Pupi e Fresedde
Teatro di Rifredi
presenta

L'ULTIMO GIORNO DI UN CONDANNATO A MORTE
riduzione dal libro di Victor Hugo
adattamento di Stefano Massini

con
ALESSANDRO BALDINOTTI
ROBERTO GIOFFRÈ
FABIO MASCAGNI
ANNA MARIA GUERRINI

regia
Stefano Massini


scene Michele Ricciarini
costumi Joanka Micol Medda
luci Alfredo Piras


Che cosa è, realmente, "L'ultimo giorno di un condannato a morte"? Riformulo la domanda: che cosa si nasconde nel più profondo codice genetico di quel testo? Come è nato e perché è nato? Infine - e soprattutto - quale chiave di lettura non corre il rischio di tradirne la natura? Rispondere non è semplice. Ovviamente. Ma è proprio nell'estrema problematicità di quella risposta che si cela il fascino e l'interesse del mio rapporto col testo. Tento dunque qualche appunto di regia con impossibili pretese di chiarezza. Cerco una presentazione che restituisca almeno in parte il profondo conflitto che caratterizza la vicenda del mio confronto con la controversa opera di Victor Hugo. La storia di questo intervento registico è stata - e continua ad essere nel momento in cui scrivo - la storia di una consapevole lotta contro la banalità. Il che, a sua volta, è fin troppo banale se non se ne spiega il senso. Il fatto è che il rischio di superficialità non investe tanto le scelte di messinscena, quanto piuttosto (e più radicalmente) la comprensione dei valori fondamentali dell'opera, della sua vocazione ultima, della sua più intima essenza (di gran lunga anteriore alle opposte eventualità della sua esistenza "scenica"). Concretizziamo: si tratta apparentemente di un racconto. Precisiamo: si tratta apparentemente dell'anatomica descrizione di un lento procedere verso l'albero patibolare: un coacervo di riflessioni, ricordi, rimorsi appesi al filo di una speranza labile. Sintetizziamo: si tratta apparentemente di una vertiginosa incursione voyeuristica nell'intima desolazione di una cella, squallida sala d'aspetto per un decesso segnato. Bene, il quadro è perfetto: un trentennio prima della pubblicazione dei Misérables, Victor Hugo confeziona un bel monologo interiore condito di fosche tinte romanzesche e cucito ad uso e consumo di un Jean Valjean cui è negata ogni redenzione. Ed ecco la banalità. Eccola, in pieno. Ecco la superficialità di una lettura che si affida interamente alla cronaca, etimologicamente intesa come narrazione di un tempo esatto, effettivo, fotografato nella sua irripetibilità aneddotica. Lettura possibile, certo, lettura legittima. Ma lettura clamorosamente banale perché vertiginosamente riduttiva, limitata, miope. Qui c'è ben altro che la semplice storiella di una morte annunciata. Qui si va oltre l'elenco delle lacrime e dei patetici scoramenti. Sotto l'innocente e candida forma del racconto un agguerritissimo ventisettenne di nome Victor Hugo si lancia nel più lucido atto d'accusa contro la pena di morte, pronunzia la più spietata arringa contro i gregari di monsieur Guillotin, non si vergogna di attentare al più solido pilastro sociale di Joseph DeMaistre. Altro che racconto: siamo davanti alla più polemica ed eversiva delle arringhe. In altre parole: l'autore si prende le sue responsabilità. Se le assume tutte quante, scende nell'arena tra i gladiatori, monta sulle barricate del dissenso senza nascondere il viso. Quel che vale è che l'autore non si camuffa dietro la consueta e anonima oggettività della narrazione: l'autore è lì, al fianco del personaggio, è parte integrante del testo perché se ne serve ad ogni istante come strumento di persuasione. Strumento politico, senza reticenze. Chiarisco e concludo: l'autore non è soltanto creatore, ma protagonista del libro, Victor Hugo è il principale personaggio de "L'ultimo giorno di un condannato a morte". Lo dichiara senza mezzi termini nella Préface: il suo testo è perfettamente inutile se non viene letto come un nitido gesto di utilità sociale. E qui nasce lo spettacolo. Qui si forma il senso di una riduzione teatrale. Meglio: il senso di questa riduzione teatrale. Così si coglie il senso di uno spettacolo che non può, non vuole e non deve raccontare una storia, mentre invece può, vuole e deve scoprirsi continuamente come opera politica, di persuasione. Opera civile. Addirittura orazione civile? Forse sì. Se mi chiedete un'immagine di questa regia non risponderò con le lacrime di un condannato. Preferisco il volto di Victor Hugo. E il suo grido nella storia.
Stefano Massini