Produzione Teatrale Osi 85
direttore artistico Barbara Terrinoni
presenta


BARRYMORE

di William Luce
traduzione e adattamento di Antonia Brancati


con
PIER LUIGI MISASI

e con
Dario Costa

regia
Giuseppe Cairelli

musiche Antonio Di Pofi
Light designer Stefano Pirandello
allestimento scenico Maurizio Misasi
scenografo Chiara Mariotti
costumi Gianni Serra
aiuto regista Roberta Formilli


La commedia vincitrice del Tony Award è ambientata in un teatro vuoto nel 1942, dove John Barrymore, alla fine dei suoi giorni, cerca di riallestire il suo più grande successo "Riccardo III", ma sopraffatto dai ricordi non riesce a far altro che ripercorrere a ritroso la sua esperienza umana e professionale. Tra ricordi e rimpianti, aneddoti e racconti privati, la vita del grande attore coinvolge lo spettatore, partecipe anch'esso della commedia, in un gioco emozionante che spazia dal riso al pianto.

John Barrymore
Per comprendere la personalità' grandiosa ed autodistruttiva di John Barrymore bisogna analizzare il controverso rapporto che egli ebbe con la propria famiglia ed il percorso umano e culturale che lo ha portato a trionfare ad Hollywood e sul palcoscenico. A differenza di Ethel e Lionel, che seguirono immediatamente i genitori sulla scena, John volle prima mettersi alla prova come disegnatore di fumetti e quindi vivere a Parigi, dove condusse un'esistenza sregolata e bohemienne. Il fascino del teatro lo richiamò sul palcoscenico a ventun'anni, quando cominciò a recitare dimostrando nel giro di poche stagioni di essere il Barrymore dotato di maggiore talento. Era alto, prestante e dotato di una voce capace di sedurre e commuovere; la sua presenza scenica era straordinaria (fu soprannominato sin dai primi anni "the great profile") ed il coraggio delle sue interpretazioni sfiorava la sconsideratezza: dimostrò di essere in grado di saper eccellere sia nel drammatico che nella commedia leggera, ed interpretò magistralmente Shakespeare quando l'autore sembrava un patrimonio esclusivo degli attori inglesi. Eccelse nel cinema sonoro e forse ancor più nel muto, dove riuscì a immortalare un indimenticabile Achab all'interno di un ridicolo filmaccio della Warner, e, soprattutto "Beau" Brummell, adattando la sua tecnica di recitazione teatrale alle esigenze cinematografiche. Nella storia dello spettacolo, pochi interpreti sono identificabili come Barrymore con la figura dell'attore, sia da un punto di vista della personalità intima, che dello straordinario valore delle sue Performances. Eppure, il suo percorso di vita dimostra che il rapporto con la sua arte fu conflittuale e doloroso. La sua formazione eclettica, la rivalità che sentiva all'interno della famiglia, e, soprattutto, una perenne insoddisfazione esistenziale che lo portò a diventare un semi-alcootizzato, fecero di lui un attore eccelso ma incostante, capace di alternare la misura a momenti di straordinaria gigioneria. Il merito principale della bella commedia di William Luce è quello di aver colto questi aspetti contraddittori di una personalità onnivora, che si trovò a recitare quasi per caso e a vivere il proprio talento come una condanna. Quando entra in scena, Barrymore non ricorda nulla del Riccardo III che sa interpretare come nessun altro: ignora totalmente le motivazioni del re e vede se stesso come l'attore del "Macbeth" che si dimena per raccontare una "storia narrata da un'idiota, piena di urla e furore, che non significa nulla". E' un'intuizione illuminante sul ruolo dell'attore, quella del commediografo, che consente indirettamente di riflettere sul rapporto tra arte e artista, tra passione e risultato. Non e' un caso che questo attore che visse la propria professione con un approccio antitetico rispetto a quello del "Metodo" consideri se stesso il "principe dei clown". Nella commedia di Luce, Barrymore reagisce al mistero dell'esistenza con il cinismo di una risata, e annega la sua disillusione nell'alcool: è fin troppo consapevole che siamo tutti della "materia di cui sono fatti i sogni", ma sa anche che l'arte sopravvive sempre all'artista, come la speranza.
Antonio Monda

