Teatridithalia
presenta

MORTE ACCIDENTALE DI UN ANARCHICO
di Dario Fo

con
EUGENIO ALLEGRI

e con
Mercedes Maritni
Luca Toracca
Paolo Pierobon
Luca Altavilla

regia
Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani

scene e costumi Carlo Sala
luci Nando Frigerio


Prendendo spunto da uno degli episodi più oscuri della nostra storia, Dario Fo ha costruito una commedia esilarante, nella quale l’ironia più surreale va di pari passo con la volontà di reclamare giustizia per la strage di piazza Fontana e per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, volato da una finestra della questura. Il testo pesca a piene mani nelle dichiarazioni ufficiali e incongruenti che seguirono l’accaduto, già di ricche di spunti tragicomici, e porta alle estreme conseguenze i meccanismi del depistaggio, introducendo negli uffici di un’imprecisata questura un matto, affetto da istriomania, che si finge un giudice revisore, incaricato di verificare l’operato del commissario e del questore ‘definestra’. Le posizioni si ribaltano e gli inquisitori diventano inquisiti: vale tutto, o quasi, pur di farli parlare. Così il matto, torchiandoli e ingannandoli, induce i due al ‘raptus improvviso’, per poi bloccarli sul parapetto della finestra… Dopo il successo dei Due gemelli veneziani, un altro grande autore italiano nel repertorio di Bruni e De capitani, che affidano alle doti istrioniche di Eugenio Allegri il personaggio comico del protagonista e inaugurano così una nuova collaborazione.

Fosse scoppiato allora, negli anni 70, uno scandalo sulle inchieste e sui processi per la strage di Piazza Fontana! Invece, solo di recente, l'inchiesta del giudice Salvini ci ha rivelato l'ossatura dei giochi politici che hanno portato alla strategia della tensione e alle stragi, in particolare a questa. Altro che ruttino: la mancata esplosione di uno scandalo ha reso efficace la strategia degli autori della strage, e noi paghiamo ancora oggi il prezzo del silenzio di stato durato molti, troppi anni davvero. Ma lo spettacolo di Fo nel 1970 fu una grande liberazione per molti di noi, fu un rito di transizione per molti adolescenti di allora, fu un atto di fondazione della propria identità e della propria appartenenza alla sinistra rivoluzionaria. Fu una liberazione catartica dall'afasia a cui la strategia della tensione voleva costringere ogni oppositore all'ordine costituito. Proprio perché coglieva un aspetto tipicamente italiano dell'eversione nera e di stato, quello della faciloneria e del pressappochismo, che non la rendeva però meno pericolosa e meno fatale. Una continuità con la tragicommedia del fascismo raffrontata con la tragedia assoluta del nazismo, che non ci deve mai consolare, ma inquietare se mai sempre di più. Ci deve far riflettere o no il fatto che troppo spesso la storia in Italia prende le forme della commedia o della farsa, e che i suoi protagonisti sono a dir poco dei comici improvvisati o dei furbi, ironici istrioni? Sono queste eterne maschere, in bilico fra commedia dell'arte e commedia all'italiana che il nostro spettacolo prende di mira, fra cataste frananti di documenti inevasi, fra dune di faldoni accumulate da una burocrazia barocca e kafkiana. In questa cornice allucinata, ma assolutamente realistica per chiunque abbia messo piede in un ministero o in un archivio, si muovono, deformati anche fisicamente dai loro ruoli, quelli che una volta, con espressione sintetica, venivano definiti i "servi del potere". Arroganti con i sottoposti, crudeli con gli indiziati, zuccherosi e tremebondi con i (presunti) superiori, ora si chiamano questore, commissario, appuntato, ma sotto la divisa, sotto i doppiopetti eccoli lì: Balanzone, Pantalone, il Capitano, Arlecchino, insopportabili ed eterne maschere di questa Italia che non riesce a fare a meno di essere così prevedibilmente italiana. In mezzo a loro, a svelare vecchi trucchi e nuove astuzie il Matto di Eugenio Allegri - attore molto amato dal nostro pubblico, col quale inizia una collaborazione non episodica - che con stralunata lievità chapliniana smonta le architetture di menzogne dei commissari e dei questori di Paolo Pierobon, di Giovanni Palladino, di Luca Toracca, aiutato dalla solare e formosa giornalista di Mercedes Martini, che abbiamo voluto anni luce lontana dal cliché della 'donna di sinistra' tutta eskimo e anfibi, sotto gli occhi attoniti e divertiti dell'ineffabile appuntato Pisanin di Luca Altavilla. Con questo gruppo ci siamo divertiti a ricreare le situazioni a volte irresistibili di questo testo, ma abbiamo anche condiviso momenti di riflessione e di rilettura di una vicenda che a più di trent'anni di distanza continua a sembrarci una delle più dolorose e vergognose della nostra storia più recente. E se siamo spesso riusciti a farlo col sorriso sulle labbra è perché uno dei doni del teatro è di sapersi vendicare della storia. Quello che purtroppo allora non è successo succederà su questo palcoscenico, ora, sera dopo sera. Buono spettacolo quindi e buone letture: ci auguriamo che chi non lo ha fatto, prenda spunto da questa occasione per leggere i libri da cui sono tratti i brani che abbiamo utilizzato per questo programma.
Ferdinando Bruni Elio De Capitani