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La Nazione, Sabato 27 Aprile 2002
Al Manzoni di Pistoia la rivolta della Rosa Bianca al nazismo.
Quasi un'orazione civile.
Pistoia - Un'orazione civile
che si srotola con passione per due ore. Lo sdegno, il rifiuto netto
di ogni forma di nanismo e di fascismo si evincono direttamente dai
fatti raccontati, fogli alla mano, da un energico e preciso Maurizio
Donadoni. È potentissima la sua presenza scenica, in abito bianco, contro
un fondale su cui scorrono frammenti di immagini d'epoca, agghiaccianti
stralci di comici hitleriani che cozzano stridenti con i fermenti culturali
che l'Europa allora stava vivendo. Un progresso culturale e un movimento
che si blocca, di colpo. Il Nazismo pretende di spaiarlo via. Ma sacche
di resistenza si formano qua e là, nonostante tutto. Donadoni ha scelto
di raccontarne a teatro almeno una, quella del gruppo di studenti della
Rosa Bianca. E al Manzoni l'attore bergamasco inchioda il pubblico all'ascolto,
alternando il racconto secco degli eventi a squarci lirici, segnati
dalla voce dolente del sassofono di Nicola Alesini. Scritto, diretto
e interpretato dallo stesso Donadoni lo spettacolo è un piccolo gioiello
di asciuttezza, di stile. Donadoni sceglie la bellezza anche visiva
facendo apparire, per differenza, se possibile ancor più nettamente
la bruttezza, la follia di quell'ex artista fallito, di quel grottesco
e tragico clown che riuscì a spazzar via milioni di persone. Gioca sulle
voci, sugli accenti tessendo anche in questo modo rimandi all'attualità,
tracciando in filigrana qua e là i ritratti dei possibili epigoni hitleriani
di oggi.
Simona Maggiorelli
La Repubblica, Giovedì 25 Aprile 2002
Debutta al Manzoni "Canto della rosa bianca" dramma sulla
Resistenza costato due anni di ricerche.
Teatro civile, Maurizio Donadoni orazione antinazista.
Un "documentario teatrale". La
definizione è dell'autore-attore Maurizio Donadoni, protagonista della
prima nazionale di Canto della rosa bianca, prodotto dall'Associazione
teatrale pistoiese. Ieri sera lo spettacolo è stato trasmesso in anteprima
su Radiotre Rai nell'ambito del programma "Teatri sonori". L'opera -
divisa in due parti - parla di una drammatica storia di Resistenza che
vide un gruppo di ragazzi arrestati e condannati a morte dai nazisti
per aver distribuito dei volantini d'opposizione. Donadoni, che ha recitato
per registi come Ronconi, Lavia, Ferreri e che ha vinto prestigiosi
premi teatrali, svela: "Ho lavorato due anni a questo spettacolo. Ho
consultato giornali d'epoca, riviste, letto 60 libri. Sono poi stato
in Germania a documentarmi. Ho trovato cose rare come un giornale che
si chiamava La posta di Monaco che aveva una rubrica in cui denunciava
gli omicidi del regime. Per attaccare poi il falso moralismo di Hitler,
pubblicava! suoi conti d'albergo". Lo spettacolo è una via di mezzo
fra una via crucis ed un viaggio in metropolitana. In scena ci sono
dei pannelli-volantini e la musica originale è suonata dal vivo dal
sax di Nicola Alesini. "Importanti sono le proiezioni di documenti d'epoca
e di spezzoni di film espressionisti di Murnau e di Pabst. Vediamo anche
immagini di ragazzi che vivono oggi a Monaco, con pattini a rotelle
e zainetto. Questo per far capire che il pericolo dell'intolleranza
è sempre presente. Io sono di sinistra, ma moderato. Quando vedo le
immagini di Le Pen mi ritornano in mente le espressioni tronfie di tanti
personaggi che mi sono apparsi nei tanti documenti d'epoca serviti a
preparare il mio spettacolo. Credo che una società debba sempre ammettere
il dissenso, soprattutto quando è espresso in maniera civile". Nel Canto
della rosa bianca dunque si confondono parole, proiezioni, musica. Il
lavoro di Donadoni - con tensione da thriller - ci mostra come una società
socialdemocratica - sottovalutando inizialmente il pericolo - si è poi
fatta avvelenare dal nazismo.
