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L'Unità, 12 Marzo 2002
Frammenti di comunismo in scena.
"Ombre rosse": miti e stracci di una pratica politica recitati
da Marco Cavicchioli.
Modena - Del comunismo è rimasta
la parola. Il resto, s'è perso nella storia, dimenticata o tradita,
travolta dalle polveri di un muro. La parola ancora si pronuncia misurando
le sillabe, più nell'intimo della nostalgia che in pubblico. In pubblico
da noi la recita solo Berlusconi, come un aggettivo per demonizzare
la sinistra comunista, con la voce un po' stridula di una minaccia perfida
e carogna. Debolmente ci si accomoda negando: no, non è una sinistra
comunista, è una calunnia, dal comunismo ci siamo liberati, è solo propaganda.
Ma che ne sa lui del comunismo…. Che ne sappiamo del comunismo: la grande,
illusione, la grande bugia, la grande speranza, le bandiere rosse, i
bolscevichi, i menscevichi, Lenin, Stalin, Mao Tse Tung, rigorosamente
preceduti da un "viva", il gulag, la Siberia, Gramsci, Togliatti, Longo,
Berlinguer, ci attacchiamo a Che Guevara, il muro di Berlino e la piccola
Bolognina, che anche nel diminutivo tradisce una fine triste, una morte
senza onori e senza trombe e tamburi, senza solennità, un ripiegarsi
nella polvere della incuria. Scriverà Majakovski: "che suono stridente
ha questa parola / per chi non è che inferno il comunismo / ma per noi
/ questa parola è musica profonda / che risveglia i morti dalla lotta".
MajaKovski non è un profeta e il comunismo non è all'ordine de giorno,
non esiste il socialismo, la socialdemocrazia s'è spenta. I laburisti
sono diventati persino più pallidi. Non c'è Lenin che concluda la riunione
invitando i compagni: e ora andiamo a costruire il socialismo. Non c'è
neppure Bad Godesberg: chiedete a un giovane se gli evoca qualcosa e
nessuno sarebbe in grado di inventarsi una nuova Bad Godesberg. Dopo
tanto gridare "Vietnam libero", il Vietnam sarà libero dagli americani,
ma non da se stesso. Rifondazione è comunista e un partito è dei comunisti
italiani, ma nessuno si sognerebbe di additare per il nostro sole dell'avvenire
un'organizzazione della società basata sulla proprietà comune dei mezzi
di produzione e dei prodotti del lavoro. Ci hanno provato. Il conflitto
è esploso. La natura umana è molto peggio, nel senso della cattiveria,
dell'invidia, dell'ingordigia, di un'utopia sociale. Una delle sere
passate, in un teatro alla periferia buia di Modena, in mezzo ai capannoni
di una rimessa filoviaria, un teatro che sembra nato tra le vecchie
avanguardie e il buon governo istituzionale di un comune rosso, un centinaio
di persone saltando il Festival di Sanremo, ha ascoltato un bravo attore
raccontare alcune scene del comunismo, non il comunismo perché sarebbe
impossibile e risulterebbe soprattutto retorico, insopportabile e ancora
più triste. Il palco è spoglio, un tavolo, una sedia, sul fondo, da
un'estremità all'altra, un'asta rigida dalla quale pendono gli abiti,
come un filo teso della biancheria, i pantaloni, giacche, camicie, alla
rinfusa, stracci, come sono stracci le memorie del comunismo. Con Andrea
Schianchi, un giornalista e scrittore, l'idea di "Ombre rosse", lo spettacolo
del Teatro delle Passioni di Modena, è stata di Marco Cavicchioli, che
nella sceneggiata delle robe vecchie si presenta con il naso rosso del
clown, il clown che è lui, l'uomo del nostro tempo, l'omino degli ultimi
bagliori e del dopo comunismo, che si confessa, si piange addosso, rivela
i suoi rancori, sente il peso di un tradimento, non sa che dire. È rimasto
senza parole di fronte a questi anni senza comunismo. Schianchi e Cavicchioli
hanno invitato molti scrittori a raccontare il loro comunismo, quello
che non hanno visto, quello che hanno letto, quello che hanno da ricordare….
