Comp. Diablogues/Comp. Le Belle Bandiere
Teatro degli Incamminati
Teatro Comunale Ebe Stignani di Imola
presentano

IL BERRETTO A SONAGLI
di Luigi Pirandello

con
ELENA BUCCI
STEFANO RANDISI
MARCO SGROSSO
ENZO VETRANO

e con
Antonio Alveario, Marika Pugliatti

regia
Elena Bucci, Stefano Randisi,
Marco Sgrosso, Enzo Vetrano

ricerche drammaturgiche Cristina Valenti
scenografia Carluccio Rossi
progetto luci Viani s.a.s.


Il progetto di mettere in scena Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello, nasce dalla felice esperienza di Mondo di carta, lo spettacolo tratto dalle Novelle per un anno e realizzato lo scorso anno dalle compagnie Diablogues e Le Belle Bandiere. La collaborazione si è rivelata molto proficua sia dal punto di vista produttivo, sia da quello creativo e artistico, unendo i vantaggi di una linea poetica comune alla ricchezza degli apporti delle diverse individualità. In quello spettacolo la parola del racconto diveniva strumento evocatore di personaggi, immagini e situazioni che si materializzavano sulla scena come emergendo dalle pagine polverose del mondo di carta. I personaggi rivendicavano così il diritto ad un'altra vita, oltre quella fissata nel libro, riprendendo una tematica costante e quasi ossessiva della poetica pirandelliana: il conflitto tra l'essere e l'apparire. Il lavoro svolto per Mondo di carta trova ora un proseguimento e un approfondimento nell'allestimento de Il berretto a sonagli. I temi pirandelliani dell'apparenza e della follia che attraversano questo testo con ritmo incalzante, generano una spirale ineluttabile di azioni e reazioni in un sistema quasi infernale di scatola meccanica, dove i personaggi - tutti stupidi, folli, fatui, corrotti, quasi privi di spessore - sono carichi di valenze grottesche, fin quasi a sembrare marionette espressioniste. Donne e uomini/pupi, costretti a pretendere rispetto "per la parte che devono rappresentar fuori" e comandati nelle loro azioni e intenzioni da una delle tre corde del comportamento umano, secondo la teoria dello stesso Ciampa. Ciampa è l'unico portatore di una valenza patetica, accanto a quella grottesca e depositario di una concezione filosofica dell'esistenza, eppure, fin dall'inizio, appare un clown agli occhi di tutti gli altri. Lavorando sul Berretto la nostra scommessa è stata quella di evitare che la rappresentazione della trama fosse esaustiva, e di superare i "limiti" della vicenda narrata, aprendo - attraverso le parole e le situazioni dei personaggi - possibili squarci su altre dimensioni e visioni, anche attingendo ad altre opere pirandelliane portatrici di una riflessione più ampia sul teatro, sul teatro nel teatro, sulla possibile autonomia di vita del Personaggio dall'Attore.

La trama
Insofferente all'omertà di una mentalità maschilista e provinciale, Beatrice Fiorica, ricca borghese, ricorre all'aiuto di una rigattiera trafficona, la Saracena, per ordire la vendetta contro il marito che la tradisce con la moglie del proprio scrivano, il dimesso, fedelissimo Ciampa. Sorda ai consigli della fedele serva Fana, e disposta a sfidare l'ira del fatuo fratello Fifì e l'incomprensione della madre, Beatrice si mostra sprezzante di fronte alle esortazioni e alle ambigue argomentazioni filosofiche di Ciampa. Costui cerca di dissuaderla dall'inopportuno proposito, e le consiglia di aprire nel suo cervello la corda civile, di assumere cioè quell'atteggiamento che, attraverso finzioni e ipocrisie, garantisce il quieto vivere. Ma lei è convinta che le sue ragioni meritino il disvelamento della verità, rifiuta anche di utilizzare quella che Ciampa chiama la corda seria, che in privato, senza far troppo chiasso, aggiusterebbe ogni cosa e decide di provocare uno scandalo che la renda finalmente libera. Sceglie dunque di dar libero sfogo alla corda pazza, quella che grida a tutti, senza freni o inibizioni, ingiustizie e tradimenti e denuncia l'adulterio all'Autorità locale, il Delegato Spanò, amico di antica data, in bilico tra l'esigenza di rendere merito alla verità e quello di proteggere il buon nome della famiglia. Il disegno della donna però fallisce, perché il marito viene sorpreso in compagnia dell'amante, ma senza che gli si possa attribuire flagranza di tradimento. Tutto sembrerebbe quindi rientrare nella normalità, mentre Beatrice si trova di fronte a un mondo in frantumi e ad un muro di generale disapprovazione. Ma a questo punto è Ciampa, vittima anche lui di questa vicenda infamante, che rivendica il suo diritto a difendere il proprio onore: vera o falsa che sia questa relazione, per fugare qualsiasi sospetto dovrà uccidere sua moglie e il Cavalier Fiorica. La sua scelta è la logica, ineluttabile conseguenza dello scandalo voluto dalla cieca gelosia della signora Beatrice. Solo una possibilità potrà evitare la tragedia: che il fatto non sia altro che l'incubo di una mente malata, e che la donna urli a tutti la propria pazzia...