Roberto Incerti
Corriere di Firenze, Giovedì 25 Aprile 2002
Il Canto della Rosa Bianca. Quando gli studenti tedeschi si scagliarono
contro il nazismo.
Pistoia - Monaco di Baviera.
Nell'estate del '42 un gruppo di studenti universitari dimostrò al mondo
che la cultura può aprire gli animi, destare le coscienze, se non abbattere
almeno combattere. Anche a costo della vita. Il canto della Rosa Bianca
è il lavoro di Maurizio Donadoni dedicato a quello sparuto ma agguerrito
drappello di studenti (compreso un professore) che nella Germania hitleriana
tentò di andare controcorrente, di far comprendere - come loro avevano
compreso - le mille insidie che il regime nascondeva per il paese e
l'equilibrio mondiale. L'Associazione Teatrale Pistoiese ha prodotto
il frutto degli studi compiuti da Donadoni su questo capitolo poco conosciuto
di storia, e ce lo presenta sul palco del Manzoni solo per questa sera,
in prima nazionale. Lo spettacolo, esordio produttivo del nuovo direttore
artistico, la regista Cristina Pezzoli, è inserito nell'iniziativa "La
liberazione delle idee: Pistola 25 aprile - 4 maggio 2002". Un viaggio
per tappe, sullo sfondo di pannelli che riproducono i volantini stampati
dal gruppo, riempito dalle proiezioni di spezzoni di cinema espressionista
tedesco. "Accanto ai vecchi documentari, da Murnau a Pabst, ho inserito
anche alcune immagini di giovani nella Monaco di oggi, che discutono,
ballano, cantano, bevono, si innamorano - ci racconta Donadoni, oltre
che autore anche attore unico di questa, perché sia chiaro a tutti il
rischio che corriamo in ogni epoca di piombare nuovamente in una dittatura
o un regime. Io sono un moderato di sinistra, vedere sui quotidiani
di questi giorni il volto di Le Pen mi ha fatto pensare…". Donadoni
- che per documentarsi sul piccolo movimento ha letto sessanta libri
in due anni, spulciato riviste e giornali d'epoca - sarà accompagnato
dalla musica di Nicola Alesini, suonata dal vivo dall'autore. Parole,
immagini e suoni che hanno un solo contenuto: il desiderio senza tempo
di libertà.
V. Gr.
Il Tirreno, Mercoledì 24 Aprile 2002
Cinque studenti in lotta contro Hitler.
Debutta domani in prima nazionale a Pistoia il "Canto della rosa
bianca".
Pistoia - Il nuovo corso produttivo
del Teatro Manzoni, pilotato dal neo direttore Cristina Pezzoli, si
apre nel segno dell'impegno e della memoria. La più nobile e civile.
Debutta domani in prima nazionale "Canto della rosa bianca", documentario
teatrale scritto e narrato da Maurizio Donadoni (musiche originali eseguite
da Nicola Alesini, luci Roberto Chiti, effetti video a cura di Franco
Grisi), che ha per sottotitolo "Studenti contro Hitler, Monaco 1942/43".