Alcuni testi (di Massimo Carlotto, Marcello Fois, Francesco Piccolo,
Michele Serra e dello stesso Andrea Schianchi) li hanno scelti per Modena,
altri entreranno nello spettacolo che verrà allestito a Sant'Arcangelo
di Romagna. I brani sono brevi, lampi su una storia secolare, monologhi
che Marco Cavicchioli, accompagnato dalla fisarmonica di Patrizia Angeloni,
restituisce con intensità moltiplicata dalla sua voce, dalla sua mimica,
dei suoi occhi balenanti. Cavicchioli è un giovane piccolo, un pò stempiato,
un po' scavato, dagli occhi vivi. Si cambia d'abito dietro il filo della
biancheria, compare una volta come il vecchio militante che ascolta
incredulo della sentenza scritta alla Bolognina, che apprende così di
non potersi più chiamare comunista. Cambia la camicia con una giacca
grigioverde e diventa Mario Teran, l'ufficiale boliviano che uccise
Che Guevara e s'illumina di fronte a quei colpi di pistola e rivendica
una fama, un compenso, una gloria che non gli furono riconosciuti. Con
una bottiglia in tasca Cavicchioli, barcollante sull'assito, si fa Esenin,
il grande poeta "teneramente malato di memorie infantili", che rivede,
i segni della sua povertà e della sua disperazione. Con indosso una
giacca di pelle e un berrettuccio leninista, recita la parte del bolscevico
che elenca i nomi dei compagni, i loro incarichi, in una pagina che
avrebbe potuto assumere più risolutamente un taglio elencatorio, alla
Perec (come nel magistrale resoconto dell'emigrazione europea a New
York, delle quarantene di Ellis Island, sommario di nomi slavi, francesi,
irlandesi, russi, italiani, di ebrei, di carichi delle navi, di malattie
di tragedie). Con un completo moderno Cavicchioli è l'intellettuale
che conta "ciò che gli resta", impressioni minime di vita privata e
finestre sull'orizzonte più grande. Il Cile di Pinochet, l'Argentina
dei colonnelli, Garcìa Lorca davanti al plotone d'esecuzione…. Tutte
storie di comunisti e di vittime del comunismo, vittime per il loro
comunismo, sangue, una infinità di sangue, che adesso ti spiegano come
sia stato versato in malo modo: inutilmente è possibile, in malo modo
non sempre. Il comunismo è una teoria di ombre che camminano sulla scena
del mondo. Mettono tristezza. Cavicchioli, recitando, non si sente mai
prigioniero della Grande Eredità, il suo spettacolo non è una tesi.
È un documentario: com'erano certi comunisti come non lo sono più in
queste istantanee della sconfitta, un pezzo di teatro... Il futuro è
un'altra cosa e non siamo stati capaci di farlo diverso.
Oreste Pivetta
La Repubblica, 7 Marzo 2002
Marco Cavicchioli rievoca frammenti di personaggi del secolo, con i
testi di Schianchi, Carlotto, Serra e Fois.
Comunismo story.
Le ombre rosse del 900 da Garcia Lorca a Mao.
Modena - Gli attimi drammatici
vissuti da Garcia Lorca davanti al plotone di esecuzione. I pensieri
folli dell'uomo che ha ammazzato Che Guevara. La struggente malinconia
di un vecchio compagno di sezione che assiste al cambio di nome del
Pci. Storie, drammi, personaggi di un secolo di comunismo, un affresco
composito e complesso tra il tragico e il buffo, tra il romantico e
il maliconico. E' il nuovo spettacolo che l'attore Marco Cavicchioli
presenta in prima nazionale da oggi a sabato (ore 21) al Teatro delle
Passioni di Modena, con la consulenza e la supervisione di Giampicro
Solari, regista tra l'alto di molti spettacoli di Paolo Rossi. S'intitola
"Ombre rosse. Parte prima" ed è la seconda tappa di un'idea partorita
lo scorso agosto al Fcstival di Montalcino dallo stesso Cavicchioli
e dal giornalista-scrittore Andrea Schianchi. L'idea è appunto quella
di raccogliere i "frammenti di un mondo e di un'ideologia che sembra
svanita come una bolla di sapone, lasciando sul campo morti e feriti,
voltagabbana e revisionisti". Storie che vanno da Lenin a Trotzkij,
da Che Guevara a Mao Tse Tung, da Gramsci a Stalin, dai gulag alle rivolte
studentesche. I testi sono stati scritti da Andrea Schianchi, Marco
Cavicchioli, Michele Serra, Marcello Pois e Massimo Carlotto. E' incluso
anche un brano tratto dalle opere di Pablo Neruda. Sul palco Cavicchioli
è accompagnato dalla fisarmonicista Patrizia Angeloni, la cui musica
sarà co-protagonista sonora della rappresentazione. Racconta il dramma
di Garcia Lorca ma anche la rabbia e la vergogna provata di fronte all'instaurazione
della dittatura di Pinochet in Cile. Veste i panni di un personaggio
che fa l'elenco di tutti i bolsccvichi conosciuti in una vita, ma fa
anche la satira sul significato di che cosa il comunismo ha lasciato
nell'animo della gente. "Ombre rosse" non e uno spettacolo chiuso, ma
cambia itinere e viene aggiornato dalle nuove trasposizioni drammaturgiche
dei racconti che sono arrivati agli autori nel corso di due anni. Altri
contributi verranno infatti inseriti nelle prossime edizioni, racconti
scritti da Carlo Lucarelli, Roberto Alaymo, Pino Cacucci, Stefano Tassinari,
Bruno Arpaia, Darwin Pastorin, Franco Bifo' Berardi, GiammarioVillalta
e altri ancora. La versione definitiva di "ombre rosse" dovrebbe essere
pronta entro l'estate e avrà la regia di Giampiero Solari.
