Teatro Eliseo
presenta



METTI UNA SERA A CENA
di Giuseppe Patroni Griffi

con
CATERINA VERTOVA
STEFANO SANTOSPAGO
KASPAR CAPPARONI
MONICA SCATTINI
ALESSANDRO AVERONE


regia

Giuseppe Patroni Griffi

scene e costumi Aldo Terlizzi
luci Domenico Maggiotti


..... Nel 1967, riuniti a Ivrea, studiosi, critici e uomini di teatro pongono le premesse per un radicale mutamento di percorso nello sviluppo del nostro teatro, mettendo in discussione il ruolo del regista e il significato stesso dell'agire dei teatri stabili, dopo solo ventanni dalla loro fondazione, Patroni Griffi, muovendosi ancora una volta su una linea di netta controtendenza, pubblica Metti, una sera a cena: il testo fornisce una secca risposta al neoconformismo diffuso e spiazza pubblico e critica, rivelandosi capace di coniugare sotto il velo di un rispetto (per non dire di un debito) apparente nei confronti della contestatissima commedia borghese, la forza di elementi di autentica rottura sotto i profili tematico e strutturale. Mentre sui palcoscenici della sperimentazione più a la page il fascino riscoperto della gestualità pone in ombra il privilegio che il testo aveva mantenuto ininterrottamente per oltre due secoli nelle nostre esperienze teatrali, Patroni Graffi scrive un dramma privo di azione (intesa in senso proprio), in cui all'assenza degli accadimenti fenomenici si surroga l'intensità della proliferazione verbale. Sicché la rinunzia a ogni effetto teatrale e persino all'integrazione di linguaggi espressivi, come quelli della luce e della musica, cui il drammaturgo aveva assegnato peso non irrilevante nelle opere precedenti, si pone come la condizione indispensabile affinché la parola possa risaltare nella sua nuda essenzialità, riversando sugli attori la responsabilità completa di attivare, attraverso l'interpretazione, il circuito della comunicazione. Dramma della conversazione - come si potrebbe definire con qualche azzardo la pièce, giuste le parole di Szondi - Metti, una sera a cena realizza il paradosso di una struttura perfettamente destrutturata, dentro la quale la "conversazione" dei personaggi assume carattere di necessità, venendo a rappresentare con straordinario nitore, attraverso la continua spezzatura dei ritmi e delle situazioni, il quadro di un'umanità incapace di comunicare e dispersa nella rincorsa delle velleità. "Il palcoscenico è uno spazio nel tempo. Le azioni devono svolgersi in un presente continuo, mai apparire rievocate o suggerite. I personaggi sono sempre in scena e anche quando non partecipano devono sottolineare la loro presenza ed essere di ingombro." L'avvertimento posto dall'autore in luogo della consueta indicazione preliminare relativa alla scenografia, basta a spiegare l'intenzione di condurre alle conseguenze estreme tecniche e modalità strutturali da lui collaudale nelle opere precedenti. Unico e senza definizione è ora lo spazio dell'azione, come un contenitore chiuso verso l'esterno in modo da non consentire vie di fuga ai personaggi che vi sono come imprigionati, ne a estranei di forzare la porta per introdursi. Esso metaforicamente contiene in sé gli spazi storici entro i quali il gruppo sociale che lo abita ha consumato la sua esistenza, ma non necessita di precisazioni, se non suggerite per accenni minimi, allo scopo di farsi, di volta in volta, luogo del loro incontri, la cui cadenza, avulsa da qualsiasi logica temporale, segue, secondo un percorso rappresentativo di natura affatto antirealistica, il flusso casuale dell'evocazione, secondo un procedimento di associazioni mentali che ricorda un gioco di società. Un gioco la cui crudeltà prevede che tutti i partecipanti assistano a ciascuna delle fasi senza neppure poter usufruire del beneficio dell'ignoranza: alcuni dialogano, altri ascoltano, gli uni si sostituiscono