Bis s.r.l.
presenta



ZIO VANJA
di Anton Cechov

con
ANDREA GIORDANA

e con
Marioletta Bideri
Laura Nardi

Francesco Biscione


e con
Giselda Castrini, Gianluigi Pizzetti, Paola Sebastiani

e con la partecipazione di
Ivo Garrani

regia
Sergio Fantoni

scene Nikolas Bocby
costumi Annamaria Heinreich


L'intrusione di "due corpi estranei" di città, nel tessuto , operoso e consolidato, di una famiglia impegnata nel mantenere in vita una malandata proprietà terriera, sconvolge la vita di tutti, residenti e intrusi. Esalta le contraddizioni personali che sonnecchiavano sotto pelle, esaspera le diversità caratteriali e culturali, ma soprattutto provoca un rigurgito di autocoscienza , che costringe tutti, nella stretta di sentimenti avviliti o offesi, a un rendiconto del come si è arrivati a quel punto e sul cosa li attende da quel momento in poi. L'apparente quiete è rotta, gli equilibri saltano, i rinfacci, le recriminazioni, gli insulti, fino a una violenza più che verbale, due colpi di pistola!, si susseguono senza sosta. (E c'è chi sostiene che nelle opere di Cechov non succede niente!) Alla fine, esasperati, tutti riconoscono che solo l'espulsione dei "due corpi estranei" può restaurare una vita appena vivibile. Quale sarà il futuro di questi esseri umani non lo sappiamo. Cechov non ce lo dice. Lascia a noi immaginarlo. Ottimismo, pessimismo? Quanto se ne è discusso. Quanti pronunciamenti estremi e inutili. Della vita, e dei suoi abitanti, Cechov, sembra conoscere i più contraddittori sentimenti, impulsi, ansie, e per questo, forse, evita i soliti attacchi di determinismo moralistico e con un sentimento di laica pietas, lascia nelle mani dei suoi personaggi e al nostro cuore, il loro futuro. Credo sia impossibile, oggi, almeno per me, avvicinare Cechov con l'idea di cercaree una "nuova" interpretazione delle sue opere dopo le proposte dell'ultimo mezzo secolo. Ma la scrittura del suo teatro è così provocatoria che prima o poi si è costretti ad accettarne il confronto, si è spinti, come dire, da una "necessità," sconosciuta ma irrinunciabile, a testimoniare l'esperienza di un viaggio nel suo mondo. E questo vale soprattutto per gli attori. Perchè per Cechov, più che per altri, è vero ciò che è vero per tutto il grande teatro: le sue parole trovano la giusta eco solo se pronunciate ( bene) dall'unico insostituibile intermediario: l'attore. Da quì parte il nostro lavoro: dall'appropiazione del personaggio cecoviano, dei suoi conflitti, cancellando il suo essere russo, come categoria umana restrittiva, assumendolo come "uno di noi", confrontandoci con lui, oggi, come uomini di oggi, e affrontando la sua complessa e contraddittoria umanità. Vorremmo portare questi personaggi ancora più "dentro" al nostro mondo, al nostro pubblico. Credo non sarà difficile riconoscere nelle loro parole, nella loro condizione, il nostro stesso disagio per una condizione esistenziale seminata di insoddisfazioni, di ingiustizie, di infiniti, piccoli e grandi fallimenti, dislocamenti fisici e culturali invivibili, pressati dal dover apparire, fare, guadagnare, lasciati, alla fine, soli, con un pugno di mosche in mano e, per i più fortunati, con una unica ancora di salvezza: la fede. Ma questo Cechov, almeno esplicitamente, non lo dice. Tocca a noi, come sempre , deciderlo e assumercene la responsabilità.