Marina Amaduzzi
Liberazione, Giovedì 7 marzo 2002
Al Teatro delle passioni di Modena le "Ombre rosse" di Marco
Cavicchioli.
Perché non ci chiamiamo più "compagni"?.
"Compagno, compagna, comunista.
Si può ancora dire? Io lo dico: sono comunista". Niente mezzi termini
per Marco Cavicchioli, ideatore di "Ombre rosse, parte prima", da oggi
(fino al 9 marzo) al Teatro delle Passioni di Modena. Un palco dal nome
appropriato per questo autore che, in preda a una sorta di rabbia militante,
ha deciso di mettere in scena niente di meno che la storia del comunismo,
delle sue ombre e delle sue luci. Con l'aiuto di una trentina di autori,
Cavicchioli porta in scena testi di scrittori (fra cui Massimo Carlotto,
Marcello Fois, Francesco Piccolo, Andrea Schianchi, Michele Serra) che
attraversano un secolo di comunismo. A partire da Lenin e Trotzkij,
da Che Guevara a Mao Tse Tung, da Gramsci a Stalin, passando per Esenin,
Garcia Llorca, Neruda. "In scena io, con un naso rosso - spiega Cavicchioli
- che, attraverso questi testi, racconto il tanto di male e di bene
che quel grande sogno ha creato". A legare le parti, la fisarmonica
di Patrizia Angeloni. Poche se non inesistenti gli oggetti di scena,
"solo noi - continua Cavicchioli - io, la musicista e una serie di abiti
che sembrano rubati da un rigattiere. Il fine, quello di tenere viva
la memoria e di interrogarmi sul perché usare oggi la parola "compagno"
o "compagna" suona come un assurdo anacronismo. Per me non è così. Per
me l'utopia non si è conclusa solo perché non è stata realizzata". È
certo che alcune cose vanno ripensate. "Ed è per questo che ho dato
carta bianca agli autori. Svisceriamo ciò che non ha funzionato, guardiamo
in faccia gli errori. Ma non buttiamo via le idee e i sogni che avevamo.
Che io ho ancora". La versione definitiva di "Ombre rosse" sarà sui
palchi dei festival teatrali di questa estate. Si aggiungano i testi
di Carlo Lucarelli, Darwin Pastorin, Franco Berardi.
Ro. Ro.
La Rinascita della Sinistra, 15 Marzo 2002
La memoria del comunismo.
La prima nazionale di "Ombre rosse" di Marco Cavicchioli.
Modena - Una scena spoglia, semi
buia. Riscaldata appena dal suono largo, avvolgente di una fisarmonica.
Sullo sfondo del palcoscenico di questo scuro e affascinante Teatro
delle Passioni (che come ogni moderno teatro studio non conosce palcoscenico
rialzato, né separazione netta fra pubblico o attori) si scorge un filo
con tanti panni stesi: giubbotti militari, striminzite giacche da intellettuale
male in arnese, anni Trenta e Quaranta. E poi tute da lavoro, vecchi
eskimo, palandrane strappale, un po' da figli dei fiori e via di questo
passo. Su quel filo, in maniera succinta e raffazzonata, c'è tutto il
guardaroba, o quasi, di diverse generazioni di uomini e di donne che
in modi diversi si sono detti, da Marx in poi, comunisti. "Si può dire?"
"Si può ancora dire questa parola?", chiede timido l'attore Marco Cavicchioli
al pubblico che se lo vede spuntare d'improvviso dall'ombra; da quell'ombra,
oltre i panni stesi, che nel corso dello spettacolo gli farà da camerino
ad ogni cambio di scena. E di cambi di scena, in questo autoironico,
divertente, ma anche malinconico e tragico Ombre rosse ce ne sono molti.
