La Sicilia, Giovedì 24 Ottobre 2002
Messina, avvio alla grande con Giuffrè-Sciosciammocca.
Messina - Tutto esaurito, al Vittorio Emanuele, per la prima di Miseria e nobiltà, di Eduardo Scarpetta, diretto ed interpretato da Carlo Giuffrè, che ha ufficialmente aperto, presente anche il sindaco Salvatore Leonardi e Giuseppe Patroni Griffi, la stagione di prosa dell'Ear, Teatro di Messina. Un avvio alla grande che ha visto, nel rinnovato palcoscenico, l'eclettico artista partenopeo cimentarsi, per la seconda volta (la prima edizione risale al 1989) con il capolavoro della drammaturgia napoletana che resterà in replica fino al 27 (dal 14 novembre lo spettacolo sarà al Teatro Al Massimo di Palermo, dal 30 al Metropolitan di Catania, poi a Siracusa). Nei panni dello scrivano Felice Sciosciammocca che fu di Totò, Giuffrè, in ottima forma, appare perfettamente a suo agio, conosce a menadito lo spaccato popolare della sua Napoli e con apprezzabile capacità descrittiva lo spiega anche nei dettagli con particolare attenzione allo spirito di adattamento che guida il personaggio costretto, per sopravvivere, ad arrangiarsi. Gli è accanto, nel ruolo di don Pasquale, l'ottimo Nello Mascia che regge il palco con spontanea naturalezza ed inequivocabile compostezza scenica. La trama, nel suo sviluppo, scorre veloce. I dialoghi rendono appieno, specie nel primo atto, lo spettrale squallore fatto di quotidiane privazioni che non lasciano presagire alcun futuro. Felice e Pasquale appaiono come l'ombra di loro stessi e sembrerebbero proprio voler cedere ai morsi della fame. E' questa la partenza di un allestimento che nel divertente coacervo dei suoi intrighi, si rivela, invece, pieno di verve e si rifà ai fasti della commedia dell'arte, con scambi di persona e frequenti travestimenti. La risata è sempre dietro l'angolo, ma è offuscata, talvolta, dalla povertà nella quale d'un tratto, tutta la platea, suo malgrado, è coinvolta. Nel secondo atto scattano i preziosismi della dicotomia che partono dall'ambientazione scenica e raccontano di fatti e persone, pur sotto diverso aspetto, tristemente attuali. L'accorta regia di Giuffrè enfatizza la trama... si accende, nel contempo, l'interesse dello spettatore. La miseria c'è, ed è innegabile; ma esiste, di contro - si percepisce bene dalle battute, studiatamente inframmezzate da pause eloquenti - la ferma volontà di combatterla e perché no, forse anche di sconfiggerla. Il momento conclusivo, fedele alle stesure scarpettiane, è risolutore. Il dialogare dei personaggi si fa più incisivo e l'imbroglio pervade la scena. Diviene quest'ultimo, d'un sol colpo, il vero protagonista della pièce; d'altra parte è soltanto grazie all'inganno che alla fin fine, si fa chiarezza e si prospetta l'agognata soluzione di ogni problema. Le scene di Aldo Terlizzi introducono, efficacemente, l'ambientazione di fine Ottocento ed accompagnano con coerenza l'azione, la velocizzano, e la completano, bene integrandosi pure con le musiche di Francesco Giuffrè. Il cast è ben coeso. A ciascuno degli attori è affidato uno scorcio contestuale specifico che, come in un grande puzzle, si innesta nel poderoso insieme. Scroscianti e meritati gli applausi. Da non perdere.
Stello Vadalà

Giornale di Sicilia, Giovedì 24 Ottobre 2002
Miseria e nobiltà, entra in scena la fame.
Messina. Al "Vittorio" lo storico testo di Scarpetta: il protagonista è Carlo Giuffre'.