Ritratto di un gigante
I divi di oggi fanno a gara a tentare di dimostrarci "che sono proprio come noi": personcine normali, con piccoli affetti legali e domestici, il libro di ricette della nonna sul comodino a fianco della foto di Madre Teresa. Nelle interviste, con infinita modestia, sembrano quasi scusarsi perché per loro quel quarto d'ora di celebrità che secondo Warhol oggi spetterebbe a tutti è durato qualche briciola di tempo in più. La loro massima aspirazione artistica è "essere naturali proprio come nella vita di tutti i giorni" col risultato di essere spesso piccini, contegnosi, inespressivi, slavati. Che pazzia! Gli anglosassoni hanno un termine splendido per descrivere la gente di spettacolo (e lo spettacolo stesso): "larger than life" - più grande del vero, sovradimensionato, ipernaturale. Un vero attore non può (non dovrebbe) essere che così: smodato, dissipato, stravagante, sregolato. Oltre che - naturalmente - talentoso. John Barrymore non era solo un vero attore. E non era solo un grande attore. Era un gigante. Un mito. Niente a che vedere con noi piccoli umani: lui non era affatto "come noi". Non aveva affatto una famiglia come le nostre: era il fratello minore di Ethel e Lionel Barrymore - tutti e tre eredi di una dinastia attoriale, che non per niente è conosciuta come la Royal Family delle scene, e quando era piccolo il padre se lo dimenticava nei salotti dei casini, e quando fu appena più grande la matrigna prese ad insidiarlo. Ebbe una moglie lesbica, svariate mogli sanguisughe, e un amico, Ned, l'unico in grado di dargli fiducia e tenerezza, che tuttavia non erano sempre accettabili perché ai limiti dell'omosessualità. Famoso per le bevute smodate, i capricci, il comportamento falstaffiano nella vita di tutti i giorni - John Barrymore non era solo sregolatezza, ma anche genio: era già l'attore più popolare d'America, un idolo, l'immagine perfetta dell'autore romantico dallo sguardo fiammeggiante, quando ebbe l'ardire di cimentarsi con Shakespeare. John Barrymore: questa quintessenza di prim'attore colse di sorpresa pubblico e critica quando si presentò sulla scena del Plymouth Theatre nelle vesti del contorto e perfido Riccardo III. Dopo Riccardo, Barrymore ebbe il coraggio di cimentarsi con l'Amleto, in un'interpretazione che venne considerata gigantesca: la migliore dei secolo. Dopo Amleto, molti dicono che la carriera di John Barrymore abbia cominciato quella parabola discendente che doveva arrivare quasi a cancellare la memoria del suo splendore d'attore. Sarà così, ma personalmente considero le sue interpretazioni in Grand'Hotel, Pranzo alle otto, e Ventesimo Secolo assolutamente magistrali ed indimenticabili. Quello che occorre dire è che purtroppo a quel punto lo show-business cominciava a non tollerare più le sregolatezze e i vizi che avevano reso possibile il genio di Jack: con lui finiva l'epoca degli attori "maledetti" e dal talento irrefrenabile - e aveva inizio un'epoca triste di nani e casalinghe "tanto per bene e proprio come noi".
Antonia Brancati

Barrymore o la metafora dell'attore
Il testo di William Luce, "Barrymore", non è soltanto un'ottima architettura drammatica, una sapiente alchimia, tesa a renderci, nel breve arco di circa 90 minuti, l'affascinante e contraddittoria personalità di un grande attore, è, qualcosa di più: un'importante metafora. Potremmo dire, infatti, che John Barrymore è l'Uomo, che, nella giungla delle maschere che il mondo gli ha affibbiato, ricerca la propria vera Identità. Per far questo, però, non può contare solo sulla propria sincera volontà, deve, necessariamente, ricorrere all'aiuto della Storia, della Memoria, metaforicamente del suo Suggeritore. Dietro al tentativo di "rimetter in piedi quel fottuto bastardo di Riccardo"c'è, da parte di Barrymore, la ricostruzione disperata e disperante della propria esperienza umana, della propria vita, della propria storia, quasi da contrapporre alla propria esperienza professionale. In questo percorso tortuoso, tragico, patetico e, perché no, comico, il Suggeritore/Memoria riesce, se pur a fatica, a mettere ordine per arrivare alla conclusione che Jack Barrymore non può essere soltanto "The Great Profile", così come non può essere soltanto Greengoose, il tenero e delicato bambino tanto caro a nonna Drew, ma deve necessariamente essere tutt'e due. Il Suggeritore, la Memoria, si fa quindi Coscienza che, cercata, interrogata, illumina l'intima riflessione dell'animo dell'Uomo/Barrymore. La sagacia e la bravura dell'autore di questa commedia a due personaggi, sta soprattutto, nel riuscire a farci riflettere su tali temi senza quasi farcene accorgere, divertendoci nel senso più pieno del termine, regalandoci, già sulla carta, un gradevolissimo spettacolo. Due righe, infine, su ciò che ha rappresentato per me, come attore, l'incontro con John Barrymore. Inutile dirvi di quanto, inizialmente, fossi terrorizzato dal confronto con questo gigante della Storia del Teatro; non sapevo, proprio, da dove cominciare; temevo, fortemente, di scivolare nel banale, nell'ovvio, insomma, nel cliché del grande istrione. Fuor di retorica, tutte queste mie paure si sono dissolte fin dal primo giorno di prove, è stato come se il vecchio Jack mi avesse preso per mano e mi avesse guidato, tanto da farmi vivere, in alcuni momenti, una sorta di vera e propria immedesimazione, Dio solo sa quanto sia ironico tutto questo (infatti, fino ad oggi non ho mai creduto nella recitazione immedesimata). Vorrei sottoporre alla vostra attenzione un ultima riflessione. Dobbiamo ammettere di come gli Anglosassoni, e in modo particolare gli Americani, più di noi abbiano il coraggio civile di ricordare i propri artisti, perché no, i propri Miti, e questo testo ne è una prova; su questo noi italiani che amiamo le Arti dovremmo fermarci a chiederci cosa abbiamo fatto, cosa facciamo e cosa faremo per i nostri Miti. Io, non faccio l'autore, sono solo un attore, quindi, con grande modestia e grande umiltà voglio ricordare alcuni nostri Grandi Attori del passato più o meno recente, voglio dedicare, allora, il mio modesto ma sincero lavoro alla memoria di Gianni Santuccio, Sara Ferrati, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Salvo Randone, Alberto Lionello, Turi Ferro, Vittorio Gassman, certo che oggi essi godano di altri e più importanti tributi nel Paradiso degli Attori, insieme a John Barrymore.
Pier Luigi Misasi