Diana Organizzazione Italiana Spettacoli
presenta


MISERIA E NOBILTA'

di Eduardo Scarpetta

con
CARLO GIUFFRE'

e con
Nello Mascia

e con
Fulvia Carotenuto, Massimo Abbate, Aldo De Martino,
Claudio Veneziano, Mimma Lovoi, Antonella Lori


regia
Carlo Giuffre'

scene e costumi Aldo Terlizzi
luci Luigi Ascione
musiche originali Francesco Giuffre'


Ora io dovrei scrivere le note di regia com'è d'uso; cioè le ragioni per cui rimetto in scena questa bella commedia di Eduardo Scarpetta dopo 14 anni. Si perché la prima edizione risale appunto al 1989. La rimetto in scena perché è una commedia allegra, divertente che svolge due temi sociali di grande teatralità. La tragedia della miseria e il grottesco della nobiltà. Piacque molto questa commedia al pubblico ed ai critici, fu un vero trionfo e piacque tanto anche a Federico Fellini che vide lo spettacolo tre volte. Quando gli chiesi perché gli fosse piaciuta tanto e se poteva darmi una testimonianza scritta, gli porsi carta e penna ed il genio scrisse: "Ecco il teatro, quello vero, che funziona da sempre come una bella festa tra vecchi amici con cui stai subito bene. L'avanspettacolo, il melodramma, la farsa, la canzonetta napoletana, il circo, le marionette, tutto riposto con passione e lucido divertimento da attori, che ti appaiono, e forse sono, come le magiche reincarnazioni dei grandi Pulcinella. Sono personaggi che conosci da sempre e quelle storie le hai sentite tantissime volte, ma le vuoi riascoltare ancora per ridere e commuoverti ed applaudire alla fine con convinzione, con gratitudine, nutrendo, forse, nel profondo, la segreta speranza che tutto ciò che di spensierato, buffonesco, patetico, assurdo, e straziantemente umano hai visto accadere su quel palcoscenico, spente le luci e uscito dal teatro, tu possa ritrovarlo fuori, nella vita... (Federico Fellini)
Carlo Giuffrè

Un borghese di successo
Ma che cos'è questa commedia? È dramma, è farsa, è tutta da ridere o si vena anche di più aspri umori? È satira grottesca, forse più semplicemente comica parodia, sberleffo ad un tempo alla nobiltà e alla miseria, o rinvia anche a qualche più sincera verità, ad una umanità e una realtà più scarnite e risentite? Diciamo subito che Scarpetta raggiunge i suoi esiti più alti, i risultati poeticamente più pregnanti, soprattutto nel celeberrimo primo atto, dove i personaggi trovano compiuta definizione e le situazioni sono mosse da una trama di asciutta qualità drammaturgica, in quella cupa stamberga che certo dovette ricordare a Gorky la gente derelitta del suo "Albergo dei Poveri". Nel secondo atto, la scena si fa più colorita: nello sfarzo pacchiano della casa dell'ex-cuoco arricchito, prende corpo l'intrigo ad opera dei pezzenti travestiti da nobili, assoldati da un marchesino innamorato per fingere un aristocratico consenso alle nozze con la figlia del goffo "parvenu". Ma qui, pur con arguti picchi di comicità, le figure si tingono di maniera, si susseguono i lazzi e le scene di genere, si preparano gli sviluppi del terzo atto. Nel quale la commedia si fa serrata, si stringono i fili delle diverse vicende che avevano accompagnato ciascun personaggio lungo il filone principale della beffa e, tra sorprese varie, si va verso lo scioglimento finale. Commedia borghese per eccellenza - è stato osservato - in "Miseria e Nobiltà" manca il protagonista borghese. Il protagonista borghese è l'autore stesso, che rappresenta i nobili e il popolo con gli occhi della media borghesia. Mi sembra un'osservazione acuta. Nato da un modesto impiegato governativo, e dunque non figlio d'arte (come invece tanto spesso è avvenuto nella tradizione del teatro napoletano che ha visto innumeri famiglie di comici tramandarsi per generazioni il loro splendido e travagliato mestiere), Eduardo Scarpetta non aveva mai fatto mistero del suo interesse per la borghesia, sia come oggetto del suo teatro che per la personale propensione ad acquistarne lo "status" e l'agiatezza. Giulio Trevisani ha osservato crudamente che il Dio di Scarpetta fu il successo, con la ricchezza che a questa si accompagnava. E di fama e di danaro Scarpetta ne ha goduto molto, costruendosi un palazzo nella Napoli elegante di Via Vittoria Colonna, ed una villa sulla collina del Vomero, amante del lusso e delle donne, impaniato in relazioni extraconiugali, con un intrigo di figli e di "nipoti", ceppo di quella "famiglia difficile" da cui nacquero, fuori del matrimonio, i De Filippo - Titina, Eduardo e Peppino - eredi che porteranno il cognome della madre naturale e illustreranno essi stessi, con autonomia e in alta misura, la scena napoletana e italiana. Alla borghesia, dunque, Scarpetta si rivolse. Il ceto medio emergente a nuovo benessere tra il popolo basso e la declinante aristocrazia offriva molta materia al suo teatro ed egli fece la sua scelta di campo. Il mio pubblico - ci ha lasciato scritto - voleva divertirsi, voleva ridere. E io credo di aver avuto le mie buone ragioni di ricercarla, la comicità, nella borghesia stessa, perché mi pareva che nessun ambiente fosse meglio adatto allo scopo che mi proponevo. Borghese dunque è l'autore, borghese la sua platea, borghese la sua visione del mondo. In questo senso va inteso l'occhio con cui Scarpetta guarda le altre facce della realtà sociale, al di sotto e al di sopra della borghesia. In basso ci sono i poveri, i pezzenti mortidifame: e la loro fame perenne, alla stregua degli arlecchini e dei pulcinella della Commedia dell'Arte e poi delle maschere e semi-maschere della tradizione sancarliniana, diviene materia e motivo per un lepido gioco istrionico, talvolta spinto sino ai lazzi. Lo sguardo borghese è alieno da qualsiasi tentativo di indagine critica come da ogni sentimento di partecipe compassione (quella "pietas" e quella risentita partecipazione che si troverà in Viviani), ma tende ad una accentuazione comica dei personaggi per ridere nel modo innocuo che Scarpetta aveva scelto come suo programma. All'altro capo della scala sociale i nobili, la cui rappresentazione ridicola e farsesca l'autore offre alla curiosità e al desiderio di irrisione del suo pubblico, gratificandolo della naturale propensione del ceto grasso a mettere alla berlina la classe più elevata (magari per una velleità di identificazione inconsciamente sottesa a un pur pragmatico intuito della declinata funzione sociale dell'aristocrazia). In ogni caso, l'istinto e la perizia di Scarpetta, la sua capacità di costruzione dell'intreccio e di definizione dei caratteri, assicurano un'invenzione comica di grande teatralità, che in "Miseria e nobiltà" si fa più schietta e sincera e quindi di elevata persuasione scenica.
Francesco de Ciuceis