Teatro Mancinelli Città di Orvieto
Compagnia della Luna
presentano

CONCERTO FOTOGRAMMA
testi di Vincenzo Cerami


con

NICOLA PIOVANI

e con
Nicoletta Fabbi, Pino Ingrosso,
Norma Martelli, Rossella Ruini

e con I Solisti dell'Orchestra Aracoeli
Alessio Mancini, Simone Salza, Nolito Bambini,
Pasquale Filastò,, Monica Ficarra, Ivan Gambini,
Massimo D'Agostino, Carla Tutino

pianista e direttore
Nicola Piovani

disegno scenico Andrea Taddei
luci Danilo Facco
suono Fabio Venturi


La musica della terza strada
Picchiettando sui tasti bianchi neri di un pianoforte, cercando con le dita armonie e invenzioni di risonanze, si può immaginare un mondo intero di musiche, voci che da quei tasti diventano testimonianze dell'anima, archi che avvolgono le cose che ci sono intorno con un velo di eleganza che rivela senza turbare, ritmi che saltellando e scandendo sostengono qualsiasi impalcatura e sdrammatizzano il dramma che incombe sulla condizione umana. Sembra quasi di immaginarlo, Nicola Piovani, col suo viso di fanciullo che non cede neanche di fronte all'imbiancare dei capelli e all'inevitabile accumulo di esperienza e consapevolezza, cercare nella musica i mille piccoli segreti che nelle loro illimitate combinazioni ci regalano squarci, punti di vista, intuizioni fugaci sulla vita. In fin dei conti prima ancora di essere un musicista. Piovani è un libero pensatore, e come tale non soccombe al pessimismo. Se non avesse fatto il musicista, sarebbe stato filosofo, scrittore, o pittore, chissà, ma di sicuro la musica non è stata una scelta casuale. E l'unico mezzo che ancora oggi, malgrado tutto, preserva il candore, lo rende possibile e praticabile. La sua carriera è in fondo un miracolo, di questi tempi. Un musicista fa più o meno quello che vuole fare, in quasi totale libertà (e non inganni il termine condizionante di "applicata" che si attribuisce alla musica per cinema), lo fa per anni, non senza difficoltà, e continua egualmente a farlo, finché non gli piove addosso un Oscar. E stato bravo, e fortunato. Anche se in questi casi forse le due cose si equivalgono. Sta di fatto che Piovani è uno dei pochi privilegiati che oggi in Italia può percorrere, con successo e meritati riconoscimenti, quella che potremmo definire la musica della terza strada, ovvero quella che non rincorre i modelli, in qualche modo obbligati, del mercato, e allo stesso tempo è fuori dalle paludi macchinose e arrugginite dell'accademia. Ad altri non è riuscito, eppure l'Italia non manca di estro musicale, ha solo binari troppo stretti. La sua è musica popolare, nel senso che chiunque la ascolta, e in genere capita a chi ha ancora voglia di "ascoltare", ne rimane in genere incantato. È musica popolare che vive della sua splendida dignità, perfino altera, che si fa comprendere senza per questo rinunciare alla ricerca di raffinatezza e di imprevedibilità. Non parliamo di perfezione, tutt'altro. Piovani è umanissimo, umanamente discontinuo, ma le sue musiche, con tutte le oscillazioni, i picchi sublimi, le navigazioni sotto costa, sono comunque il frutto di una convinzione invincibile nell'ottimismo della ragione, che per un musicista significa dare illimitata fiducia al potere taumaturgico della musica, per se stessi, per chi l'ascolta, per guarire semplicemente ricordandoci i nostri umani, incantati, paesaggi.
Gino Castaldo

Il Concerto Fotogramma è una riflessione a scena aperta su musiche che sono nate per vivere sotto - a fianco di - sequenze di film, qualche volta per messe in scena teatrali, musiche che ora, rilucidate e riorchestrate, sono pronte ad essere rilette con scrupolosa libertà, riallestite per essere suonate al pianoforte, in mezzo ai Solisti dell'Orchestra Aracoeli; senza la potenza lussuriosa e l'enfasi magica dell'orchestra sinfonica, ma con l'elasticità espressiva del gruppo solistico. Viaggiando fra partiture più o meno recenti - da La notte di San Lorenzo a La voce della Luna, da Caro diario a La vita è bella, da Canti di Scena a Romanzo musicale - le musiche del Concerto Fotogramma si affidano all'immediatezza del cantabile, alla libertà dello scarto ritmico, al gusto di suonare affiatati cioè sul fiato reciproco e sul fiato del pubblico - quando ci si riesce. E tutte le sequenze sonore che si susseguono nel concerto, anche quelle che vengono da spettacoli teatrali, restano legate alla mia fantasia di evocazioni a un'immagine, a uno spezzone visivo, a un disegno: a un fotogramma, comunque. Il fotogramma è un lampo visibile, un tela nata per non essere vista, per scivolare impercettibilmente sul nostro sguardo, ventiquattro volte in un secondo; ma a volte, a fissarlo, riesce a indurci una sorprendente ipnosi fuori ordinanza. Si dice spesso che di una musica ben riuscita bastano poche battute per rievocarci alla mente l'anima di un intero film. Ma è anche vero che qualche volta può bastare un solo fotogramma, fisso ma eloquente, per risuscitarci nella memoria un'intera partitura. Il Concerto Fotogramma altro non è - o meglio altro no aspira ad essere - che un cammino riflessivo, imprudente e senza ambizioni consuntive, attraverso quelle musiche narrative che hanno di più segnato la coscienza di chi le ha scritte, cioè la mia.
Nicola Piovani