Nuova Scena - Arena del Sole
Teatro Stabile di Bologna
presenta

LEOPARDI. LETTERA A UN GIOVANE DEL 20° SECOLO

con

VIRGINIO GAZZOLO

e con
Giovanni Pellegrini


regia

luci Paolo Mazzi
suolo Pierluigi Calzolari
costumi Elena Dal Pozzo


Dopo Famiglie '99 e I giganti della montagna, una nuova prova d'attore per Virginio Gazzolo. Di Giacomo Leopardi propone il volto meno conosciuto, troppo spesso nascosto dall'immagine pessimista e malinconica. È un ritratto del poeta da giovane, avido d'amore e di gelati, vitale e ribelle. L'intreccio drammaturgico si basa su alcuni Canti del poeta recanatese e sui suoi scritti più intimi: lettere, appunti, ricordi d'infanzia e d'adolescenza e l'abbozzo di una lettera ad un amico futuro, un giovane del nostro tempo.

Da una conversazione con Virginio Gazzolo
Questa lettera Leopardi non l'ha mai scritta, è appunto, un progetto letterario tra moltissimi altri mai realizzati. E del resto anche il giovane a cui intendeva rivolgersi non esiste più, appartiene anche lui ormai a un secolo passato. E tuttavia in tante sue lettere, pensieri e anche poesie Leopardi si rivolge al futuro, con un appello appassionato ai giovani, perché si ribellino alle ingiustizie, mortificazioni, egoismi e anche alla noia del mondo dei "vecchi": è rischioso, ma se vuol crescere e godere un po' di felicità, che il giovane azzardi, anche se stesso. Come attore mi incanta la sua serena certezza che tutto quanto scriveva di poetico e filosofico nasceva da stimoli puramente fisici: il talento è cosa fisica, corporea, dice. Mi conforta questa teoria, forse perché l'arte dell'attore, l'artigianato nostro, è fatto molto di muscoli e di nervi. Non credo che si ubriacasse, come malignarono certi suoi detrattori, ma di certo afferma, e per esperienza personale, che il poeta lirico trova la più divina ispirazione quando è riscaldato dal vino (mezzanamente soggiunge). Il rapporto tra stimolo fisico e poesia mi ha preso la mano e mi sono divertito a creare altro. "Passata è la tempesta, odo augelli far festa": sorprende ch egli uccelli festeggino come giovanotti invece che cinquettare, è un'invenzione "poetica". Ma Leopardi ci avverte che nei versi il concetto è mezzo del poeta e mezzo della rima, e talvolta due terzi o anche tutto della sola rima. Insomma a volte il senso è inventato dal suono, la poesia dalla materia. E a proposito di quei due famosi versi e di stimoli, c'è una curiosa testimonianza (veritiera?) di sua cognata: il poeta, che soffriva di stitichezza, li avrebbe scritti quando, dopo una settimana di tormento, finalmente si liberò: Passata è la tempesta…. Mi piace questo Leopardi così abbarbicato alla terra e diffidente delle astrazioni, innamorato della vita e avverso a ogni fanatismo ideologico, religioso, culturale, che inventi esseri superiori. Non l'ha mai scritta quella lettera, ma c'è una nota nello Zibaldone che si conclude così: "Può servire per la lettera al giovane del ventesimo secolo". Parla, in quelle poche righe, di una futura civilizzazione delle scimmie, associabili - dice - alla grande alleanza degli esseri intelligenti contro le cose non intelligenti. E altrove parla del sentimento di un cane, della felicità dei polipi, del raziocinio delle pulci. Quest'idea dell'uguale natura di tutti i viventi è forse una stravaganza un po' infantile, ma credo che possa incuriosire e far riflettere un giovane di questo nostro 21° secolo. E anche, e di più, un vecchio come me.