Compagnia delle Indie Occidentali
presenta



IL BORGHESE GENTILUOMO
di Molière

con
FLAVIO ALBANESE, SARA ALZETTA,
ALBERTO BELLANDI,
MICHELE BOTTINI,
MASSIMO DE LORENZO, CARLO DE RUGGIERI,
GIULIA MOMBELLI, MARCO PISANO,
MAURA PLENZIO, CRISTINA SPINA,
MARCO TEMPERA


regia di
Marinella Anaclerio

scene Francesco Ghisu
costumi Gabriella De Sario
musiche Fabrizio Gatti
movimenti di scena Alberto Bellandi


" Il mio sogno nel cassetto è quello di avere sempre un sogno nel cassetto"
Anonimo contemporaneo


II desiderio di mettere in scena il Borghese Gentiluomo è nato in me dopo aver letto la prefazione che Cesare Garboli fa alla sua traduzione ''[...] La nobiltà è in Monsieur Jourdain una vanità e uno snobismo, ma anche un modo di reagire ai preconcetti e alle angustie sociali. Monsieur Jourdain crede che la "nobiltà" esista. Crede, cioè, che i nomi e le cose coincidano; mentre in questa separazione, in questa schizofrenia, esiste il principio di ogni tranello, di ogni truffa. Monsieur Jourdain crede che i titoli nobiliari siano il contrassegno letterale di altrettanti valori che non appartengono a una classe sociale ma alla vita di tutti; la generosità, il coraggio, la destrezza, il vino, le donne, la musica, la bellezza, la gioia di vivere e di sapere, il piacere indeteriorabile dello spirito. Monsieur Jourdain ha scoperto che si può essere tagliati in grande e che questa è la "nobiltà". Monsieur Jourdain crede nei sogni [...]" Quest'analisi così profonda ed illuminante ha stravolto completamente l'immagine che avevo di questo testo, e Jourdain è diventato per me una sorta di eroe romantico, le cui grandezze superano di gran lunga le sue meschinità, e si erge su tutta la masnada di sfruttatori che gli vendono a caro prezzo i frutti della loro arte, assecondando i suoi capricci ignoranti come quei cattivi educatori che dispensano diplomi d'idoneità dietro lauto compenso. La sete di valori è il valore di Jourdain, e nel momento storico che attraversiamo, in cui i sogni sono perlopiù intrisi di materia e gli orizzonti sin troppo tangibili e bui, lui ci ricorda una possibilità: quella che il denaro sia solo un mezzo e non il fine. Quando il pretendente di sua figlia, da lui rifiutato perché non nobile, ordisce ai suoi danni una truffa eleggendolo a protagonista inconsapevole di una mascherata turca, col suo ostinato recitare la parte fino in fondo ci rivela quanto basso possa essere il mondo dei furbi e ci insegna a difendere i nostri desideri aldilà di qualsiasi delusione. È così che la satira acuta, in cui ogni borghese dell'epoca credeva di vedere ritratto il suo vicino, assume i colori di una fiaba leggiadra e metaforica, ed il riso per i perfetti meccanismi comici messi in atto, si trasforma in nostalgia per qualcosa che Jourdain porta via con sé; non si ride più di lui, ma grazie a lui. Dopo l'esperienza della Trilogia della seduzione (La Locandiera, II Servitore di due padroni, II Bugiardo), negli ultimi anni abbiamo affinato gli strumenti per lavorare ad un testo come questo; dove musica e danza erano sontuosi elementi per divertire il re e la sua corte, oggi acquistano senso solo se si collegano strettamente all'azione, se si usano come codici diversi per operare con Jourdain il salto desiderato, dalla "prosa" alla "poesia".
Marinella Anaclerio

"Questa poi'.' Sono passati più di quarant'anni da che faccio della prosa e non ne so niente! Vi sono veramente grato di avermi aperto gli occhi."
M. Jourdain