Infatti il testo di Maurizio Donadoni (attore e drammaturgo, in questi
giorni sugli schermi nelle vesti cardinalizie di Monsignor Piumini nel
film di Marco Bellocchio "L'ora di religione") prende spunto da un episodio
poco noto che vide protagonisti un gruppo di cinque amici, di varia
estrazione sociale e culturale, studenti presso l'università del capoluogo
bavarese. I quali, insieme al loro insegnante, nell'estate del 1942
dettero vita al movimento "Rosa Bianca", un tentativo coraggioso quanto
ingenuo nelle strategie, di opporsi al regime hitleriano. I cinque prima
diffondono alcuni volantini, lasciano scritte sui muri, spediscono per
posta il loro appello in varie città della Germania, poi all'inizio
del '43 decidono di uscire allo scoperto: distribuiscono copie di un
nuovo documento all'interno dell'università, scoperti vengono tratti
in arresto e consegnati alla Gestapo. Processati dopo quattro giorni
di interrogatori vengono condannati a morte per alto tradimento e decapitati
nella prigione di Stedelheim. Un sacrificio senza immediate conseguenze,
che fece poche decine di proseliti, un appello rimasto allora senza
eco e tuttavia testimonianza di una coscienza e di un coraggio che avrebbe
potuto avere ben altri esiti. "Il canto della Rosa Bianca - dice Maurizio
Donadoni - racconta la storia semplice e straordinaria di questo gruppo
di amici che in tempi d'apocalisse seppe mantenere una coscienza critica
autonoma, e trovare il coraggio di buttare il proprio corpo nella lotta
contro la disumanità nazista. Un viaggio scenico come una moderna via
crucis". Replica per le scuole venerdì alle 10.
Gabriele Rizza
La Nazione, Mercoledì 24 Aprile 2002
In prima nazionale al Manzoni il documentario teatrale di Maurizio Donadoni
sul movimento di studenti che tentò di opporsi a Hitler.
Dalla "Rosa Bianca" appello alle coscienze.
Pistoia - Dall'estate del 1942
al febbraio 1943 cinque amici di diversa estrazione sociale, culturale
e religiosa, studenti dell'università ili Monaco - i fratelli Hans e
Sophie Scholl, Alexander Schmorell, Cristoph Probst, Willi Graf- insieme
al loro insegnante prediletto, Kurt Huber, dettero vita a un movimento
di opposizione al nazismo noto col nome di "Rosa Bianca" che cercò di
risvegliare le coscienze dei giovani tedeschi sopite e stordite dalla
propaganda nazista. Lo fecero con scritte antinaziste sui muri dell'università
e con la distribuzione di sei volantini ciclostilati. Il primo di essi
cominciava con queste parole: "Nulla è più indegno di un popolo civile,
che lasciarsi "governare", senza opporre resistenza, da una cricca di
tiranni irresponsabile e schiava di impulsi tenebrosi". L'ultimo si
chiudeva con un appello: "II nostro popolo si leva contro la servitù
cui il nazionalsocialismo vuole ridurre l'Europa, e crede, nuovamente,
nell'avvento della libertà e dell'onore". Scoperti, vennero consegnati
alla Gestapo. Interrogati e sottoposti a un processo-farsa, Hans e Sophie,
insieme a Probst arrestato nel frattempo, furono, condannati a morte
e decapitati nella prigione di Monaco. Stessa sorte toccò più tardi
agli altri due amici e a Huber. L'attore, autore e regista Maurizio
Donadoni ha scritto sul movimento della "Rosa Bianca" un documentario
teatrale che andrà in scena al teatro "Manzoni" oggi e venerdì 26 (ore
10 per le scuole) e domani (ore 21 in prima nazionale, posto unico numeralo
10 €) con musiche originali eseguite dal sassofonista Nicola Alesini.
Lo spettacolo - che alterna momenti narrativi (col coinvolgimento diretto
del pubblico), musica dal vivo e proiezione di filmati d'epoca montati
con frammenti del mondo moderno - è un'altissima, civile testimonianza
su una delle più grandi e nobili opposizioni al potere e al dispotismo
della storia mondiale. La "Rosa Bianca" insegna che la democrazia no
è una situazione acquisita una volta per tutte e che le dittature possono
essere impedite solo col coraggio civile, la resistenza personale e
di gruppo, anche a costo della vita. Uno speciale su Canto della Rosa
Bianca stasera (dalle ore 20:30) su Radiotre Rai all'interno del programma
Teatri sonori curato da Laura Palmieri e condotto da Gianfranco Capitta.
