Teatro Molière
Compagnia dell'Olmo
presentano



L'AVARO DI MOLIERE
di Mario Scaccia

con
MARIO SCACCIA

e con
Edoardo Sala

regia di
Mario Scaccia

scene Andrea Bianchi
costumi Antonio Petrocelli
musiche originali Fiorenzo Carpi
arrangiamenti e orchestrazioni Lorenzo Mazzoni
luci Alessandro Iacoangeli


L'immortale opera di Molière si incontra con l'interpretazione di un grande artista.
Una Compagnia di Comici (antichi o di oggi - non hanno né età né connotati - ma quella famiglia di girovaghi dinanzi alle cui meraviglie s'incantò lo stupore dell'adolescente Molière, e dai quali trasse le mosse e tanto materiale per il suo teatro per nulla accademico) arriva su una piazza a recitarvi appunto la commedia dell'Avare. Poi i Comici, prima di salutare il pubblico, ne commentano la morale. Un cavallo di battaglia di Mario Scaccia, "L'Avaro di Molière" di cui ha curato l'adattamento oltre alla regia e che vede ancora una volta l'attaccamento del grande attore al commediografo francese al quale ha dedicato anche il suo teatro.

Perché "L'Avaro di Molière"
Una Compagnia di Comici (antichi o di oggi - non hanno né età né connotati - ma quella famiglia di girovaghi dinnanzi alle cui meraviglie s'incantò lo stupore dell'adolescente Molière, e dai quali trasse le mosse e tanto materiale per il suo teatro per nulla accademico) arriva su una piaz-za a recitarvi appunto la commedia dell'Avare. Poi i Comici, prima di salutare il pubblico, ne commentano la morale. Questa mia trasposizione è l'opera di un attore che s'illude di possedere una sensibilità ed un'esperienza di palcosce-nico atte a poter ricreare nella propria lingua quella scioltezza e quelle coloriture indispensabili al gioco scenico non perdendo mai di vista che la preoccupazione prima di Molière fu quella di fare comunque spettacolo. E non per nulla ho inventato - a scanso di querele - l'espediente dei Comici che recitano la commedia, prendendo così vari piccioni con una fava: primo, quello di poter aumentare la vivacità del testo volendone fare spettacolo popolare, e l'altro, non meno importante, di trovare giustificazione legittima a qualche arditezza interpretativa e a qualche apparente tradimento. Inoltre mi era indispensabile rendere accettabili al pubblico di oggi situazioni e personaggi non altrimen-ti possibili se non in un dichiarato gioco di teatro nel teatro: vedi per tutti il Signor Anselmo. Lo stesso Arpagone andava rivisitato prima di riproporlo protagonista tragicomico al centro di una festa di teatro fatta di gags, di simmetrie e meccanizzazioni prese di peso dai giochi della Commedia dell'Arte e dagli equivoci del prototipo plautino di Aulularia. Evidente-mente Molière scriveva per sé e per i suoi comici, ed è questo che io ho voluto rifare: riscrivere per me e la mia Compagnia. Ho riscritto la com-media rivivendola nella trasfigurazione registica che mi proponevo, adat-tando le battute per metterle in bocca agl'interpreti che avrei avuto a disposizione, nella preoccupazione massima di liberare quanto mi premeva sal-vare dal contesto seicentesco e dalla sua convenzione per restituirlo inte-gro nell'essenza indatabile della sua sostanza e del suo gioco scenico. Devo confessare che tutto questo non mi è stato difficile, anche se apparentemente può sembrare che mi sia lasciato andare a macroscopici arbitri. Come là dove faccio dire a Frosina: "Sarei capace di combinare un matrimonio fra un Arabo e un'Ebrea", reinventando la battuta di Molière che dice testualmente: "Je marierais le Grand Turc avec la République de Venise". Nell'interpretazione registica, che ha guidato, come dicevo, la mia trascrizione, c'è stato inoltre l'intento di approfittare di questo testo per celebrare l'attore, e non ho trovato di meglio che ripor-tare Molière alle sue origini e alla sua autenticità di teatrante, vale a dire di chi colloquia con il pubblico. Tutto il resto è letteratura.
Mario Scaccia

Il mio Arpagone
In questo mio Arpagone, dovrò recuperare e rappresentare tutta la terribilità dell'avarizia non solo nella perversione dell'usura ma in tutte le altre manifestazioni di delittuosa aridità che da essa derivano o che essa determinano. Nella sua iniquità, Arpagone è sincero, e sincerissimo devo farlo perché appaia la sua perfezione d'infamia. E' sincero fino alla stravaganza, fino alla follia, ma che follia non è: è quella ragione dove il comico e il tragico non sono niente più che la doppia interpretazione di una sola realtà, quella in cui Molière sa cogliere i suoi ridicoli eroi. Arpagone è immondo nell'amore: mette gli occhi su Mariana che sa mite, dolce e bisognosa di aiuto per farla preda facile delle sue voglie, pur sforzandosi a trovar motivi di vantaggi economici incalzando la mezzana Frosina a sollecitare la madre della giovane a fare qualunque sforzo e sacrificio per concedere alla figlia una sia pur minima dote. Arpagone è esoso nell'autorità paterna. E' feroce quando ha da chiedere giustizia tanto che persino nello scioglimento favolistico della vicenda lui non si smarrisce in quei miracolistici ritrovamenti e romanzesche avventure. Arpagone non è un ipocrita, non smentisce né remora la pienezza della sua furiosa cattiveria. E' più avido che avaro, è dispettoso, astuto, invidioso, con tutte le viltà della vecchiaia non sana. Per questo, per me, la sua storia finisce col delirio del suo grande monologo. Poi la commedia precipita nella convenzione, e io lo sottolineo con l'espediente di un ribaltamento scenografico. L'impianto ideale dell'azione - spazio astratto - si fa palcoscenico (vera realtà di Molière) e la recitazione stessa assume i toni e i gesti reclamati da una ribalta, fino a raggiungere con l'arrivo del deus ex-machina (il Signor Anselmo) addirittura il declamato e il canto del melodramma. Per far digerire al pubblico una così complessa e terribile rappresentazione di un'aberrazione umana, Molière è ricorso a tutti i giochi e agli equivoci di cui era padrone e che lo stesso Plauto gli ha fornito. Cercherò dunque di lasciare al centro dell'azione la rappresentazione paurosa e ridicola di questo carattere costruendo e valorizzando intorno ad essa la festa tutta "commedia dell'arte" dei servi e della mezzana, riservando ai quattro innamorati e soprattutto a Cleante la responsabilità dello scontro drammatico.
Mario Scaccia