Associazione Teatrale Pistoiese
Teatro del Tempo Presente
in collaborazione con Comune di Novi Ligure
presenta



IL DIO DI ROSERIO
da Giovanni Testori

con
MAURIZIO DONADONI

regia
Valerio Binasco


Siamo nella prima metà degli anni cinquanta, periferia di Milano. La guerra è abbastanza vicina da non potersela dimenticare e abbastanza lontana da potersela dimenticare. La neo Italia è in fermento, sta per cementificarsi, motorizzarsi, sta per lasciarsi alle spalle la disfatta bellica e socio-politica per buttarsi nella rincorsa verso lo sprint del benessere, verso il traguardo sul cui striscione di pezza, insieme alla prima, timida ma già invadente pubblicità di un aperitivo, sta scritto in stampatello maiuscolo " BOOM ECONOMICO". È un'Italia in fuga per strade ancora mezze sterrate, ma anche per i primi asfalti che sanno di benzina nella corsa che ha per premio gli anni sessanta. E di corse - ciclistiche - si parla ne "II Dio di Roserio". Un Dio di periferia milanese. Un corridore dilettante, il Dante Pessina, portacolori della "Vigor" del presidente Tedeschi, e del suo gregario, il Sergio Consonni. Il Pessina, lo sanno quelli della "Garibaldi", della "Villapizzone", di tutte le altre squadrette rivali, è il più forte e diventerà un campione, c'è da scommetterci. È vero lavora al distributore del signor Gino, ma ancora per poco. Quelli della "Bianchi" gli hanno messo gli occhi addosso. E se vince alla " Milanesi" e poi ancora all'"Olona" le prossime due gare, magari con un bel distacco, di sicuro lo mettono in squadra tra i professionisti, tra le divinità del "Giro", come quel Benito Lorenzi detto "Veleno" che, una corsa si e l'altra anche, c'ha il labbro storto sulla "Gazzetta". Basta distributore, minestre riscaldate, gabinetto nel cortile e povertà. Il successo, il cambio di marcia è li, a portata di mano come il codino di pelo di una giostra, basta essere più veloci degli altri e oplà, è fatta, diventa tutto un giro di regalo. Ma il giorno della "Milanesi" il Pessina non sta bene, c'ha mal di pancia. Il Consonni, che non è proprio un Dio ma quasi, l'ha capito e, chissà perché, tirata la fuga al Pessina, staccato il gruppo di nove minuti, invece di amministrare la gara a vantaggio del capitano, continua a "tirare" come se volesse vincere lui la corsa, per una volta stanco di fare il servo. "Mola, troia" gli grida il compagno, ma lui niente, si butta in pendenza alla disperata verso il traguardo di Como. Ed è così che il Pessina raccogliendo le ultime forze gli si fa sotto in discesa e, di proposito, in un tornante, lo butta fuori strada. Il Consonni cade, si spacca la testa e resta lì, quasi morto, stupido per tutta l'eternità. Fine della corsa. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Il Pessina ha vinto anche questa volta , è proprio imbattibile. Peccato per il Sergio, ma il Pessina giura che lui glie l'aveva detto, aveva anche cercato di fermarlo, purtroppo non c'era riuscito, quello si era buttato giù dalla ripa come un dannato, poi su quella curva quel sasso, quel sasso maledetto. E' la versione ufficiale. E così al Pessina la strada verso il successo gli si apre davanti diritta e plastica. Certo ha un po' di rimorso per aver mezzo ammazzato il compagno, ma l'importante è stracciare gli altri, arrivare al "Giro", finire in prima sulla "Gazzetta". Cosa che, sicuro come l'oro, succederà. Infatti, puntuale, con un nuovo gregario più addomesticabile, il Pessina vince, solitario, anche all'"Olona". Chi se ne frega se il Consonni rimane scemo per tutta la vita, sono cose che a un Dio, anche se solo di Roserio (ma per il momento, poi si vedrà) gli interessano mica tanto. È uno spaccato quello che Testori ci da dell'Italia padana, nel racconto lungo "II Dio di Roserio", di tragicomico crudele spessore. In un impasto potente di lingua e dialetto, miscelando suoni, odori, cadenze, profumi, colori, incubi, anime e corpi, in una realtà dove interno ed esterno si confondono in maniera inestricabile e naturalmente sperimentale, lo scrittore ci restituisce, insieme al clima esatto di un'epoca anche e soprattutto la visione critica e profetica di una società dove quello che conta è solo arrivare prima degli altri. Come non importa. Gli scrupoli, si sa, non fanno parte, per privilegio di storia e di anagrafe, delle giovani società e dei giovani uomini.
Maurizio Donadoni