Doppiaeffe s.a.s. Compagnia di Prosa Mariano Rigillo
presenta



LE MISANTHROPE
di Molière
traduzione di Cesare Garboli


con
MARIANO RIGILLO
ANNA TERESA ROSSINI



regia
Roberto Guicciardini

scene Piero Guicciardini
costumi Versace
musiche Nicola Piovani


Le Misanthrope
"Il misantropo di Molière è passato in proverbio come un testo drammaturgico di grande profondità psicologica, visitato da un sogno pre-illuministico di riforma del mondo ... E' una disperata, accidentata storia d'amore che va tortuosamente dritta - se è mai possibile un simile ossimoro - verso la sua fine e il suo precipizio".
Garboli

La Commedia
"II Misantropo è la storia di un uomo che volta le spalle al mondo. Il che comporta una spiegazione per così dire filosofica e ideologica: si aggira sulla scena un moralista francese del Seicento, probabilmente intriso di giansenismo, che soffre una lacerazione profonda. Alceste appartiene, almeno in prima istanza, alla categoria degli uomini razionali, dei "philosophes" , con i quali condivide un'ansia riformistica. Non è in grado di accettare il mondo come appare , lo vorrebbe come presume che sia dietro il velo della apparenza e delle pratiche della società borghese in ascesa La lacerazione appunto si manifesta coi caratteri aristocratici dell'ipocondria: insopportabile è quel che si è costretti a vivere rispetto a quel che si vorrebbe vivere. Probabilmente per questo, II Misantropo è stata definita "una commedia che è una tragedia". La famosa questione se Alceste sia pazzo e dunque nemico del mondo oppure nemico del mondo e dunque pazzo, risulta a questo punto la ferita dolente della tragedia: l'enigma di un uomo che è ridicolo perché prende maledettamente sul serio la vita, le cose, la società, il potere. Ha il sospetto, forse, che tutto potrebbe essere più semplice: un sospetto che gli viene da un universo limitrofo al suo ma inconoscibile, oscuro come un oggetto del desiderio. Un universo che il Misantropo non riesce a decifrare, che sbrigativamente definisce dentro i parametri amorosi della fedeltà e dell'infedeltà, che lo attrae forse proprio perché potrebbe essere il ponte verso il mondo. E' naturalmente, questo, l'universo di Celimène, che resta il più ambiguo misterioso femminile di tutto il teatro moderno. Nel capolavoro di Molière, la difficoltà di decifrare l'universo femminile, fa parte di una più generale incapacità dell'essere umano a rapportarsi con il proprio simile. E contro questo definitivo enigma si chiuderà inesorabilmente la porta di Alceste alla fine della commedia che sembra davvero, in quel clangore di cardini, suonare come una tragedia. Una tragedia senza morti ne sangue ne lacrime: e dunque una tragedia singolare". L'esigenza di assoluto di Alceste si scontra non soltanto con le ipocrisie ed i vizi, con i "grandi mali" del secolo, ma anche con le debolezze innocenti, con quelle prestabilite buone maniere tanto apprezzate nelle svariate forme del convivere civile. Sono segnali precisi che svelano l'ipocrisia di fondo che nasconde un vuoto allarmante. In una società in cui tutti o quasi perseguono finalità estremamente egoistiche, accettando il conformismo e il compromesso, calpestando o deridendone i valori fondamentali, per chi come Alceste affronta la vita con impegno responsabile non può che avvertire un estremo disagio nel condurre la propria esistenza. Poiché la società è folle e si regge sui propri vizi, Alceste teme di esserne contagiato. L'insanabile frattura fra una esistenza che voglia essere autentica e coerente con i propri principi e la realtà del mondo oscillante fra le varie opzioni dettate da un interesse immediato, conferisce al personaggio una complessa e indefinibile ambiguità. Poiché la società che l'attornia è anche 1'unica che sia in grado di accoglierlo, ad Alceste non resta che alimentare in una lenta e progressiva corrosione 1'evoluzione verso una disperata intransigenza morale e sentimentale, verso la follia della solitudine. "Tutto è ingiustizia, tradimento, intrigo, interesse, doppio gioco e vizio". Una coscienza che secondo le parole di Oronte "ha in sé qualcosa di molto strano e pericoloso", quindi da guardare con sospetto e comunque da arginare . L'aut aut finale di Alceste che chiede a Celimène un amore assoluto, che viva a pari dignità nello scambio reciproco, in modo da debellare ogni forma di ipocrisia, è un appello nobile e umano, ma nello stesso tempo paradossale: l'esclusività dell'amore si oppone alla socialità e non ha modo di realizzarsi. La sua istanza e' destinata a restare utopia, relegata nell'impossibile.

Lo spettacolo
E' nostra intenzione conferire al Misantropo un ritmo serrato ed appassionato, in una ambientazione scenografica moderna e insieme allusiva, senza eludere il tema di fondo perseguito da Molière, esaltando anzi la profondità e 1'urgenza del linguaggio, senza minimamente intaccare la struttura perfetta della macchina teatrale. Immaginiamo che la vicenda si svolga ai giorni nostri durante una elegante serata mondana in casa della bella e corteggiatissima Celimène, alla quale partecipano protagonisti dell'alta società, della politica e della finanza. Si tratta probabilmente di una festa in maschera. Essenziale a questo riguardo il concorso di un costumista di alto prestigio nel campo della moda contemporanea in grado di interpretare le oscillazioni di gusto anche con un forte segno ironico. In questo duplice piano di struttura drammaturgica, i nessi e le suggestioni della trama si dilatano in un orizzonte di grande tensione morale, che ci coinvolge direttamente. L'esplicito paradosso che dichiara come difficile e al limite della impraticabilità una coesistenza fra ragione e sentimento, fra principi etici e consuetudini sociali, quelle stesse che determinano le relazioni fra gli uomini in una società deformata, può giungere alla massima esasperazione. Il party che ebbe inizio una sera del Giugno 1666 sul palcoscenico del Palazzo reale, è ancora oggi in pieno svolgimento. Le domande sono identiche e le risposte come allora sospese. E' davvero la società che ci circonda 1'unica possibile? Se ne può ipotizzare un'altra più equa? E in quale misura è consentito modificare i nostri comportamenti nella prospettiva di una retta convivenza civile? Celimène, corteggiata da quattro amanti, danza fra questi punti di domanda frivola e leggera. A causa della sua inguaribile civetteria non riconosce come veri i sentimenti di Alceste. Il giro di danza è giunta al punto di rottura. Alceste che decide di allontanarsi continua a credere nella propria esistenza, si rinchiude nel proprio egocentrismo, rischiando la follia di una vita di solitudine. Celimène non demorde dalla propria ansia di vita e si immerge immemore e libera in un caotico girotondo di cui non possiamo prevederne gli esiti. Molière nella sua geniale commedia intellettuale persegue la sua vena satirica, conserva i caratteri della comicità e si guarda bene dall'esprimere un giudizio o una preferenza su i personaggi. Ma a noi pare che la sua accentuata autoironia rasenti 1'abisso della disperazione. Alceste è davvero un nostro contemporaneo.
Roberto Guicciardini