Messina - Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta ha inaugurato la nuova stagione del Vittorio Emanuele (che lo coproduce assieme al Teatro Diana di Napoli) lustrato al suo interno con le pareti legno di ciliegio lì dove un tempo era attaccata una sconveniente moquette color rosa shocking: speriamo stavolta che Uto Ughi non abbia a lamentarsi dell'inadeguata acustica del teatro. È incredibile questo testo di Scarpetta. Pensate che è stato rappresentato la prima volta a Napoli, ben centoquindici anni fa. E, magia delle magie, riesce ancora oggi a far ridere, pensare ed essere attuale. Come accade appunto ai classici e ai testi che toccano l'animo umano nel profondo. Scomparsi i De Filippo, i fratelli Maggio, i De Vico e tanti altri, tocca ai figli di Eduardo e di Peppino e ai fratelli Giuffrè continuare la tradizione del grande teatro napoletano. Ed eccolo Carlo Giuffrè vestire i panni di Don Felice Sciosciammocca e curarne pure la regia, richiamandosi in più punti all'omonimo film interpretato da Totò, Carlo Croccolo e dalle giovani Sofia Loren e Valeria Moriconi. Motivo portante di Miseria e nobiltà è la fame, una sensazione di vuoto che attanaglia di continuo l'epigastrio di due famiglie che vivono nella stessa stamberga: quella del salassatore Don Pasquale (Nello Mascia) con la moglie Concetta (Antonella Lori) e la figlia Pupella (Luana Pantaleo) e quell'altra dello scrivano pubblico Don Felice Sciosciammocca (Giuffrè appunto) con la convivente Luisella (Fulvia Carotenuto) e il piccolo Peppeniello (Thago Pereira): due professioni le loro sfavorite dal progresso che fa scomparire gli analfabeti e la fiducia nei salassi e crea miseria e liti familiari. Anche Sarto per signore di Feydeau è del 1887 e questa commedia di Scarpetta, chiaramente con un plot diverso, non ha nulla da invidiare a quella dell'illustre collega francese, per come è architettato il congegno drammaturgico ad orologeria e per come gli intrecci lentamente si sciolgono con un finale che lascia tutti felici e contenti, compreso il pubblico. Si pensi solo che Pupella, figlia di Don Pasquale (cui Nello Mascia conferisce dei segni di grande comicità grottesca) è chiesta in moglie da quel Don Luigino (Gennaro Di Biase) fratello della ballerina Gemma (Elisa Di Eusanio), che l'innamoratissimo principe Eugenio Favetti (Luca Capuano) vuole sposare a tutti i costi anche contro il parere dei genitori, presentando al futuro suocero Gaetano Semmolone (Aldo De Martino) quei due nuclei familiari morti di fame, travestiti da nobili signori, come fossero i suoi parenti. E c'è ancora da dire che, oltre al felice esito che avranno le due giovani coppie, anche il Don Felice di Carlo Giuffrè, interpretato con grande maestria e senso tragicomico, verrà perdonato dalla sua prima moglie Betona (Mimma Lovoi) e farà ritorno in quella topaia anche con figlioletto Peppeniello dopo aver giocato tra la miseria vera e la falsa nobiltà. Di grande comicità alla fine del primo tempo il lento assalto dei protagonisti verso la tavola imbandita con gli spaghetti fumanti inforcati con le mani e il loro storpiato scilinguagnolo nel secondo tempo sfoderato davanti al ricco Semmolone, che non scherza anche lui per ignoranza, e in salone tutto dorato e agghindato con gusto kitsch (le scene e i costumi sono di Aldo Terlizzi, mentre le musiche originali sono di Francesco Giuffrè). Calorosi gli applausi finali e successo per Giuffrè e compagni, in scena al Vittorio sino a domenica pomeriggio.
Gigi Giacobbe

La Repubblica, 31 Ottobre 2002
Al Diana "Miseria e nobiltà".
Giuffrè e Mascia talento da vendere.