Almeno tanti quanti sono stati nell'ultimo secolo i più caldi tentativi
di rendere questa utopia, questo bellissimo orizzonte ideale di uguaglianza
e libertà, cosa concreta. Insomma un bell'impegno si è preso Cavicchioli,
nel tentativo di radunare in meno di un'ora e mezza di spettacolo Pezzi
di una storia così complessa, viva e bruciante. Ma da "vecchio lupo"
di teatro qual è, Marco sapeva di poter contate, oltre che sul proprio
notevolissimo talento d'attore, anche sulla sagacia di alcune penne
eccellenti dal bravissimo Massimo Carlotto (autore di libri indimenticabili
come Le irregolari, sulle lotte delle madri di Plaza de Mayo) a Michele
Serra, da Andrea Schianchi, a Marcello Fois a Francesco Piccolo. E quello
che ne viene fuori da questa continuamente variata drammaturgia che
alterna piccoli schetch, dialoghi immaginari, intensi monologhi, è un
vero e proprio inarrestabile fiume di personaggi e situazioni, in cui
si avvicendano toccanti brandelli di storia partigiana, spicchi di rivoluzione
di ottobre, di rivoluzione maoista, e di molte altre rivoluzioni ancora,
che in varie parti del mondo sono nate nell'ultimo secolo per buttare
all'aria dittature e dispotici imperi, per far cessare l'ingiustizia
e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Così, infilata una giacchetta
consunta, ecco Cavicchioli calarsi nei panni di uno stremato Gramsci
dalla fronte pesante, ma gravida di pensieri che neanche il carcere
riesce a spegnere. Eccolo in poche fulminanti battute evocare l'energia
di Lenin nel dare fiato alla rivoluzione in un paese ridotto alla fame,
cercando di far rialzare la testa a schiere di poveri contadini ignoranti.
E poi, quasi a non voler perdere di vista anche i momenti bui, di tragica
caduta nella storia del comunismo, eccolo rievocare le coraggiose e
cupe previsioni di Trotzkij sui rischi di un'incipiente era Stalin.
Tutto procede per rapide suggestioni, per piccoli icastici e speziati
racconti. Anche un po' a corrente alterna fra quadri riusciti, e altri
più semplicistici e meno efficaci. Di sicuro, di grande forza, anche
poetica nella scelta di un linguaggio evocativo e ricco d'immagini,
è la tranche di spettacolo dedicata al poeta russo Esenin, alla sua
infanzia martoriata, vessata da violenze familiari e dall'esercito zarista,
esperienze dure che poi gli lasceranno addosso una ferita aperta e dolorante
che neanche lo scoprire in sé un talento straordinario di scrittura
riuscirà a sanare. E altrettanto forte e toccante è la rievocazione
dell'ultima sigaretta di Garcia Lorca, degli ultimi istanti di vita
del poeta spagnolo fucilato dai franchisti. E ancora, giocato su un
registro completamente diverso, più diretto e aggressivo, il passaggio
dedicato a Che Guevara, raccontato in maniera inedita e feroce attraverso
un immaginario dialogo col pubblico di Mario Teron il sottufficiale
dell'esercito della Bolivia, invasato e convinto di aver fatto fuori
il demonio in persona scaricando la sua arma sul corpo inerme del Che.
Ma non c'è troppo tempo per il dolore e, ai limiti anche per la nostalgia
in questo Ombre rosse, ché subito Cavicchioli cambia tono, inserisce
a tradimento una scenetta che ci riporta a tempi più recenti, uno schetch
"più lieve" dedicato alla smarrimento dei vecchi compagni partigiani
che alla Bolognina si "videro scippare un nome e una storia", e un'altra,
giustamente graffiante, dedicata a certi figli del '68 che dopo i fuochi
della rivolta sono andati a leggere i telegiornali di Berlusconi, ai
ragazzi del '77 che facevano i comunisti con le magliette strappate
ma immancabilmente firmate, comprate con i soldi di papà miliardario
che prima o poi, si sapeva, li avrebbe attirati di nuovo nei ranghi.
Contraddizioni meno belle, spezzoni meno alti di questa storia che attraversa
più generazioni, ma che il pubblico di questa prima modenese dello spettacolo
accoglie ridendo con gusto, riconoscente che qualcuno abbia ancora il
coraggio e la voglia di portare queste storie e usare certe parole nei
teatri pubblici, in tempi resi assai cupi dal berlusconismo.
