Comp. Diablogues/Le Belle Bandiere
Teatro degli Incamminati
Teatro Comunale Ebe Stignani di Imola
presenta

ANFITRIONE
di Molière
da Plauto a Kleist

con
ELENA BUCCI
STEFANO RANDISI
MARCO SGROSSO
ENZO VETRANO

e con
Giuseppe Calcagno, Marika Pugliatti

regia
Elena Bucci, Stefano Randisi,
Marco Sgrosso, Enzo Vetrano

scenografia Carluccio Rossi
luci Maurizio Viani
direttore di scena Giuliano Toson
datore luci Max Mugnai
fonico Antonio Lovato
collaborazione alle traduzioni Giuliana Zanelli
assistente alla regia Gaetano Colella


Amoroso di Alcmena, Giove, entrato
Nell'aspetto del coniuge di lei,
Fa visita alla donna mentre quegli
I nemici combatte. Aiuta Giove
Travestito da Sosia, il dio Mercurio
Raggirando, al ritorno, Anfitrione e
Il servo suo. Lo sposo contro Alcmena
Ora aizza la folla e investe Giove
Nessuno il vero sposo sa distinguere
Eppure tutto si chiarisce
Acrostico di Tito Macco Plauto

Dopo il grande successo di pubblico e di critica de Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello, la cui ripresa è programmata per i primi mesi del 2001, abbiamo ritenuto necessario, oltre che stimolante, proseguire una così felice esperienza di collaborazione artistica e produttiva. Assieme al Teatro de gli Incamminati e al Teatro Ebe Stignani di Imola, che ci seguono in questa avventura, abbiamo elaborato un progetto triennale di rivisitazione di alcuni grandi Autori del Teatro classico, che prevede - dopo Pirandello - Molière e Checov. Per la prossima stagione, con debutto a fine ottobre al Teatro Comunale di Imola, con la stessa affiatata formazione, stiamo lavorando su una delle commedie di Molière tra le meno rappresentate, ma tra le più perfette nel meccanismo teatrale: Anfitrione, definita da Thomas Mann la commedia più bella del mondo. Pur nel rispetto integrale della stesura drammaturgica - come già è avvenuto per Il Berretto a sonagli - con l'intento di riscoprire la freschezza, lo stupore e la verità della scrittura di Molière, affronteremo il lavoro secondo la nostra poetica teatrale, senza nulla concedere alle stratificazioni polverose e ripetitive di certo teatro di tradizione, attingendo anche ad altre commedie scritte sull'argomento in un arco di tempo che va dal 200 a.C. al 1929, dalla prima versione - quella straordinaria di Plauto - a quella di Kleist, che traduce la commedia di Molière con alcuni notevolissimi affondi psicologici, a quella di Giraudoux (secondo lui la versione n° 38!) che si diverte a stravolgere il rapporto uomini-dei a favore di un'umanità conscia e soddisfatta dei propri limiti e orgogliosa della propria condizione.

Note di regia
Abbiamo letto Anfitrione come una commedia divertente e crudele, che fa ridere e sorridere, ma al tempo stesso mette inquietudine e paura, una gemma di equilibrio tra una comicità leggera, a volte farsesca, e una drammaticità ironica che sconfina nella tragedia. Plauto stesso definì la sua opera una tragicommedia, e veramente la beffa ordita dagli Dei ai danni dei mortali allo scopo di soddisfare i loro umanissimi capricci, accanto all'esilarante gioco degli scambi di identità e degli incidenti che ne conseguono, produce una tensione via via crescente per la durezza anche spietata con cui lo scherzo si accanisce sui personaggi, privandoli - oltre che della loro stessa identità - della capacità di distinguere il vero dal falso, l'essere dall'apparire. Cosa c'è di più affascinante per un attore che porsi il problema dell'identità? E che cosa c'è di più accattivante per lo spettatore se non potersi godere dal vivo la visione dell'attore - per definizione giocatore di maschere, acrobata tra finzione e realtà - che gioca e lotta, vincendo e perdendo, per la sua identità, il suo ruolo, inseguendo quella sottile linea d'ombra dove non si è né sé stessi né altro da sé, ma una pura creazione viva e nuova, che, luciferina, vuole assomigliare all'opera degli Dei? Di questi personaggi ci siamo innamorati, anche per la varietà e ricchezza di spunti che ognuno degli Autori ha conferito loro: Sosia e Anfitrione, piombati l'uno per via grottesca l'altro tragica in una confusione esistenziale che porta all'annullamento di sé; Giove e Mercurio, divinità prepotenti, crudeli e capricciose, ma al tempo stesso irrise e demitizzate; Cleante (o Caride, o Bromia), antesignana di tutte le serve e servette comiche, complici e petulanti; Alcmena, oggetto della discordia e incarnazione suprema della Grazia, beffata per prima, e forse con più crudeltà degli altri, ma pura fino in fondo per la fedeltà adamantina del suo amore e per la fierezza della sua condizione di essere umano. Ci è sembrato di trovare, in questo Anfitrione, tutti gli elementi di rischio e di divertimento che cerchiamo in ogni nuovo allestimento, e allo stesso tempo una ricca tradizione cui vale la pena di ridare vita. Ancora una volta, una bellissima storia dai tratti ormai proverbiali, si riveste di sensi nuovi, vicini a noi: non sentiamo un persistente senso di disagio di fronte alle manifestazioni di una realtà virtuale più vera del vero? E chi siamo più noi, persi in una valanga di informazioni che ci ricordano ogni attimo la mutevolezza incomprensibile dell'universo? Di fronte allo sperdimento e al capriccio del caso e degli Dei le ancore di salvezza non cambiano: l'amore, il patto di fedeltà, la lealtà, l'amicizia. Come senso da rivivere e riascoltare non ci sembra poco.

La trama

Per poter godere dell'amore della bella Alcmena, sposa innamorata e fedelissima del generale tebano Anfitrione, nel corso di una guerra che lo tiene lontano Giove prende le sembianze del valoroso marito, e si accoppia con lei in una notte eccezionalmente lunga, avvalendosi della complicità di Mercurio che fa buona guardia alla casa sotto l'aspetto di Sosia, servo del condottiero. Mentre Giove è nel letto con Alcmena giunge Sosia per annunciare alla sua padrona il ritorno vittorioso del marito, ma, confuso dall'aspetto e dalle parole di Mercurio, giunge a dubitare della propria identità. Il giorno dopo Anfitrione rileva la freddezza quasi indifferente di Alcmena, a sua volta stupita e offesa che il marito neghi di aver trascorso la notte insieme a lei. Il grande amore dei due sposi si trasforma in una reciproca ostilità, aggravata dall'ostinata intromissione di Giove/Anfitrione che continua ad amoreggiare con Alcmena, e contrappuntata da un'identica schermaglia in versione comica tra Sosia e la moglie Cleante. Anfitrione si vede tradito da tutti - compreso lo stesso compagno di sventura Sosia - e rapinato della propria identità unanimamente attribuita a Giove, salvo ricomporre quest'ultimo un inaspettato lieto fine rivelando l'intrigo e lasciando i due sposi eredi della nascita di Ercole.