Canto della Rosa Bianca inaugura il nuovo corso dell'Associazione Teatrale
Pistoiese avviato con la nomina a direttrice artistica del "Manzoni"
della regista Cristina Pezzoli.
Cesare Sartori
La Nazione, Martedì 23 Aprile 2002
Quelli della "Rosa Bianca"
Liberi, anche a costo della vita.
Dall'estate del 1942 al febbraio
1943 cinque amici di diversa estrazione sociale, culturale e religiosa,
studenti dell'università di Monaco - il fratelli Hans e Sophie Scholl,
Alexander Schmorell, Cristoph Probst, Willi Graf) - insieme al loro
insegnante prediletto, Kurt Huber, dettero vita a un movimento di opposizione
al nazismo noto col nome di "Rosa Bianca" che cercò di risvegliare le
coscienze sopite e stordite dalla propaganda nazista dei giovani tedeschi.
Lo fecero con scritte antinaziste sui muri dell'università e con la
distribuzione di sei volantini ciclostilati, distribuiti a mano o inviati
per posta. Il primo di essi cominciava con queste parole: "Nulla è più
indegno di un popolo civile, che lasciarsi ''governare'', senza opporre
resistenza, da una cricca di tiranni irresponsabile e schiava di impulsi
tenebrosi". L'ultimo si chiudeva con un appello: "Divampano a oriente
le fiamme della Beresina e di Stalingrado, i morti di Stalingrado ci
scongiurano. ''Lèvati, mio popolo; i segnali dati coi fuochi fumano!''.
Il nostro popolo si leva contro la servitù cui il nazionalsocialismo
vuole ridurre l'Europa, e crede, nuovamente, nell'avvento della libertà
e dell'onore". Scoperti e bloccati da un bidello mentre diffondono l'ultimo
volantino, i fratelli Scholl vengono consegnati alla Gestapo, da tempo
sulle loro tracce. Interrogati e sottoposti a un processo-farsa, Hans
e Sophie, insieme a Probst arrestato nel frattempo, vengono condannati
a morte e decapitati nella prigione di Monaco. Stessa sorte toccherà
più tardi agli altri due amici e al professor Huber. L'attore, autore
e regista Maurizio Donadoni (premi Idi e Ubu 1986) ha scritto sulla
"Rosa Bianca" un documentario teatrale che andrà in scena al teatro
"Manzoni" domani e venerdì 26 (ore 10 per le scuole) e giovedì 25 (ore
21 in prima nazionale, posto unico numerato 10 E) con le musiche originali
eseguite dal sassofonista Nicola Alesini. Lo spettacolo - che alterna
momenti narrativi (con il coinvolgimento diretto del pubblico), musica
dal vivo e proiezione di filmati d'epoca montati con frammenti del mondo
moderno - è un'altissima, civile testimonianza su una delle più grandi
e nobili opposizioni al potere e al dispotismo della storia mondiale.
La "Rosa Bianca" insegna che la democrazia non è una situazione acquisita
una volta per tutte e che le dittature possono essere impedite solo
col coraggio civile, la resistenza personale e di gruppo, anche a costo
della vita. "Limpidi, puri, vitali, liberi, quei cinque giovani studenti
tedeschi - commenta Donadoni - seppero inventare e mantenere, in tempi
d'apocalisse, una rotta diversa dalla maggioranza urlante o muta, rinnegare
l'indottrinamento coatto in nome di una coscienza critica autonoma".
Fecero propria la convinzione di un altro oppositore di Hitler, il teologo
tedesco Dietrich Bonhofer, impiccato nel lager di Flossemburg, il quale
sosteneva in quegli stessi anni la necessità di sostituire al concetto
di dovere quello di responsabilità, perché "altrimenti, a forza di obbedire,
si finisce per obbedire anche agli ordini del diavolo".
Ce. Sa.
Il Manifesto, Sabato 27 Aprile 2002
Un canto di liberazione.
Al Teatro Manzoni di Pistoia il 25 Aprile è andato in scena "Canto
della rosa bianca" di Maurizio Donadoni, su quei "ragazzi"
tedeschi che nel 1942 tentarono l'insurrezione contro Hitler.
