che l'ha sedotta e abbandonata tanti anni prima, quest'ultimo si lascia alla fine uccidere, convinto di non poter sfuggire al proprio destino di vittima sacrificale degli egoismi degli abitanti della sua cittadina.

La letteratura e la pittura di Dürrenmatt rispecchiano il modo di percepire il mondo come labirinto: questo tema è costante nell'opera dürrenmattiana ed è trattato nella novella "La città" e poi ne "La guerra nell'inverno tibetano". Il "Minotauro" appartiene a quest'arca tematica: una figura mostruosa, l'immagine del solitario, dell'isolato. I testi teatrali sono fulminee illuminazioni soprattutto degli orrori di questo mondo e come tali non possono essere che estremamente soggettive: "Quello che vale oggi, valeva anche allora: drammaturgia del labirinto, Minotauro. Nel rappresentare il mondo, al quale mi sento esposto, come labirinto, tento di prenderne le distanze, di fare un passo indietro, di guardarlo negli occhi come un domatore guarda una bestia feroce. E questo modo così come lo percepisco io lo metto a confronto con un mondo contrapposto ad esso e che io m'invento".

Partendo dal teatro, vista la citazione sul mondo "labirintico" ne "Il Minotauro", ricordiamo che in Dürrenmatt, contrariamente a Brecht, non esiste una drammaturgia, ovvero la formulazione di una teoria drammaturgica. Dürrenmatt non proviene infatti da un'ideologia ma dalla filosofia e dalle scienze naturali. Come autore teatrale egli era per un verso un "costruttore di pensieri che inventava e sviluppava una dopo l'altra le sue storie, dall'altro un abile uomo di teatro che continuava a modificare i suoi testi anche quando erano già andati in scena, se la perfezione dell'allestimento lo richiedeva. II theatrum mundi durrenmattiano è dunque da ritenersi di impostazione etica e filosoficoepistemologica. Come nel teatro e in alcuni romanzi, anche nella prosa breve dei racconti i temi variano dalla sfera dell'attualità alle più terribili prefigurazioni del futuro, dal mito alla lotta per il potere. Quale sia l'intuizione o l'idea che innesca lo sviluppo della narrazione, l'orizzonte di Dürremnatt si colora subito delle tinte che fanno da sfondo all'immane confronto fra l'individuo e il Male:
"Il solo modo per superare il conflitto è viverlo. L'arte e la letteratura sono, come qualunque altra cosa, un confronto col mondo. Una volta afferrato questo, ne potremo intravedere anche il senso.
In rapporto alle sue opere letterarie, i disegni non sono da ritenersi un lavoro annesso, ma dei "campi di battaglia fatti di tratti e colorì" dove annegano le sue lotte, avventure, esperienze e sconfitte di scrittore, Dürremnatt si è sempre ritenuto non un disegnatore "artistico" ma "drammaturgico". Il punto di partenza della sua ricerca sono le immagini e metafore che gli permettono di descrivere astrattamente la realtà, poiché ciò che non è rappresentabile non può essere reso che attraverso metafore; egli scrive e dipinge per il solo fatto che pensa. In questo senso i suoi quadri e disegni rappresentano il complemento della sua scrittura e non possono essere scissi, essendovi all'origine sempre l'immagine, la situazione - il mondo. "Io non mi preoccupo della bellezza dell'immagine, ma della sua possibilità"