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Ricollocando al centro
l'operato individuale rispetto alla storia, questo "dramma romano" rappresenta
un esempio di come l'invidia di Cassio, la problematicità di Bruto,
o la stessa maestosità del ruolo di Cesare siano determinanti alla complessità
della situazione storica e delle scelte conseguenti che la stessa impone.
A partire da questa riflessione, questo Giulio Cesare si muove drammaturgicamente
da un brusio indistinto fatto di voci, suoni e ossessioni al cuore di
ognuno dei protagonisti, eliminando così ogni contesto storicizzante,
isolando le ragioni di ognuno e riconsegnando la storia di un gruppo
di uomini travolti dalle invidie, vinti dalle certezze, contagiati dalla
crudeltà e dal caos, intrisi di furore e di tensione insopportabile
mai acquietata se non di fronte alla morte.
Shakespeare fa delle tragedie un condensato delle cronache regali e
sottopone la storia a un processo di assolutizzazione che ne svela l'immutabile
meccanismo. La Storia è personale, ha nomi e pochi protagonisti, raramente
vi fa la sua comparsa il popolo. Nell'adattare il testo shakesperiano
e quindi nell'elaborare l'idea di regia ho seguito la strada della sottrazione.
Ho quindi alleggerito la struttura drammatica originaria, riducendo
di conseguenza il numero dei personaggi, ed eliminato il contesto storico
e politico, per porre al centro del lavoro l'azione, le passioni e le
emozioni di ogni singolo personaggio. Ricollocare "al centro" l'operato
individuale mi ha permesso di avvicinarmi alla parte più profonda e
oscura dell'animo umano, di sondarla e di fare emergere per tale via
tutta la modernità insita nel testo shakesperiano. Da un brusio indistinto,
fatto di voci, suoni e ossessioni emergono i protagonisti, uomini travolti
dall'invidia, vinti dalle certezze, contagiati dalla crudeltà e dal
caos, presi da una tensione insopportabile che può placarsi solo con
la morte. I personaggi si stagliano con chiarezza in un luogo formalmente
semplice e rigoroso, con forti richiami alla classicità, un luogo che
racchiude un universo fatto di luci e ombre, dove la minaccia e l'inquietudine
aleggiano continuamente. Questo universo mentale, evocato da un paesaggio
sonoro ricco di suggestioni, prende la forma di un grande gioco di tattica
e strategie, nel quale le parole hanno il potere di muovere all'azione
e l'andamento dei pensieri si fa musica. Gli attori diventano così ''strumenti"
della parola che, sola e libera da ogni inessenziale orpello, distilla
significati "alti", con continui affondi retorici e scatti emotivi.
Da qui la scelta di ispirarsi al mondo della scherma - rievocato anche
nei costumi - in cui vigono regole di comportamento e un senso "nobile"
dell'onore. La storia di Cassio, Bruto, Antonio e Ottaviano, diventa
esemplare della storia di ogni singolo individuo, in ogni tempo, perché
è difficile sottrarsi a passioni ancestrali ed emozioni violente quando
si è forniti di "carne e sangue e dotati di intelletto" come Shakespeare
fa dire a Giulio Cesare nel suo ultimo monologo. In questo senso il
"Giulio Cesare" è l'opera più vicina alla tragedia greca, perché va
al cuore stesso del senso tragico e ne rivela il significato. Lo spettacolo,
prendendo spunto da queste riflessioni, punta a essere una analisi emozionale/emozionata
dei protagonisti e della esemplarità del loro ruolo e condizione e sceglie
la via "antropologica", che d'altronde lo stesso Shakespeare indica,
per una analisi profonda dell'animo umano. Uno spettacolo questo dove
il "calore dei corpi" si raffredda e si stempera nell'esercizio verbale/mentale
dei protagonisti.
Maurizio Panici
Note sulla musica
La colonna sonora è stata concepita e strutturata da Paolo Vivaldi
come lo "score" di un film dove i temi, gli spazi sonori e le assonanze
e dissonanze timbriche tendono ad evocare e a dare profondità alle più
segrete suggestioni emotive e psicologiche del testo. In questo paesaggio
sonoro, alle melanconie e regalità della viola da gamba (suonata da
Paolo Pandolfo) fanno eco le percussioni persiane Zarb e Daf (Mhosen
Kassirosafar e Simonetta Imperiali), la voce indiana di Francesca Cassio
e l'asprezza dell'Ud, il liuto arabo di antichissime origini. La contaminazione
di vari timbri e mondi musicali è legata da un tessuto orchestrale di
archi sospesi ispirati alla scrittura di Bernard Herrmann, noto compositore
di Hitchcock, che rimanda a situazione di suspance e tensione. Così
il tradimento, la menzogna e il sospetto si insinuano in ogni gesto,
percorrono ogni frase e le profondità sonore amplificano il mondo psicologico
di tutti i personaggi.
Paolo Vivaldi
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