Ritornano puntuali in palcoscenico, come vecchi amici a cui affidare qualche momento di allegria, i personaggi di Miseria e nobiltà. Al Diana ci sono infatti Felice e Pasquale con la loro miseria disperata, Concetta e Luisella con i loro invidiosi battibecchi, Pupella e Gemma con i loro sogni di fanciulle, Eugenio Favetti e Luigino, innamorati che non vogliono sentir ragioni. Coppie perfette nella simmetrica alchimia teatrale di Eduardo Scarpetta. Protagonisti di quella Miseria e nobiltà che percorre da più di un secolo i palcoscenici italiani ed ora ci è riproposta da Aldo Terlizzi. Summa di divertimento affidata questa volta al gran talento di Carlo Giuffrè e Nello Mascia, con le loro invenzioni d'attori certamente padroni di personaggi non facili, tanto è insidiosa la familiarità della memoria. Con loro Antonella Lori e Fulvia Carotenuto, Luana Pantaleo e Elisa Di Eusanio, Luca Capuano e Gennaro Di Biase. Gioco completato dagli altri attori della Compagnia del Teatro Diana e del Teatro di Messina, tra cui segnalare almeno la corposa presenza di Aldo De Martino ed il tenero irrompere di Thiago Pereira, simpatico e spigliato Peppiniello, chiamato a dar voce alla familiare litania del "Vicienzo m'è pate a me…". Un incontro che il pubblico della "prima" ha mostrato di gradire davvero. La cronaca potrà ricordare il consenso caloroso e divertito al finale, con i rituali, ironici versetti scarpettiani in chiusura di sipario. Giocoso saluto di Carlo Giuffrè e della compagnia tutta. Repliche fino a domenica 10 dicembre.
G.ba.

Il Mattino, Giovedì 31 Ottobre 2002
Giuffrè e Mascia in "Miseria e nobiltà".
Coppia d'assi in un mare di povertà.
"E pure, che bella cosa è fa' lo nobele. Rispettato, ossequiato da tutti... cerimonie, complimenti... È un'altra cosa, è la vera vita! Neh, lo pezzente che nce campa a fa'? Il mondo dovrebbe essere popolato di tutti nobili... Tutti signori, tutti ricchi. Pezziente no nce n'avarrieno da sta'. Eh, e si no nce starrieno pezziente, io e Pascale sarriemo muorte... Nce ha da sta' la miseria e la ricchezza, se capisce...". È questa, oltre ogni dubbio, la battuta-chiave non solo di "Miseria e nobiltà", ma dell'intera opera di Scarpetta: perché costituisce la dimostrazione esaustiva di come, in don Eduardo, la scelta ideologica a favore della borghesia fosse tanto radicata da spingersi, addirittura, sino ai limiti del razzismo. E valga, in proposito, il commento autorevolissimo stilato da Benedetto Croce ne "La Critica" del giugno 1937: " c'è da notare quella singolare deduzione sillogistica: la miseria non dovrebbe esistere, ma se la miseria non esistesse, io e il mio amico saremmo morti. Il povero diavolo non riesce nemmeno a immaginare che esso e il suo amico possano avere altra parte nel mondo che quella di miserabili, necessaria al mondo e che nessuno, per destinazione di natura, esercita meglio di essi". Non a caso, del resto, in "Miseria e nobiltà", a conti fatti, chi vince - sia pure dopo aver subìto, da parte dell'autore, infinite caricature - è Gaetano Semmolone, l'ex cuoco ridicolo e ignorantissimo, sì, ma che (e questo conta!) ha i soldi e in casa del quale, dunque, i diseredati di turno dovranno andare a sottomettersi se vogliono mangiare. Tanto basta, credo, a dire in che misura il teatro di Scarpetta risulti oggi datato. E poiché la società e l'ideologia dallo stesso incarnate sono, fortunatamente, da gran tempo tramontate, non rimane che sfruttare, di quel teatro, i puri meccanismi, nella migliore delle ipotesi spingendoli sul terreno del surreale. Infatti, proprio sulla struttura e sui meccanismi della commedia in sé punta Carlo Giuffré, regista dell'allestimento di "Miseria e nobiltà" che Lucio Mirra presenta al Diana. Ed ecco, allora, la sottolineatura e l'esasperazione che - complici le scene e i costumi di Aldo Terlizzi - vengono praticate nei confronti delle due dimensioni qui in campo, giusto quelle della miseria e della ricchezza: vedi nel primo tempo l'interno catacombale in cui risuonano funerei rintocchi di campana e, nel secondo, il profluvio di drappeggi dorati che dalle pareti debordano fin sul pavimento. Aggiungo che in un simile quadro non mancano - accanto alle citazioni dal celeberrimo film con Totò - le invenzioni intelligenti e gustose: come, poniamo, quelle relative a Pasquale che si scalda le mani su un braciere in cui non ci sono carboni (il surreale, appunto) e all'intenzione manifestata dallo stesso Pasquale e da Felice d'impegnare il quadretto con l'immagine di Cristo (il cinismo estremo indotto dalla fame). E il resto, si capisce, è affidato alla sapienza tecnica e alla capacità d'improvvisazione dispiegate nei panni di Felice dallo stesso Carlo Giuffré, benissimo affiancato nel ruolo di Pasquale da Nello Mascia (il quale ultimo, fra l'altro, lo sostituì per due giorni quando s'ammalò nel corso delle repliche della sua prima "Miseria e nobiltà", data nel settembre dell'89 nell'ambito di "Benevento Città Spettacolo"). Insieme con talune lungaggini, qualche scompenso, invece, si registra nel rimanente del cast. I migliori mi sembrano Fulvia Carotenuto (Luisella), Massimo Abbate (Ottavio Favetti) e il veterano Aldo De Martino (Gaetano Semmolone). Risate e applausi alla "prima".
