Nuova Scena - Arena del Sole
Teatro Stabile di Bologna
presenta

L'ARMATA A CAVALLO
di Moni Ovadia
liberamente ispirato ai racconti de L'armata a cavallo di Isaac Babel'


con

MONI OVADIA


regia
Moni Ovadia


"Un'Internazionale di brava gente"
Uno degli straordinari personaggi che costellano il capolavoro di Isaac Babel' L'Armata a Cavallo, si interroga sulla natura della rivoluzione bolscevica che promette di liberare per sempre gli uomini dalla schiavit¨ e chiede ai portatori del turbine dell'utopia dove sia la "dolce rivoluzione"; il robivecchi ebreo Ghedali gli risponde malinconicamente citando Trotsckji "Ci vuole un'Internazionale, ma ci vorrebbe un'Internazionale di brava gente". Forse il naufragio del titanico sogno rivoluzionario si pu˛ capire in queste parole. Babel' racconta mirabilmente le piccole vicende insieme tragiche e liriche di quella guerra che divise gli uomini fra loro, padri da figli, fratelli da fratelli, mariti da mogli. Lui, occhialuto intellettuale ebreo, visse la rivoluzione in modo dolorosamente paradossale arruolandosi come giornalista al seguito della Konnaja Armjia, l'armata a cavallo dei Cosacchi. Quei Cosacchi che per secoli si erano tradizionalmente nutriti di un antisemitismo viscerale ripetutamente sfociato in azioni violente, basti ricordare i trecentomila ebrei trucidati nel 1600 dal cosacco Khielmnitskji. Ed Ŕ da quell'osservatorio che Babel' ci dona l'affresco da cui l'ungherese Miklˇs Jancsˇ nel 1967 trasse un film potente e grandioso che lo impose definitivamente all'attenzione internazionale. Io mi identifico in uno dei personaggi raccontati da Babel', il soldato "rosso" Bratslavskji, "principe" ebreo discendente di grandi Rabbini; per essere precisi mi sento un suo discendente inadeguato in veste di clown. Babel' lo raccolse agonizzante e frugando nella sua bisaccia trov˛ le pagine dell'"Agitatore bolscevico" e i fogli della "Pravda" mescolati agli scritti del filosofo ebreo Maimonide. In quel "blasfemo armadietto di santitÓ" le pallottole del rivoluzionario si mescolavano con le corregge di cuoio dei filatteri di preghiera dell'ebreo ortodosso. A questo mio avo, che credeva che la rivoluzione bolscevica incarnasse il messianesimo universale di uguaglianza e giustizia sociale annunciato dai profeti di Israele, da anni sognavo di dedicare un affresco teatrale che tentasse di risuonare con il linguaggio del suo testimone letterario. Le guerre e le rivoluzioni non sono coerenti nÚ logiche, in esse il sangue si mescola ai canti, il racconto si frammenta nel crepitio delle mitraglie e nelle deflagrazioni delle bombe e il silenzio del riposo annuncia l'estrema precarietÓ della vita. Per queste ragioni lo spettacolo si dipanerÓ come una partitura di immagini, suoni, musiche, canti e parole con cui combatteranno i due grandi cori dei bolscevichi e degli zaristi. In mezzo ai due "eserciti" un drappello di musicisti cavalleggeri rossi suonerÓ l'epopea dei rivoluzionari mentre gli attori racconteranno e urleranno lo sgomento dei piccoli uomini sconfitti. La Rivoluzione danzerÓ il suo sogno-incubo di gloria e di sangue prima di morire abbandonando il fragile essere umano alla dea Kalý del potere e del denaro che lo soggioga con il suo incantesimo bugiardo senza speranza.
Moni Ovadia