Fondazione Teatro Due
presenta


CARA PROFESSORESSA
di Liudmila Razumovskaja

con

MARIA PAIATO

e con
Claudia Coli
Simone Gandolfo
Enzo Paci
Fulvio Pepe

regia
Valerio Binasco

collaborazione drammaturgica Fausto Paradivino
scene Antonio Panzuto
costumi Sandra Cardini


La vicenda
Siamo in una città della Russia contemporanea. La scena si apre nello spaccato dell'appartamentino della professoressa Elena Sergeevna, la sera del suo compleanno. Una sera gelida e buia di primavera. La professoressa vive sola, da quando la sua vecchia madre è stata ricoverata in ospedale. Sta correggendo dei compiti. Suonano alla porta. Quattro studenti (sui vent'anni) vengono a festeggiare il suo compleanno. E' una visita a sorpresa, accolta con grande gioia dalla professoressa. Si crea da subito un clima di festa. La conversazione - molto dolce e educata - ci porta ben presto a cogliere differenze generazionali e culturali profonde. Il comunismo è caduto, e il vuoto ideologico che separa i ragazzi dalla classe degli insegnanti si fa sentire. Man mano che la situazione si sviluppa, avvertiamo una tensione crescente, e un senso di 'minaccia' che si cela nel comportamento dei ragazzi. Il gioco drammatico finalmente si disvela: non sono lì per il compleanno, ma per farsi dare la chiave di un armadietto dove sono custoditi dei compiti d'esame. Hanno fallito la prova e intendono sostituirli nottetempo. Se non riusciranno a rimediare rischiano conseguenze pesanti come l'interruzione degli studi, o addirittura il servizio militare. A noi possono sembrare problemi da niente, ma il "niente" non gioca un ruolo da poco in questa storia. Colpo di scena: la professoressa, apparentemente persona mite e semplice, rivela un orgoglio e un attaccamento al dovere insospettabili. Rifiuta e li caccia da casa. Ma i ragazzi non ci stanno e iniziano una battaglia ideologica che si svolgerà dapprima con educata insistenza e poi via via con maggiore determinazione, fino all'irreparabile decisione della minaccia, del sequestro, della violenza. Dicono di ispirarsi ai tempi nuovi, quelli del capitalismo, ed è curioso notare che per loro il capitalismo significa ottenere tutto con furberia e sopraffazione (i tempi nuovi, inutile dirlo, stanno dimostrando che hanno assolutamente ragione). Avranno la chiave, alla fine, ma il prezzo pagato per ottenerla sarà così alto per le loro coscienze, che non saranno più capaci di prenderla. Due mondi si sono scontrati, ed è rimasto il deserto. Ognuno, nel corso di questa interminabile notte, conoscerà l'orrore ottuso e insensato dell'odio. E ovviamente nessuno in questa partita estrema, potrà dirsi vincitore di qualcosa. Se ne andranno a casa, nella notte gelida, quasi facendo "finta" di niente. Ma non è una "finta". Per tutti loro (professoressa compresa, anzi, soprattutto) è cominciata l'epoca del Niente. Benvenuti in occidente, ragazzi.

Appunti di regia
"Intendo lavorare come se fosse un lungo "piano-sequenza", evidenziando i diversi spazi scenici (sala, corridoio, cucina) contemporaneamente, come la sezione realistica di una casa. Il realismo della rappresentazione sarà elemento stilistico importantissimo, anche se verrà talvolta attenuato da proiezioni di scritte didascaliche (che dovranno quasi "dare il titolo" alle diverse sezioni drammatiche) e da interventi sonori che ogni tanto sospendano l'azione e la trasportino, per brevi istanti, in un immaginario più astratto. Come quando, per es., c'è la scena in cui ballano. O durante le scene di più acuta violenza (il tentativo di stupro operato da uno dei ragazzi nei confronti della sua compagna, per vedere se la professoressa è insensibile alla crudeltà verso "gli altri"). Anche scenograficamente cercheremo di ottenere il massimo realismo evidenziando nel contempo il gioco della finzione: proiettori a vista, cantinelle che reggono le pareti, ecc. Poiché questa storia di tono veristico contiene in realtà una possibilità metaforica che va ben al di là della situazione pura e semplice. Ed ogni metafora, scenicamente intesa, va interpretata come fosse una specie di rituale, e richiede dunque il disordine stilizzato dello 'svelamento'".
Valerio Binasco