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Corriere della Sera, Mercoledì 13
Novembre 2002
Lavia regista dello spettacolo tratto dal racconto di Karen Blixen.
Cecchi nel ruolo di Orson Welles: una grande "storia immortale".
Se in un precedente Don Giovanni, Gabriele Lavia aveva lasciato
a Eros Pagni (Sganarello) tutta la misura e la sobrietà possibili, accaparrandosi
gli eccessi, nella messinscena de La storia immortale tratta dal racconto
omonimo di Karen Blixen, di cui è anche regista, egli ha riservato a
se stesso la parte in ombra, sottotono, mortificata del segretario Levinsky,
mentre Carlo Cecchi esibisce non già una qualche dismisura ma tutta
una gamma di espressività che fanno di questa interpretazione del commerciante
di tè Clay, non esito a dirlo, la maggiore della sua carriera. Nella
parte che fu di Orson Welles nel film del 1968, Cecchi è mostruoso per
sottigliezza, senso del ritmo, capacità di trovare un equilibrio musicale
con la laconicità del partner. Lo spettacolo del resto è tutto qui:
nella imprevista accoppiata, nella sua capacità di imprimere al racconto
un'andatura drammatica che riempie di consistenza umana la peraltro
suprema allegoria della scrittrice danese. Né si può dimenticare la
scena di Paolo Tommasi, che consiste in una serie di specchi lussuosamente
incorniciati (simili a quelli del film di Welles ma più fitti e più
imponenti); né la presenza, di un erotismo leggero, di Raffaella Azim
e di Giorgio Lupano. Dico erotismo perché la "storia immortale" è quella,
che passa di bocca in bocca, di marinaio in marinaio, di un'avventura
favolosa: la leggenda di un vecchio e ricco signore che offre appunto
a un marinaio una notte d'amore con sua moglie. L'improvvisa idea di
Clay, che fino a quel tardo punto della vita non si è occupato che di
conti, è di passare ai racconti, ovvero di fare in modo che quella leggenda
accada nella vita vera, all'unico scopo di saldare il conto finale.
Presentendo l'ultima ora, egli vuole che le sue ricchezze vadano in
mani sicure, cioè in mani da lui stesso create. Ma questo evento è una
storia filosofica. La donna scelta da Levinsky, perché si realizzi,
è la figlia del socio da Clay gettato in rovina: ella tornerà in possesso
della casa di cui è padrone Clay. Oggi, la Blixen sarebbe considerata
una comunista, cosa che ovviamente non era affatto. Ma è certo che per
lei Clay, come detentore di una funzione creatrice, divina, quella che
l'ebreo Levinsky non può accettare, è un vampiro. È come se la Blixen
ci dicesse che se un capitalista è una specie di dio, dio è un capitalista,
cioè un vampiro. Ma la Blixen va oltre lo stesso Pirandello quando osservò
che la Creatura sopravvive al creatore. In realtà, il Creatore è una
creatura come le altre e, cosa straordinaria, in questo quadro di ateismo
radicale (e di spietata critica sociale), fa la sua apparizione una
luminosa teodicea: qualcosa che si associa alla presenza di Dio. Qui
invece Dio non c'è; ma c'è una giustizia, nonostante tutto il male del
mondo e nonostante la "ubris" di Clay, l'uomo che voleva fare i conti
da sinistra a destra, ovvero procedere non dalla vita al racconto ma
dal racconto alla vita. Questa è la vera storia immortale.
Franco Cordelli
La Stampa, Giovedì 14 Novembre 2002
"La storia infinita" della Blixen al Carignano.
Lavia & Cecchi contro il mondo
Torino - "Spalla a spalla contro il resto del mondo". Così Karen
Blixen descrive il rapporto tra il signor Clay e il suo servo Elishama
nel racconto "La storia infinita". E davvero spalla a spalla, davvero
contro il resto del mondo si trovano Carlo Cecchi e Gabriele Lavia nello
spettacolo prodotto dal Teatro di Genova in scena al Carignano fino
al 24 novembre. Per la prima volta insieme, i due attori iniettano lampi
di crudeltà e di mistero dentro una vicenda che la baronessa Blixen
sviluppa come fosse una partitura per flauto, e cioè con una leggerezza
volubile e scura che, nella trasposizione firmata da Lavia, non esita
a piegarsi verso le ambiguità della metafisica. Basterebbe citare la
presenza in scena degli specchi enormi, ricordare che il mondo specchiato
è il mondo dell'immaginazione, e che nell'immaginazione, come in un
catino di calce, si scioglie e si annienta la volontà di potenza, per
afferrare il bandolo al quale si è legato Lavia. Clay è l'uomo più ricco
di Canton. Ormai vecchio e malato conduce un'esistenza aridamente solitaria.
E poiché la notte non può dormire, convoca il segretario Elishama e
lo costringe a leggere i libri contabili di una vita. Nel corso degli
anni, il segretario glieli ha letti tutti per più volte. Quando non
c'è davvero più niente da leggere, Clay dice di aver sentito che esistono
altre cose, racconti, storie. Per esempio quella di un vecchio molto
ricco che, privo di figli, promette a un marinaio cinque ghinee se il
giovane lo renderà padre. Il "bel marinaio" andrà a letto con la moglie
del vecchio e all'alba sparirà. Clay crede che questa sia una storia
vera e sbigottisce quando il segretario lo contraddice. No, quella storia
la sanno tutti, la raccontano tutti i marinai di tutti i mari, è una
storia immateriale e perciò immortale. Ma il vecchio, abituato a trionfare,
lancia la sua ultima sfida: quella storia la renderà vera lui; andrà
lui a cercare un marinaio e per cinque ghinee lo farà accoppiare con
una ragazza di buona famiglia. E così dal racconto nasce il sottoracconto
dell'amore breve e potente tra Powl e Virginie, la quale è la figlia
del socio che Clay ha costretto al suicidio. Clay monta la commedia,
muove i personaggi come fosse un burattinaio superiore, e quando sta
per bere "la coppa del trionfo", questa si rivela troppo forte per lui.
Bellissimo nella prima parte, nel serrato duello tra padrone e servo,
lo spettacolo soffre un poco nella successiva apertura sentimentale.
Non per difetto registico o interpretativo, ma per cambio brusco di
registro e per eccesso di metafora. O forse perché è tale l'ipnotica
grandiosità del rapporto tra Clay e Elishama, che il resto, tutto il
resto, può apparire impoverito, posticcio, o corrivo. Di quella prima
parte Carlo Cecchi e Gabriele Lavia forniscono un quadro di struggente
durezza. Cecchi è Clay, è il padrone assoluto che conosce il valore
delle cifre e allibisce come un bambino quando scopre l'esistenza di
una nuova realtà. È tagliente, è cinico, è indifferente al mondo. La
sua è una prova d'attore controllatissima e superba, che fa il paio
("spalla a spalla") con quella di Lavia, il cui Elishama è freddo, apparentemente
spersonalizzato e invece pieno di vita sorda, repressa, velenosa d'amarezza
e di sofferenza patita. Fra i grandi specchi di Paolo Tomasi, i due
combattono il loro duello e preparano l'ingresso di Giorgio Lupano (un
Powl caravaggesco di esagitata fisicità) e quello di Raffaella Azim,
la cui Virginie ha l'eleganza calda e calma della seduttrice senza vizio.
Osvaldo Guerrieri
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