Enrico Fiore

La Stampa, Venerdì 27 Dicembre 2002
Uno squisito spettacolo delle feste realizzato da Carlo Giuffrè.
Miseria e nobiltà: niente è più serio di un gioco.
Impegnarsi non significa far diventare la materia noiosa: così la commedia di Scarpetta è trattata con cura e buonumore.
Come ben sanno i bambini e i tifosi del calcio, il gioco è tra tutte le attività della vita quella che più dipende dall'essere svolta in modo serio. Se non si è seri quando si gioca - se non ci si impegna, se le regole non sono sacre e via dicendo - il gioco non ha più senso; fallisce nel suo unico scopo, che è quello di divertire (da "divertere" =distogliere, distrarre, far dimenticare le cose spiacevoli). Ciò vale naturalmente anche per il teatro, gioco per eccellenza (ludus in latino, e nelle principali lingue europee: jouer, spielen, to play). E nella fattispecie vale per il teatro comico, per le bagatelle: guai se chi le fa le prende sottogamba o tira via. Il pubblico rimane deluso proprio come il vostro nipotino quando vi coglie a sbirciare sotto la benda mentre giocate a moscacieca. Però fare sul serio non significa far diventare la materia seriosa. Per esempio: riprendendo uno dei testi più familiari della farsa napoletana, quel "Miseria e nobiltà" di Eduardo Scarpetta, Carlo Giuffré si è posto oggi il compito di porgerne ogni dettaglio seriamente, ossia con la cura che, una volta, si riservava ai classici riconosciuti, ma allo stesso tempo, di farlo senza perdere il buonumore; con rispetto ma senza riverenza; volendo bene al lavoro, insomma, e cercando di penetrarne lo spirito. Ne è risultato un allestimento squisitamente curato anche se con i suoi 180' complessivi, fin troppo lungo per un'operina scherzosa: un'edizione addirittura filologica, certe ripetizioni si potevano forse eliminare. Però il tutto è talmente squisito, ogni spunto è valorizzato in modo così gustoso, che nessuno vorrebbe che lo spettacolo fosse diverso: e gli spettatori applaudono con convinzione. Ho cominciato dalla fine, ma la trama di "Miseria e nobiltà" non ha bisogno di essere riassunta. Sono due parti bilanciate: nella prima è descritto un interno di poverissima gente, le famiglie affamate di due personaggi rovinati dal progresso, uno scrivano (tutti ormai sono alfabetizzati) e un salassatore (tutti ormai si fanno prescrivere delle medicine). Questi straccioni sono noleggiati da un giovane nobile perché si ripuliscano e fingano di essere i suoi parenti, allo scopo di conquistare l'assenzo alle proprie nozze con la figlia di un cafone arricchito e snob. La seconda parte si svolge quindi nella pacchiana abitazione di questi, con contrasto tra la volgarità del padrone, l'approssimativa imitazione dei nobili fatta dai poveracci, e la sordidezza di un paio di nobili veri che anche loro dissimulano la propria identità. Le numerose situazioni comiche coinvolgono non meno di quindici personaggi ciascuno dei quali ha titoli per imporsi all'attenzione, anche a sorpresa, vedi il rilievo che proprio al finale ne riceve uno del quale ci eravamo quasi dimenticati, la comare che seccata per essere stata esclusa dalla mascherata piomba a rovinare la festa agli altri. Qui Fulvia Carotenuto è magnifica nella tirata conclusiva, ma tutta la compagnia è alla sua altezza. Non ci sono punti deboli in questo ensemble, e per non far torto a nessuno ci vorrebbe molto più spazio; ricordo, quasi a caso Aldo De Martino (il nuovo ricco), Mimma Lovoi (una cameriera con un passato), Elisa Di Eusanio (la ballerina corteggiata). I due principali, poi, sono incantevoli: Nello Mascia deliziosamente petulante come il salassatore Pasquale, e Carlo Giuffré come un sornione don Felice Sciosciammocca, sempre in bilico tra il cavalcare avventurosamente gli avvenimenti e il farsene sopraffare. Spiritosi, poi, i costumi di Aldo Terlizzi, autore anche di una scenografia di ottima semplicità, col salone risolto grazie a drappi d'oro tanto vistosi quanto efficaci. Insomma, evviva. Repliche al Quirino per tutto il periodo delle feste.