Note di regia
"...e sfido...che ti sei veduto morir nelle mani la commedia! Se manca in essa quello spirito animatore che deve sostener la parte e le parti, sicuro che non vi resta altro che una sovrabbondanza di parole e parole e parole! Le parole bisogna animarle perché vivano: ...mancando l'anima si son trovati in bocca l'imbroglio di discorsi lunghi, incisi, da portare alla fine senza saper come! Perché tutti questi discorsi lunghi, incisi, non sono risultati alla lettura che ho fatto io? Ma perché io ho animato i personaggi, ho comunicato loro, leggendo, la loro azione parlata: perché tale è sempre il mio dialogo, non fatto mai di parole, ma di mosse d'anima."
(da una lettera di Luigi Pirandello a Nino Martoglio)

Entrare in profondità nell'iridescente teatro di Pirandello dà una vertigine, uno sperdimento. Il gioco dell'opposizione dei contrari è feroce e mutevole: il microcosmo tribale femminile e l'acrobatico razionalismo maschile, la follia e la ragione, la morte e la vita, l'uomo reso fantoccio e il fantoccio in lotta per essere vivo, l'attore che cerca lo spessore di un personaggio che solo apparentemente è una pura funzione, e il personaggio che cerca l'attore che ne renda tutte le 'mosse dell'anima". Pirandello gioca sul serio e, giocando, fa crollare il suo stesso mondo. Com'è lontano e inadeguato il ricordo del Pirandello scolastico, del Pirandello museo/ istituzione/monumento. Come i personaggi non si lasciano imprigionare nella pagina scritta del loro ruolo, così l'Autore - se ascoltato con attenzione - non si lascia mettere in cornice. Ci sorprende, ci stimola, sbugiarda l'ipocrisia, fa lampeggiare diverse verità - tutte possibili - pone problemi teatrali affascinanti, sfide attorali irrinunciabili. Tutti i personaggi del "Berretto a sonagli" apparenti prigionieri di un meccanismo che li rende ridicole marionette, portano con sé la sfida che affascina gli attori: renderli vivi, trovarne le profonde motivazioni, i gesti, gli sguardi, le esitazioni. Lui ci spinge ad entrare in quella zona di ambiguità dove regna il dubbio, che screpola l'apparenza e lascia intravedere un bagliore - la vita? Così la scena - bianco e nero - come la Sicilia, come la vita allacciata alla morte, come il cinema muto - è in apparenza semplicissima, ma duttile e pronta ad assumere tutti i colori, ogni apparizione e ogni sparizione. I personaggi non hanno classiche 'entrate' e 'uscite', ma durante tutta l'azione spiano, confabulano, scongiurano e tramano, rimuginano le parole tentando di trasformarle in 'azione parlata'. Non c'è traccia di moralismo, in questo 'Berretto', ma sguardo lucido e pietoso anche nella risata sulla povertà delle relazioni umane, che non riescono ad esistere e a durare senza relegare la verità nelle menti dei folli o nei manicomi. Ma chi sono i pazzi, qui? Tutto il lavoro è percorso da questa domanda candida, che scatena il grottesco o il dramma. Così il berretto a sonagli - quello che si mette in testa ai pazzi per sentirli arrivare - con tutto il suo carico di domande e di angoscia, passa da Fana, alla Saracena, a Fifì, a Spanò, a donna Assunta, a Nina Ciampa per arrivare al passaggio finale: tutti lo mettono a forza a Beatrice che - quasi capro espiatorio - come ultimo gesto di tenace follia, lo porge a Ciampa. Sia lui ora a scegliere, nonostante la filosofia. L'urlo di Beatrice bèèè - pazza, finta pazza o ribelle - diventa l'urlo di Ciampa con il suo sguardo abbacinato sul futuro, diventa l'urlo di tutti i personaggi di fronte al crollo del loro mondo, diventa l''Urlo' di Munch di fronte ad un secolo di velocità impazzite. Gli attori e i personaggi si perdono in quella terra di nessuno che è il teatro vivo - quello che Pirandello tanto cercò, scardinando i meccanismi collaudati e noti, aprendo le porte - quante porte nel 'Berretto' - squarciando la quarta parete, facendo finalmente entrare in teatro quei sei personaggi in cerca di autore, quegli attori che lottano contro la costrizione della rappresentazione, quelle domande che svegliano l'attenzione e uccidono la noia della convenzione.