Se davanti ai teatri (nella fattispecie
il Vascello di Roma lunedì scorso) ricompaiono intimidatorie le squadre
di destra, è perché in effetti, in molti luoghi diversi, il teatro torna
a giocare un ruolo politico come tante volte è successo lungo la storia,
fin dai suoi inizi millenari. Da Heidelberg nelle stesse ore è giunta
l'eco della brutta storia di censura che la rappresentanza diplomatica
italiana in Germania ha esercitato verso i due spettacoli che la città
tedesca aveva invitato ad una rassegna continentale di drammaturgia:
entrambi facevano riferimento esplicito alla anomalia del nostro presidente
del consiglio e alle sue beghe giudiziarie. I tedeschi hanno deciso
di rappresentarle lo stesso, cercando altrove i finanziamenti necessari.
L'elemento nuovo di questa onda di teatro politico e civile, è proprio
la sua varietà, di linguaggi e di ricerca. E in questo senso, l'anniversario
della Liberazione costituisce una tappa obbligata, se non una discriminante.
Soprattutto dove la memoria della resistenza vive ancora nelle persone
e nei luoghi che ne furono protagonisti e spesso vittime cruente. Del
resto il presidente federale Rau è pur venuto a Marzabotto nei giorni
scorsi a chiedere ufficialmente perdono, e non si poteva non pensare
a quel gesto assistendo al Canto della Rosa bianca, che proprio per
il 25 aprile ha debuttato al Manzoni di Pistoia, inaugurando tra l'altro
il nuovo corso del teatro toscano diretto ora da Cristina Pezzoli. Maurizio
Donadoni, che di questo "documentario teatrale" è autore e narratore,
lavorava da anni a questo tema, tra tappe di studio pubblico e viaggi
a Monaco di Baviera a scavare nei documenti e nella scia che quel gruppo
di ragazzi studenti ha lasciato, quando tentò di lanciare nel 1942 l'insurrezione
contro Hitler. Dall'infanzia del dittatore tedesco nasce il racconto,
articolato nella voce (anzi nelle molte "voci") di Donadoni e nella
musica che dal vivo, e con molto struggimento, suona in scena Nicola
Alesini con il suo sassofono. Sul palcoscenico, in faccia agli spettatori,
sei grandi schermi mobili, dalle proporzioni di fogli di carta (e quindi
dei volantini che furono l'unico strumento pubblico dei giovani cospiratori)
ridisegnano continuamente lo spazio, e danno le immagini dei giovani
di oggi a Monaco. Strutturato come un viaggio in metropolitana, lungo
quattordici stazioni, Canto della rosa bianca procede nella sua prima
parte dalla biografia del führer alla cattura del consenso fino al primo
pogrom contro cittadini ebrei. La seconda parte è il racconto incalzante
della maturazione, fino all'uscita allo scoperto nella università bavarese,
di quel gruppo di ragazzi e del loro professore: la fede della ragione
(e in qualche modo della "normalità" del sentire) contro la violenza
cieca del nazismo. La caduta delle sedie mima il rumore sordo della
ghigliottina, la partitura e le improvvisazioni di Alesini danno spazio
alla tragedia dentro ogni spettatore. Sembra solo un semplice racconto
di un triste passato prossimo, ma la sincerità e la performance straordinaria
di Donadoni fanno di questo Canto un amarissimo monito per oggi. E'
un buon inizio per la stagione di Cristina Pezzoli, unica donna (e tra
le pochissime registe) chiamata a dirigere un teatro pubblico, che ha
deciso di investire tutte le risorse della scena pistoiese sulla nuova
drammaturgia italiana, chiamando a lavorare con lei decine di giovani
autori, attori, registi. Un segno di cambiamento che si fa carico di
tutti i rischi del caso, ma che nella "politicità" contemporanea del
teatro punta a ritrovarne la matrice e la necessità.
Gianfranco Capitta
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