agli altri, insinuandosi nell'azione e respingendo ai margini gli esclusi che provvisoriamente, si dispongono a testimoniare in silenzio. Franta in una teoria interminabile di momenti, separati e congiunti da altrettanti stacchi (quarantatre, se il mio conteggio è corretto), la struttura drammaturgia di nega alla linearità consequenziale, a essa preferendo un andamento sinuoso di natura circolare, tendente a riannodare gli estremi, a riproporre incontri e situazioni già verificatesi, senza temere la ripetizione anche letterate, che anzi, ove attuata, rivela un arcano potere fascinatorio. Nonostante la complessità, la partitura drammaturgia si dimostra perfettamente funzionale anche grazie all'esperienza acquisita dall'autore nella collaborazione quotidiana con la Compagnia dei Giovani, per la quale questo testo fu scritto, a partire, ancora una volta e per l'ultima volta, dalle misure di ogni singolo attore. Non sembra azzardato affermare che, per Metti, una sera a cena, testo e spettacolo nascano insieme, la scrittura drammaturgia scaturendo dalla scrittura scenica...... "C'è nella storia la paura della solitudine, oppure la paura del mondo che induce la gente a chiudersi in piccoli gruppi " annota l'autore "Oggi viviamo tutti così. In cellule che non comunicano tra loro, in piccole società isolate: ciascuna con le sue regole, i suoi riti, le sue funzioni, le sue guerre. Gruppi, bande, consorterie, mafie, clan. Composte da amici della stessa generazione, che hanno avuto insieme le stesse esperienze e hanno fatto le stesse cose, che si conoscono profondamente. Si vogliono bene e magari anche si disprezzano, nutrono infiniti reciproci rancori ma si sono necessari. Vivendosi sempre addosso, è naturale che nascano all'interno di questi gruppi complicazioni affettive, sentimentali, psicologiche. Un groviglio inestricabile, ma di cui non si riesce più a fare a meno. E se qualcuno tradisce, se per esempio una donna non si accontenta di essere la moglie di suo marito, ma si innamora anche di un estraneo se addirittura progetta di andarsene con lui... allora lo sgomento e l'infelicità degli altri è tale che l'unica soluzione consiste nel far finta di niente, nell'assorbire l'estraneo nel gruppo: pur di non rompere l'apparente equilibrio. Può anche sembrare una posizione poco probabile, ma per me è molto più che probabile: reale." La lunga citazione illustra esaurientemente il radicamento di Metti, una sera a cena nella realtà che, ancora una volta, il drammaturgo osserva da una prospettiva originale e inconsueta, affatto libera da ogni preconcetto di carattere moralistico, con onesta lucidità. L'opera registra un momento di crisi nella vita di un "clan", come Patroni Griffi ama definire un gruppo di persone coeso da rapporti stretti e inestricabili, al d fuori dei quali ciascuna di esse sembra non avere alcuna possibilità di autonoma sopravvivenza: il gruppo che, particolarmente in quegli anni, a Roma più che in altre città d'Italia, nell'ambiente artistico più che in altri ambiti sociali, va per gradi surrogandosi all'idea borghese di famiglia, posta in discussione dal cambiamento della cultura e dei costumi, nella sua tradizionale funzione di nucleo accentratore degli affetti e dei rapporti fra le persone. La crisi sembra essere condizione "normale" o, quantomeno, ricorrente nel gruppo, in cui gli scambi e gli incroci di partners si susseguono sull'onda delle rotture e delle ricostruzioni di liasons sempre instabili, entro le quali "... i personaggi, in un rapporto di repulsione-attrazione confessano l'impotenza e l'incapacità di amare e di amarsi e al contempo, l'impossibilità di fare l'uno a meno dell'altro". ... ... ...
(tratto dalla introduzione di Paolo Bosisio a: Giuseppe Patroni Griffi - Tutto il teatro - Edizioni Mondatori)