Simona Maggiorelli
La Repubblica, Martedì 23 Luglio 2002
Alcuni autori italiani, da Aldo Nove a Michele Serra, provano a raccontare
il comunismo in teatro. In un recital di Cavicchioli.
Dodici storie di sogni e rimpianti.
Sirolo - Esenin rivive la sua
ubriacatura poetica per "l'ottobre bambino" della rivoluzione russa,
il suo arrivo dalla campagna, i suoi anni ruggenti e spavaldi prima
di suicidarsi trentenne in una camera d'albergo; Garcia Lorca fuma lentamente,
attimi dilatati, interminabili, la sua ultima sigaretta davanti al plotone
d'esecuzione; Mario Teran, il sottufficiale boliviano che sparò la prima
raffica contro Che Guevara il 19 ottobre 1967 cerca nell'alcol e nelle
invettive rabbiose sollievo al tormento che lo divora. Sono alcune delle
Ombre rosse evocate da Marco Cavicchioli in un recital prodotto dallo
Stabile delle Marche firmato per la regia da Giampiero Solari che ha
debuttato in anteprima al teatro Cortesi di Sirolo (e affronterà una
tournée autunnale). Questo collage di dodici brani inediti aiuta a ripercorrere
con la memoria e con il cuore eventi e personaggi più o meno noti contagiati
dalla più grande utopia del Novecento, il Comunismo. "Volevo - dice
Cavicchioli che, con Andrea Schianchi, ha avuto l'idea di commissionare
a vari scrittori questo arazzo di parole - riaprire un fascicolo in
via di rapida archiviazione. Soltanto qualche anno fa interrogarsi su
cosa era stato il comunismo per le vecchie o le nuove generazioni avrebbe
potuto avere un sapore celebrativo. Nel clima attuale, mi sembra, che
possa suonare invece come una scelta controtendenza. Sono andato io
stesso a bussare di porta in porta per sollecitare gli interventi, per
parlare con gli autori…". "I testi raccolti - aggiunge Solari - erano
più di venti, ma per ragioni di montaggio, d'incastro, ne abbiamo ottenuti
soltanto dodici. Quelli di Bifo, ad esempio, erano un po' troppo teorici.
Ma questo potrebbe essere il numero uno di una collana di interventi
teatrali. Per ora, abbiamo preferito aggirarci tra le ombre del passato
e quelle del presente…". C'è chi come lo stesso Schianchi, si interroga:
"Comunista… si può ancora dire?". E chi, come Massimo Carlotto, nel
suo Bolscevichi, mette in posa uno accanto all'altro come in una foto
di gruppo o nello schizzo preparatorio di un gigantesco murales, ripetendo
"io li ho conosciuti tutti", Gor'kij e Gramsci, "laborioso e Bohemien",
Terracini "giovane teorico della fronte severa", Bucharin ("aveva 33
anni ma era nel partito da 15"), Victor Serge spedito da Stalin in Siberia
con il figlio, Bordiga e Blok, o Trotzkij ("la rivoluzione gli scorreva
nelle vene come un fiume impetuoso"). Dalla Storia alla microstoria
di sapore autobiografico: Francesco Piccolo nel suo divertente Comunista
racconta i tormenti familiari di un giovane "simpatizzante di sinistra"
sottoposto dal padre a continui processi sommari. Aldo Nove, invece,
ricostruisce tutte le tappe e i successivi spostamenti fra estrema sinistra
e centrodestra di un neo-elettore di Forza Italia di origine sarda.
Mentre Carlo Lucarelli spia il dialogo in una cella tra due partigiani
in attesa di interrogatorio con tortura. Giacca blu operaia, vagamente
brechtiana, Salvatore Panu con il suo tamburo e la sua fisarmonica accompagna
da vivo, come in un'osteria deserta, un sottoscala protetto da pannelli,
il flusso verbale senza soste di Cavicchioli che con accento romagnolo,
nei panni di Zoni Giuseppe detto Pepo, comunista doc di Cavriago, racconta
il trauma di quella "Lunga notte" del 12 novembre del 1989 quando arrivò
la notizia che il compagno Achille Occhetto aveva comunicato in una
sezione di ex-partigiani della Bolognina la decisione di cambiar nome
al Partito Comunista. Puro Grareschi. E la chiusura spetta a Michele
Serra che prima di concludere "A me il comunismo non ha lasciato nulla",
elenca in una lunghissima serie di "a parte", tutti i tasselli pubblici
e privati di un'incancellabile educazione sentimentale.
Nico Garrone
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