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Siamo nella prima metà degli anni cinquanta, periferia di Milano. La
guerra è abbastanza vicina da non potersela dimenticare e abbastanza
lontana da potersela dimenticare. La neo Italia è in fermento, sta per
cementificarsi, motorizzarsi, sta per lasciarsi alle spalle la disfatta
bellica e socio-politica per buttarsi nella rincorsa verso lo sprint
del benessere, verso il traguardo sul cui striscione di pezza, insieme
alla prima, timida ma già invadente pubblicità di un aperitivo, sta
scritto in stampatello maiuscolo " BOOM ECONOMICO". È un'Italia in fuga
per strade ancora mezze sterrate, ma anche per i primi asfalti che sanno
di benzina nella corsa che ha per premio gli anni sessanta. E di corse
- ciclistiche - si parla ne "II Dio di Roserio". Un Dio di periferia
milanese. Un corridore dilettante, il Dante Pessina, portacolori della
"Vigor" del presidente Tedeschi, e del suo gregario, il Sergio Consonni.
Il Pessina, lo sanno quelli della "Garibaldi", della "Villapizzone",
di tutte le altre squadrette rivali, è il più forte e diventerà un campione,
c'è da scommetterci. È vero lavora al distributore del signor Gino,
ma ancora per poco. Quelli della "Bianchi" gli hanno messo gli occhi
addosso. E se vince alla " Milanesi" e poi ancora all'"Olona" le prossime
due gare, magari con un bel distacco, di sicuro lo mettono in squadra
tra i professionisti, tra le divinità del "Giro", come quel Benito Lorenzi
detto "Veleno" che, una corsa si e l'altra anche, c'ha il labbro storto
sulla "Gazzetta". Basta distributore, minestre riscaldate, gabinetto
nel cortile e povertà. Il successo, il cambio di marcia è li, a portata
di mano come il codino di pelo di una giostra, basta essere più veloci
degli altri e oplà, è fatta, diventa tutto un giro di regalo. Ma il
giorno della "Milanesi" il Pessina non sta bene, c'ha mal di pancia.
Il Consonni, che non è proprio un Dio ma quasi, l'ha capito e, chissà
perché, tirata la fuga al Pessina, staccato il gruppo di nove minuti,
invece di amministrare la gara a vantaggio del capitano, continua a
"tirare" come se volesse vincere lui la corsa, per una volta stanco
di fare il servo. "Mola, troia" gli grida il compagno, ma lui niente,
si butta in pendenza alla disperata verso il traguardo di Como. Ed è
così che il Pessina raccogliendo le ultime forze gli si fa sotto in
discesa e, di proposito, in un tornante, lo butta fuori strada. Il Consonni
cade, si spacca la testa e resta lì, quasi morto, stupido per tutta
l'eternità. Fine della corsa. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito.
Il Pessina ha vinto anche questa volta , è proprio imbattibile. Peccato
per il Sergio, ma il Pessina giura che lui glie l'aveva detto, aveva
anche cercato di fermarlo, purtroppo non c'era riuscito, quello si era
buttato giù dalla ripa come un dannato, poi su quella curva quel sasso,
quel sasso maledetto. E' la versione ufficiale. E così al Pessina la
strada verso il successo gli si apre davanti diritta e plastica. Certo
ha un po' di rimorso per aver mezzo ammazzato il compagno, ma l'importante
è stracciare gli altri, arrivare al "Giro", finire in prima sulla "Gazzetta".
Cosa che, sicuro come l'oro, succederà. Infatti, puntuale, con un nuovo
gregario più addomesticabile, il Pessina vince, solitario, anche all'"Olona".
Chi se ne frega se il Consonni rimane scemo per tutta la vita, sono
cose che a un Dio, anche se solo di Roserio (ma per il momento, poi
si vedrà) gli interessano mica tanto. È uno spaccato quello che Testori
ci da dell'Italia padana, nel racconto lungo "II Dio di Roserio", di
tragicomico crudele spessore. In un impasto potente di lingua e dialetto,
miscelando suoni, odori, cadenze, profumi, colori, incubi, anime e corpi,
in una realtà dove interno ed esterno si confondono in maniera inestricabile
e naturalmente sperimentale, lo scrittore ci restituisce, insieme al
clima esatto di un'epoca anche e soprattutto la visione critica e profetica
di una società dove quello che conta è solo arrivare prima degli altri.
Come non importa. Gli scrupoli, si sa, non fanno parte, per privilegio
di storia e di anagrafe, delle giovani società e dei giovani uomini.
Maurizio Donadoni
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