Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni
presenta



LA BOTTEGA DEL CAFFE'
di Carlo Goldoni

con
UGO PAGLIAI
PAOLA GASSMAN

e con
Stefano Lescovelli
Gaia Aprea
Daniele Salvo

regia
Luca De Fusco

scene Antonio Fiorentino
costumi Giuseppe Crisolini Malatesta
musiche Antonio Di Pofi


"La Bottega del Caffè" va in scena a Mantova nella primavera del 1750 ed è la prima di quel gruppo di sedici commedie nuove scritte da Goldoni fra il 1750 e il 1751 fra le quali spicca, per validità di risultati e carica innovativa.
Il centro dell'azione è una piazzetta di Venezia, sulla quale si affacciano tre botteghe, il laboratorio del barbiere, la bisca di Pandolfo e il caffè di Brighella. Uomo dabbene, che svolge il suo mestiere con passione ed onestà, il caffettiere si rammarica perché Eugenio, figlio del suo defunto padrone, è soggetto alla passione del gioco che lo sta portando inesorabilmente alla rovina. Uno dei primi avventori a presentarsi è Don Marzio, gentiluomo napoletano indiscreto e maldicente: egli rivela subito che Eugenio ha impegnato con lui gli orecchini della moglie e che Lisaura, la ballerina protetta dal conte Leandro, riceve segretamente visite per la porta di dietro. Il giovane mercante appare alla mercé di Pandolfo e di Leandro, avventuriere e baro; Brighella è il solo disposto a soccorrerlo, pagando i debiti e chiedendo in cambio solamente l'impegno a cambiare vita. Ma Eugenio non sembra dargli retta, divoralo dalla febbre del giuoco è piuttosto occupato ad ottenere i favori della ballerina e ad offrire protezione a Placida, una pellegrina giunta a Venezia in cerca del marito. Una modesta vincita, provocata ad arte da Leandro, esalta Eugenio al punto da spingerlo ad offrire ai presenti una cena nelle stanze della bisca. Dalla strada, Vittoria, in maschera, scorge il marito allegro e gaudente; Placida, a sua volta, riconosce tra i commensali il marito Flaminio, che qui si fa chiamare Leandro. Ne segue una grande confusione che degenera in un duello fra Eugenio e il falso conte, mentre Vittoria vuol togliersi la vita, e Lisaura si commisera per essere stata ingannata. Don Marzio suggerisce a Leandro di fuggire, ma non esita a rivelarlo a Placida; s'intromette nel litigio fra Eugenio e Vittoria; riferisce involontariamente al capitano dei birri che Pandolfo nasconde nella sua bisca delle carte truccate. Svelate, alfine, le macchinazioni del maldicente, le coppie si ricompongono ed Eugenio promette di non giocare più. Mentre trionfa la lealtà e la generosità di Brighella, Don Marzio se ne parte da Venezia, tra la riprovazione generale.
Si identifica spesso Goldoni con una generica bonomia, con uno sguardo fin troppo indulgente e consolatorio sui difetti dei suoi simili. La Bottega del Caffè dimostra come questo luogo comune sia infondato. In questo testo il grande scrittore veneziano ritrae con acuta crudeltà una comunità in cui non ci sono "buoni", salvo il malinconico caffettiere Ridolfo che continuamente prova a rattoppare i buchi creati dalle miserie umane che lo circondano. All'opposto di Ridolfo c'è il geniale personaggio di Don Marzio che non determina la malvagità altrui, ma la registra con perfida precisione. Si ride, ma sì ride amaro ne "La bottega del Caffè", una risata che ha il sapore non troppo diverso dalla crudele satira della commedia italiana degli anni '60.