Masolino d'Amico

Il Sole 24 Ore, Domenica 29 Dicembre 2002
Giuffrè, la nobiltà del comico.
Nella sbiadita memoria del teatro italiano Scarpetta sembra altalenare fra due aspetti. Da una parte c'è l'idea di un autore leggero, teso verso la facile comicità dell'intrattenimento, dall'altra pesa l'idea di un teatro dialettale datato e ormai fuori uso. Forse non è esattamente così, e la riflessione ci viene suggerita da Carlo Giuffrè che ripropone Miseria e nobiltà, il capolavoro dell'autore napoletano, su cui si aggiunge, per chi vuole riportarlo in scena, il ricordo ingombrante dell'indimenticabile film di Mattoli girato nel '55 con Totò e dell'edizione televisiva curata da Eduardo. Giuffrè affronta il testo senza paura, come aveva fatto con una straordinaria edizione di Natale in casa Cupiello. E quello che è all'apparenza un divertente e calibratissimo spettacolo in realtà nasconde le corde profonde di un'acuta riflessione sul teatro di Scarpetta. Proprio perché, da attore e da regista, Giuffrè decide di non caricare nessuno dei due aspetti che ingabbiano la memoria scarpettiana. E questo è l'impagabile pregio dell'operazione. Certo il fine è soltanto uno, ce lo dice lo stesso capocomico con i suoi attori dopo le lunghe salve di applausi finali, "vedere il pubblico felice e soddisfano" come voleva Scarpetta stesso che dedicò tutta la sua vita alla creazione scenica. Il teatro comico è questo, deve far ridere. Ma la grandezza di Scarpetta è proprio nel muovere alla risata portando in scena la realtà napoletana più vera e profonda. Se dal "vaudeville" francese (dopo averne adattati diversi nella sua lingua) Scarpetta prende il meccanismo a orologeria, il per fetto incastro di situazioni, mascheramenti e agnizioni finali, sulla sua scena non rappresenta certo (o solo in parte) la nuova borghesia in ascesa. In questa commedia, datata 1888, ad apertura di sipario vediamo una sordida casa napoletana, con una famiglia che non mangia da tre giorni e che non sa più cosa impegnare, forse il cappotto o il quadro con Gesù, per comprare un chilo di vermicelli. La povertà più nera portata in palcoscenico senza mezzi termini, senza paternalismi e tantomeno risolta su un registro caricaturale. La comicità nasce dall'intreccio delle battute, dalle risposte sagaci, dalla stoltezza di alcune figure, dalla sagacia di altre; Nel secondo atto la misera famiglia si trasferisce a casa di un borghese gentiluomo, che cederà la mano di sua figlia, ballerina nel San Carlo, a un marchesino soltanto col permesso dei nobili parenti. E allora ecco quel popolo minuto truccato e travestito con marsine e gioielli per strappare al padre il consenso. Ma cosa fa l'attento sguardo di Giuffrè? Rispetta alla perfezione i tempi comici, lascia esplodere le infinite battute, facendo brillare quel continuo sfavillio di giochi linguistici fra il napoletano più greve la grossolana traduzione che ne fa l'arricchito, la nitidezza del parlare aristocratico e la sua imitazione fatta dai popolani. Ma non forza nessun aspetto, semmai leviga recitazione e gesti, lima in accenni calcolati e mai vistosi, riduce sia la veemenza delle "vaiasse" in lite continua che la chiave macchietttistica dei giovani gagà. Su tutto Giuffrè sparge un sottilissimo, quasi impercettibile velo di malinconia, come a indicare che da lì nasce il ben più cospi cuo repertorio di umanità presente in Eduardo, non a caso figlio illegittimo di Scarpetta, e quindi nato in una di quelle scombinate famiglie di comici sempre in lotta con la miseria. Da attore Giuffrè esplicita la citazione eduardiana in un paio di impennate vocali che lascia lì, sospese, in quella attentissima calligrafia recitativa a cui da il segno di una misura tutta particolare. Non a caso Aldo Terlizzi compone le scene in nero, sia nel sordido abituro che nella casa del cafone milionario, drappeggiata con tende di stagnola dorata. E il segno di questa lieve piega malinconica viene assunta in pieno dal grande Nello Mascia che fa Pasquale, nonché da Aldo De Martino nei panni del borghese Semmolo.
Antonio Audino

Corriere della Sera, Mercoledì 8 Gennaio 2003
Dopo quindici anni l'attore napoletano firma la regia della commedia di Scarpetta scritta nel 1887.
Giuffrè rende attuale "Miseria e nobiltà".
A distanza di quindici anni, Carlo Giuffrè torna, anche come regista, a Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta, una commedia del 1887. Vi torna con uno spettacolo che riflette la tendenza di Carlo a fare le cose in grande e, qualche volta, a gonfiare il petto. I primi minuti costituiscono un avvio lento e, a ben vedere, solenne: un tono che nel secondo tempo, quando dalla casa della "miseria vera" si passa a quella della "falsa nobiltà", rischia di diventare pomposo. Se ciò non accade è per due ragioni. La prima è che accanto al regista c'è l' attore; e accanto a Giuffrè c'è Nello Mascia. La seconda è la commedia in sé. Miseria e nobiltà scritta in dialetto napoletano è, in vero, una grande commedia italiana. Come tutti ricordano, vi si racconta la storia di una famiglia letteralmente alla fame che solo con due mezzi, l'illusione (nel primo tempo) e il travestimento (nel secondo), riuscirà a far fronte alla propria disgrazia. Si tratta di realtà e di trucchi che ancora oggi risultano all'ordine del giorno. Per Scarpetta la questione era di abbattere "tutte quelle macchine al servizio delle apoteosi, dei voli, delle risurrezioni, delle apparizioni e disparizioni"; ovvero, la necessità di essere "uomini e non pupattoli". A tale umanistico fine (un fine che non limiterei a quello della formazione di un teatro borghese, come vuole la tradizione storiografica su Scarpetta), questo geniale scrittore, per dirne una, anticipa di un secolo l'austriaco Bernhard. Bernhard oggi dice che tutti sono diventati scrittori, "scrivono anche i taglialegna". Scarpetta, più modesto, diceva che tutti sono diventati scrivani, tutti ormai conoscono le tre lingue vigenti, l'italiano, il napoletano e la calligrafia. Allora, che fare? Ciò che Miseria e nobiltà mette in scena, non è tanto il conflitto tra povertà e ricchezza, o tra la "miseria vera" e la "falsa nobiltà". Ma quanto si batte per il dominio, nel cuore umano, e nella società degli uomini, in un senso più ampio, simbolico: i due mondi, quello del bisogno e quello del desiderio. Da una parte c'è chi sempre dirà: "Io so quello che sento" e dall'altra chi dirà: "Io so quello che dico". Ed ecco che la quantità di sfumature vocali e gestuali cui danno vita i due protagonisti, ma anche attori del calibro di Aldo De Martino o Fulvia Carotenuto (e, in verità, tutti gli altri), costituisce un repertorio di ricchezza inesauribile. La tendenza dominante è quella di far scaturire il riso da una trama stilistica lirico-lagnosa: di colpo c'è la rottura, il piagnisteo non era che un understatement. L'altra tendenza è di conferire rilievo e infine dignità, oltre ogni appariscenza, ad una cultura del corpo: né Carlo Giuffrè né Nello Mascia hanno alcunché da invidiare agli il lustri predecessori.
Franco Cordelli